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Montepulciano d’Abruzzo Doc: 50 anni e non sentirli

50-anni-montepulciano-dabruzzo50 anni non sono pochi. A maggior ragione se a compierli è una Doc vinicola. Oggi il vino è diventato argomento mainstream. A lui sono dedicati miriadi di riviste, guide, portali specializzati. Fa ormai parte in pianta stabile nel palinsesto di radio e TV nazionali. Le associazioni e i corsi da sommelier e derivati proliferano e sono sempre pieni. Insomma, è argomento di discussione pubblica e indubbiamente uno dei pilastri su cui si regge l’economia dell’intero settore agroalimentare, strategico per il nostro paese. 50 anni fa non era così. Nemmeno 40 o 30. Forse nemmeno 20… Diamo per scontato che lui, il vino, ci sia sempre stato, dimenticando che la stragrande maggioranza dei nomi e dei protagonisti, di cui oggi facciamo un gran parlare, sono nati o emersi dall’oblio nelle ultime due decadi. Insomma, il grosso della storia del vino italiano è roba recente in realtà.

Ecco perché quando ricevo in posta o leggo delle numerose iniziative promozionali (Vinitaly, Prowein e altre ne seguiranno durante tutto l’anno) che il Consorzio di Tutela dei Vini d’Abruzzo – quello a cui, come chi ha la bontà di leggere queste pagine ben sa, mi sento più vicino per ragioni di cuore ed appartenenza territoriale – da una parte mi sento un po’ orgoglioso anch’io, nel vedere come il “mio” Abruzzo finalmente stia provando a parlare e a far parlare di sé in maniera più strutturata e presente, dall’altra rifletto e dico…però, il Montepulciano d’Abruzzo Doc compie 50 anni!

consorzio-tutela-vini-abruzzoQuello che penso del Montepulciano lo racconto da anni (magari, per una disamina più approfondita, leggete qui). Ne bevo talmente tanto che sono convinto che si sia ormai insinuato nelle mie vene come una sorta di fluido integrativo, che da più forza e scorrevolezza al mio sangue. E, numeri alla mano, non sono il solo a berne.  Sono più di 35mila gli ettari a Montepulciano sparsi in tutte le regioni della fascia centrale (è il secondo  vitigno più coltivato d’Italia). Funge da base prevalente per tre Docg (Colline Teramane in Abruzzo, Rosso Conero nelle Marche e Castel del Monte in Puglia) e per innumerevoli Doc e Igt. Insieme a chianti, prosecco e lambrusco è il vino italiano più venduto nella grande distribuzione e il più esportato all’estero. Insomma, parliamo di un protagonista importante del panorama enologico nazionale.

Ma il Montepulciano non è (più) solo quantità. È anche qualità: che si esprime innanzi tutto nella sua nota versatilità (non ce ne sono tanti, eh, di vitigni capaci di essere buoni sempre, sia vinificati in rosato, che come vini quotidiano a tutto pasto, che infine come grande rossi da invecchiamento!). Ma soprattutto – e più passano gli anni e più me ne convinco – è vino capace di un’evoluzione nel tempo che nulla ha da invidiare ad altri rossi più blasonati. All’inizio restavo basito, quasi incredulo quando stappavo montepulciani di 15-20-25 anni e li trovavo di un’integrità, un’espressività, un’eleganza che avresti ricondotto solo ai grandi rossi di Langhe o Toscana. Oggi ormai ci ho fatto il callo, so che è così, e faccio il possibile per raccontarlo. Per esprimere un parere sintetico mi piace spesso ricorrere ad una frase di Attilio Scienza, uno dei più autorevoli esperti di storia e ricerca ampelografica al mondo: «Il Montepulciano d’Abruzzo è un vitigno che deve stare sicuramente tra i primi quattro-cinque assoluti a livello nazionale». Io l’ho capito e spero possiate convincervi anche voi.

In procinto allora di partire anche quest’anno per una nuova tappa del tour de force delle degustazioni guidaiole, in cui avrò la possibilità di fare il consueto check-point delle ultime annate, un primo momento di sintesi e di riflessione è stato per me l’evento organizzato a Roma ormai un paio di mesi fa (ne scrivo con colpevole ritardo). Per presentarsi alla capitale, l’Abruzzo ha fatto le cose in grande: la location sempre affascinante dell’Hotel Rome Cavalieri, la partnership con FIS/Bibenda (su cui possiamo dire di tutto, ma non che non sappiamo organizzare e gestire un evento di qualità), i numeri importanti (60 cantine, con sulla carta 120 etichette ma poi in realtà erano molte di più…).

foto-1Di quell’evento ricordo tante cose. Il piacere innanzi tutto di incontrare tanti amici produttori e vederli li, orgogliosi, a testimoniare la crescita dell’intero movimento vitivinicolo regionale. Una crescita sotto gli occhi di tutti, con tanti progetti di vino sempre più convincenti e tante bottiglie sempre più a fuoco: non più incentrate su una piacevolezza scontata e su ingenue dimostrazioni di potenza, ma capaci di raccontare una terra fatta di asperità e contraddizioni, storicamente rimasta sempre un po’ chiusa in se stessa, ma forse anche per questo intimamente autentica.

Una cosa poi che mi ha colpito piacevolmente è l’aver visto tanti nomi e facce nuove, di aziende giovani e dinamiche, “scese” a Roma per la prima volta. Da “esperto” di vino abruzzese, che ha la stupida ambizione di essere sempre aggiornato, resto colpito quando qualcuno mi segnala il nome di una nuova cantina o di un vino che non conosco. Ecco allora che, oltre a quelli di nomi “storici” o ormai ben noti agli appassionati – come quelli di Monti, Bosco, Cataldi Madonna o Torre dei Beati – ho assaggiato con gran piacere e curiosità i vini di Tenuta Tre Gemme, di Nic Tartaglia, di Tenuta Secolo IX, di Emilio Rapino, di Gioia del Sole. Alcuni di essi non sono novità assolute. Altri li ho incontrati per la prima volta. Mi prendo l’impegno di approfondire e di raccontarvi se saranno altre belle storie di vino abruzzese!

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