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“La Terra Trema” nel regno di “Re Panettone”: cronaca di un sabato meneghino di fine novembre

MILANO – Giungere all’ex Ansaldo, sede della quinta edizione di “Re Panettone”, è stato piuttosto facile: bastava seguire la fila di “formichine” che se ne tornavano a casa con le loro scorte di panettoni d’autore. Eh sì, non ho mai visto comprarne così tanti in vita mia, nemmeno ai supermercati durante il 3×1 di fine magazzino quando montagne di scatole ci mettono un bel po’ ad essere spianate. E’ vero, si tratta di prodotti completamente diversi, da una parte grandi pasticceri e dall’altra aziende della pasticceria, da una parte la ricerca della qualità assoluta dall’altra l’abbattimento dei costi anzitutto, ma si parla anche di prezzi completamente diversi. Sicuramente ad aiutare la riuscita dell’evento ha contribuito anche il prezzo “calmierato” a 20 euro il chilo, un prezzo/affare giustificato fino all’ultimo centesimo.

37 x 13, non sono le misure del dolce ma le pasticcerie e le regioni presenti. Ovviamente la Lombardia ha fatto la parte del leone con ben 12 rappresentanti. Il popolo milanese potrebbe recriminare la mancanza di qualche nome famoso ma la qualità media si è dimostrata comunque alta, un po’ come avviene nei vini a Terre di Toscana dove può mancare qualche eccellenza ma la media dei 130 produttori presenti è altissima…

Prima di uscire con un paio di panettoni sottobraccio – ne avrei presi di più ma l’ingombro si faceva problematico a piedi – mi sono sparato l’assaggio di tutti i panettoni classici, o tradizionali che si voglia dire, una scelta non particolarmente apprezzata dagli stessi pasticceri desiderosi di distinguersi con le proprie creazioni originali, ma per me il panettone è uno solo e solo quello lo è, le molteplici variazioni le definirei altri dolci da forno. Mi dispiace comunque non aver avuto tempo di provarne l’indubbia bontà, con buona pace del mio pancreas.

Devo dire che l’occasione per valutare il prodotto non era delle migliori: guadagnata la prima linea al banco del pasticcere prescelto la maggior parte delle volte mi sono dovuto accontentare di un cubetto o due di dolce piuttosto che di una fettina, così non era detto che mi capitasse il candito o l’uvetta o che il pezzetto provenisse dal centro invece che dalla base più asciutta vicino alla crosta. Di conseguenza, anche per i gusti personali, qualche pasticceria purtroppo non mi è sembrata così eccezionale come altri decantavano.

I parametri di cui ho tenuto conto, prediligendo i dolci che li avevano tutti alti, sono stati: morbidezza, compattezza, umidità, dolcezza, e ricchezza di uvetta e canditi. Facendo una riflessione generale ho notato che scendendo verso il sud dell’Italia incrementava la dolcezza e la ricchezza media dei panettoni, così ho finito per acquistarne uno romano e uno salernitano da buon goloso quale sono. Tra i miei preferiti, in ordine meramente alfabetico: Biasetto, Bonfissuto, Lorenzetti, Marra, Merlo, Pepe, Sal de Riso e Servi.

Fatta la “base” per le bevute in arrivo mi sono diretto al Leoncavallo per “La Terra Trema”: girovagare in compagnia di buoni amici all’interno dello spazio sociale sorseggiando qualche buon “vinello contadino”, parlare con qualche personaggio meritevole da sé della trasferta mentre buona musica suonava in sottofondo, ha creato un’atmosfera così piacevole da rapirmi a tal punto da saltare l’interessante degustazione “Purezza/Contaminazione” condotta da Gigi Brozzoni. La filosofia e il messaggio di questa manifestazione (ultimo innamoramento di Luigi Veronelli) sono forti: disegnano uno scenario apocalittico, dell’agricoltura in generale e del vino in particolare, dove piccoli produttori partigiani difendono strenuamente le loro vigne dalla corazzata cementificatrice e il loro vino dalla modificazione papillo/genetica dettata dalle guide e dagli enologi. Io, ingenuamente, ho voluto assaporare solo il gusto “bucolico” dell’evento, ammirare queste persone che si fanno un mazzo così in campo ogni giorno e che parlano dei propri vini come fossero loro figli e non la loro fonte di reddito.

Partenza con un salto nelle Marche, ad Offida per l’azienda Aurora: se il Rosso Piceno superiore del 2011 e il Barricadero 2010 e 2009 in teoria dovevano essere i vini più prestigiosi in assaggio, personalmente ho preferito il pecorino Fiobbo 2011 – bianco di carattere fermentato in barrique e sulle fecce, con un fruttato discreto e una sapidità prorompente che lo allunga parecchio – e il Rosso Piceno 2011, blend di sangiovese, montepulciano e un po’ di merlot che si apre fresco e fruttato per poi virare verso una piacevole austerità che rende il tutto più definito e di buon compromesso per tantissimi piatti.

