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I vini del mese e le libere parole. Aprile 2018

20180317_130326_resizedUn vino-dedica per un vignaiolo coi fiocchi che oggi non c’è più, Leonildo Pieropan; il rosato più buono dei ricordi miei (francioso); il vortice ipnotico di un Caberlot e infine una possibile, ulteriore interpretazione della libertaria locuzione “via dalla pazza folla”, sulla scia evocativa di un Borgogna che non ti aspetti, autentico dispensatore di nudità. Qualcosa di meglio da desiderare, per le libere parole?

 

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Soave Classico Calvarino 2013 – Pieropan

calvarino-13Di Leonildo Pieropan, detto Nino, glorioso vignaiolo in quel di Soave, ricordo il sorriso dolcissimo e i modi garbati, evidenza facile per chiunque abbia avuto il piacere di conoscerlo. Ma ne ricordo anche il pensiero lesto, acuto, e la voglia matta di renderti partecipe del proprio territorio. Non solo attraverso i vini, ma attraverso l’osservazione e il racconto di quelle plaghe collinari, o delle ragioni che attengono ad un impianto speciale come la pergola veronese.

Ricordo in particolare una giornata di nove anni fa, trascorsa in sua compagnia nei vigneti Calvarino e La Rocca. In quegli anni mi capitava spesso di recarmi a Soave, non foss’altro che per gli assaggi guidaioli. Quel giorno assistetti ad una vera e propria lezione en plein air senza la prosopopea dell’accademia: solo condivisione, empatia, affetto. Una lezione esclusiva, con un unico allievo ad ascoltarla.

Fra le etichette prodotte da Pieropan, Calvarino si staglia da sempre nel firmamento di quelle autorali, un’attitudine maturata in un mare tradizionalmente agitato quale quello di Soave, che solo in tempi più recenti è stato incanalato nel verso di una qualità diffusa. Oggi non muori davvero di noia al cospetto di una produzione territoriale sempre più identitaria, ma un tempo era difficile orientarsi, men che meno emozionarsi, e il suo Calvarino appariva come un faro, una garanzia, una speranza.

Perché della garganega ha il fiore, la flessuosità, la purezza, la vocazione del maratoneta. E poi c’è quel deciso imprinting minerale, che richiama fortemente l’origine vulcanica dei suoli. E’ ciò che emerge oggi da questo splendente Calvarino ‘13, con cui ci ritroviamo ad omaggiare un ricordo, dopo aver appreso della recente scomparsa di Nino avvenuta poche settimane fa.

In compagnia del suo vino-simbolo lo vogliamo così ringraziare, per i conseguimenti con i quali ha arricchito l’enologia italiana e per l’autorevolezza che ha saputo regalare alla figura e al mestiere del vignaiolo. E ringrazio l’amico Lorenzo Coli, spacciatore del flacone galeotto, per aver contribuito a smuovere pensieri affettuosi che guardano al bello, e a quello soltanto.

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Rosé de l’Horizon 2014 – Domaine de l’Horizon

20180311_203459_resizedForse sarà la scarsezza di occasioni nelle quali capita di stappare un rosato a farmi perdere il polso della situazione, o forse quel latente ed insidioso pregiudizio a riguardo che d’un tratto, chissaperché, si è fatto di lato. Oppure solo l’emozione per una serata speciale vissuta in compagnia di vecchi amici in una locanda che mi ha insegnato tanto e che da troppo tempo non frequentavo più. Fatto sta che il Rosé de l’Horizon mi è entrato in circolo fin dal primo sorso. Una bomba, che ha aperto brecce emozionali spalancando le porte della percezione ad una caratterizzazione che mai avevo avuto il piacere di cogliere in vini di tale tipologia.

E così, a distanza di pochi mesi, dopo L’Esprit mi ritrovo a parlare del Rosé prodotto dal medesimo Domaine, un Domaine di recente conio (2006) ma di ancestrale consapevolezza. Il vino proviene da Calce, Roussillon, e le sue uve – syrah e carignan- da ceppi centenari. Dispensa sentori di ruggine, pietra e fiore, e un succo purissimo, e vertigine profonda, e naturalezza senza filtri. Pensa te, stregato da un rosé: chi l’avrebbe detto mai?