Poco più avanti sosta obbligata in Alto Adige da Brunnenhof Mazzon, vini più scolastici i suoi ma che è sempre un piacere degustare: l’Eva 2011 è un incrocio Manzoni dal naso ricco di fiori e miele, con una bocca più magra, pulita e dalla buona vena acida. Un leggerissimo ritorno alcolico l’ho avvertito in questo come negli altri vini dell’azienda. Il Gewurztraminer 2011 ricorda lo stile d’oltralpe con un residuo zuccherino netto, profumi di frutta anche tropicale, poi spezie fino ad una sfumatura idrocarburica, con finale lungo e tendente al mandorlato. Il Blauburgunder Riserva 2009 conferma la vocazione della zona per il pinot nero giocando sulle tipiche note di piccola frutta di bosco, rosolio e leggeri ricordi animali; bocca armonica, di buona lunghezza e dal finale asciutto.

I Quat Gat, associazione di piccoli viticoltori vercellesi, schierano una piccola parte dei loro prodotti e per non fare torto a nessuno ne cito uno a testa: Baldin presenta il Reys 2011, vespolina in purezza mi dicono, molto interessante nella sua particolarità, vino molto scuro dai riflessi melanzana, floreale di rosa e viola e con un frutto spiccato come anche la speziatura pepata; in bocca è succoso, fragrante, sembra quasi di mordere l’uva, ciononostante risulta anche persistente. Di Patriarca segnalo il Gattinara 2008, un vino dai profumi leggiadri di frutta rossa e speziatura di tabacco su ricordi tostati e accenni di fungo secco. In bocca fila liscio chiudendo piuttosto lungo. Il Gattinara 2006 di Caligaris tira fuori tutta la grinta del nebbiolo di montagna ma in guanti di trina, austero, con sbuffi di rabarbaro e balsamici ad agevolare la beva già ben sostenuta dall’acidità, denota una trama tannica finissima e una discreta profondità a vantaggio della persistenza.

E’ il turno del vincitore della Roncola d’oro 2011 ovvero l’astigiano Claudio Solito de La Viranda con le sue barbera, un personaggio che vedrei bene nei panni di un Mangiafuoco bonaccione. Tra gli assaggi da menzionare: La Sopa 2009, barbera con due anni di affinamento in botti che sprigiona un naso fruttato e vinoso corredato di apparato terziario del legno; i tannini si sentono e, nonostante la gradazione (14,5%), la spiccata acidità tipica del vitigno invoglia ad “alzare il gomito”. Il Vigna d’Vitorio 2007 è una delle tante espressioni nazionali di merlot, fruttato con rimandi animali e di spezie e con lato vegetale e balsamico accennato; corrispondente al palato e di buona lunghezza. Il Sol dell’Avvenir 2008 viene fatto con l’alba rossa un’uva ottenuta incrociando barbera con un nebbiolo particolare. Ne deriva un vino dall’acidità molto elevata ma senza disturbare, anzi , pensando ad un cotechino lo troverei un vino perfettamente abbinato considerata anche la garbata speziatura a corredo.

Genere completamente diverso per i vini rifermentati in bottiglia di Bini Denny del Podere Cipolla di Coviolo (RE). Tra gli assaggi ho trovato degni di rilevanza: il Rosa dei Venti 2011, da lambrusco grasparossa, un rosato dal colore acceso, con lieviti sul fondo che possono intorbidire il vino se non si presta attenzione nel versarlo, dai profumi inebrianti di caramella alla fragola e panna ma che in bocca è più delineato, più secco. Rischia di creare seri problemi di “alcolismo”, specialmente nel gentil sesso, se bevuto bello fresco durante l’estate. Il Libeccio 225 2011 ripropone il solito vitigno in versione classica, mi ha colpito specialmente per il netto richiamo allo “snake fruit”, un frutto tipico dell’Indonesia che tanto caro mi fu durante le mie ultime vacanze, del quale non saprei definire diversamente il quadro olfattivo se non che è molto aromatico e, nel caso specifico, di una persistenza niente male. Col Grecale 45 2011 parliamo di malbo gentile o amabile di Genova in purezza, vino fragrante dal floreale e fruttato gradevole, piuttosto armonico, leggermente abboccato e decisamente facile – troppo facile – da bere. Per concludere il Tramontana 360, la chicca della cantina ovvero il passito da malbo gentile: naso particolare di melograno, litchi, visciole e poi frutta secca predominata dalla noce; in bocca è dolce ma non stucchevole, scorre bene concludendo con un intenso finale cioccolatoso.

A seguire segnalo senza entrare nel merito i cannonau della Cantina Montisci di Mamoiada (NU) declinati anche in rosato e passito bianco (!); i cirò della cantina ‘A Vita degni espressione del gaglioppo; i classici veronesi di Monte dall’Ora, recioto compreso; i boca dalla disarmante eleganza delle sorelle Conti; i vini ricchi di sostanza e non solo che puoi dimenticarti in cantina rischiando solo che il lungo affinamento possa migliorarli ancora, “I fiori blu” specialmente, della piombinese Sant’Agnese.

In conclusione, due eventi in un giorno sono un bell’impegno se non è possibile distribuirli nel weekend, ma la stanchezza, dovuta più che altro al trambusto della folla, si avverte solo alla fine della giornata perché quando sei in ballo è uno ”sballo” e ti dispiace solo che il tempo passi velocemente.

 

Le fotografie “vinose” sono del nostro Paolo Rossi

 

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