PS: Grazie a Guido e Mariella della Locanda Mariella di Calestano (PR), lo scrigno buono a cui tutti, prima o poi, devono approdare. O ritornare.

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Maranges 1er cru Les Clos Roussots 2015 – Maison en Belles Lies

img_4782C’è modo e maniera di intendere un vino “via dalla pazza folla”! Per esempio, in un mondo fall in love per la Borgogna, soprattutto quella haute-couture, ditemi voi chi se lo fila un Maranges! E sì perché questa denominazione, volenti o nolenti, da una trentina d’anni appartiene alla costellazione Bourgogne, precisamente alla Côte de Beaune. Prima era altra cosa, poi è stata inglobata, con un nome riassuntivo e felicemente mnemonico che vuole contemplare al suo interno tre paesi distinti dai nomi inestricabili. Appendice meridionale che più meridionale non si può, posta a sud di Santenay e ai confini con il dipartimento di Saône et Loire, Maranges è culla di Pinot Noir a cui l’appassionato di Borgogna è solito guardare con un distacco compassionevole, quando non con diffidenza.

Eppure a Maranges sono nate, in tempi più o meno recenti, alcune realtà virtuose che hanno posto in primo piano la salvaguardia ambientale e il rispetto del territorio, sposando un approccio che, se non altro, va regalando ai vini naturalezza, e con la naturalezza spontaneità ed individualità. Sono doti che non si regalano, doti coraggiose, da che rendono quei vini davvero nudi.

Prendi Les Clos Roussots 2015 di Pierre Fenals, pinonuar discendente da selezione massale e prodotto secondo i dettami della biodinamica nuda e cruda. Del vino spontaneo ha tutto: le increspature aromatiche  – merd de poule compresa -, la variabilità all’aria, la leggerezza del sorso, l’istintività, il frutto purissimo ed il suo candore. Possiede la consistenza di una nuvola, e quel pizzico di volatile che lo fa librare, facendoci dimenticare in fretta un’etichetta graficamente estrosa ed inutilmente impattante.

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Il Caberlot 2014 – Podere Il Carnasciale

caberlotL’esperienza reiterata della “degustazione critica” può portare con sé alcuni effetti collaterali, talvolta indesiderati (soprattutto dagli altri). Ad esempio può portare alla diffidenza, alla supponenza, alla saccenteria, alla riverenza. O alla pericolosa deriva psicologica che intenderebbe, di quella disciplina, applicarne i canoni sempre e comunque, anche in consessi nei quali liberare gli ormeggi sarebbe pratica sana a giusta, ai fini di una pacifica convivenza con il mondo.

Legarsi troppo strettamente ai cliché fattuali e comportamentali tipici di una disamina asettica e micrometrica, imporsi cioè di spezzare il capello in quattro, è un po’ come rifuggire l’emozione per l’emozione o invecchiare più precocemente, invecchiare dentro.

Ecco, nell’intima perfezione di un vino del genere, nel suo vortice ipnotico, ogni rigurgito di razionalità scompare, e con esso l’obbligo della disquisizione professorale. Non resta che l’emozione, quindi, e tanto fa.

PS: prima di abbandonare del tutto gli ormeggi, e solo per i nostalgici del sapere disquisito, aggiungo che trattasi di uno di quei vini (rossi) che assomigliano solo a sé stessi. E che il piacere agevolato di averlo potuto apprezzare – eccezionalmente – in una bottiglia da zerosettantacinque (tiratura super limitata per la ristorazione) anziché nella tradizionale magnum, ha avuto il tempo come unico nemico: sono bastati pochi minuti infatti per portare a compimento la missione e svuotarne il contenuto! Nessuna traccia di capelli spezzati nei dintorni.

Nella prima immagine (foto dell’autore): uno dei murales di Apricale, borgo magico e arroccato dell’Alta Val Nervia (IM)

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