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Quarant’anni di Sassicaia

Era un mondo molto diverso quello del 1968, l’anno della prima vendemmia del Sassicaia. Studenti e operai riempivano le piazze a Roma come a Tokio e dappertutto c’era grande fermento e voglia di novità. E anche il sonnacchioso e tradizionalista vino italiano, non rimase immune da questa voglia di cambiamento se non altro perché dal mercato arrivavano segnali sempre più stringenti: il modello italiano aveva cessato di avere appeal. Il Sassicaia nasce per opera di Mario Incisa della Rocchetta nella Tenuta San Guido a Bolgheri, una frazione di Castagneto Carducci, una bellissima località maremmana della provincia livornese. Perché il Sassicaia, a suo modo, fu anch’esso una rivoluzione che influenzò profondamente non solo il vino toscano di allora ma l’intero vino italiano e in qualche modo tuttora continua ad esercitare i suoi effetti.

Un po’ di storia

Mario Incisa della Rocchetta nasce a Roma da una nobile famiglia piemontese originaria di Rocchetta Tanaro, in provincia di Asti, ed era un nipote di quel Leopoldo Incisa della Rocchetta che nel 1862 pubblicò “Descrizione dal vero di 105 varietà di uve, parte indigene e parte di origine straniere”, un testo di ampelografia di grande rilevanza che più tardi diverrà per lui una preziosa fonte di studio e di consultazione. Cavaliere provetto – i cavalli sono un pezzo importante della vita di Mario Incisa – partecipa alla Grande Guerra dove servirà in cavalleria. Terminato il conflitto si iscrive alla Facoltà di Agraria di Pisa dove durante le frequenti cavalcate nella tenuta reale di San Rossore conosce i conti della Gherardesca e il duca Salviati, che gia allora coltivava cabernet nelle sue vigne. Sono gli anni in cui intreccerà i rapporti con Federico Tesio, straordinario allevatore e allenatore di cavalli da corsa con cui successivamente fondò la nota scuderia Dormello Olgiata.
«Di certo, Mario Incisa, non si faceva definire al suo primo apparire – scrive Marco Fini nel volume “Sassicaia storia dell’originale Supertoscano “- La grazia perfida delle battute, lo snobismo alla rovescia, il gioco al ribasso erano la maschera affascinate dietro cui celava un eccesso di sensibilità, una sorta di disagio umano».

Il primo impianto

Mario Incisa poi sposa Clarice della Gherardesca che porta in dote oltre seicento ettari di terreno con una decina di poderi a Bolgheri. Conoscitore e appassionato dei vini francesi, pensò di impiantare delle uve cabernet nel podere di Castiglioncello, a 300 metri s.l.m. in un ambiente incontaminato immerso nella macchia maremmana. Quello dell’entroterra bolgherese è un ambiente particolare, solcato da branchi di cinghiali, profumata di mirto, rosmarino e ginestra che si specchia nel mare, non molto lontano. Le uve cabernet furono giudicate da Mario Incisa più adatte di altre, in considerazione delle similitudini pedoclimatiche, tra cui la vicinanza del mare Tirreno, con l’area bordolese. Si trattava non solo di cabernet sauvignon ma anche di cabernet franc e altri vitigni, raccolti nei vigneti pisani dei Conti Salviati. Il Marchese Mario chiese potature molto corte, mal digerite dal suo personale di campagna abituato a ben altri carichi per pianta. Le prime pionieristiche vinificazioni risalgono agli anni Cinquanta seppur in assenza di una cantina modernamente attrezzata e senza l’ausilio di un enologo. Per la prima volta in Italia però si iniziano ad usare delle barrique seppur mal messe, contenitori che solo molti anni più tardi diventeranno popolari nelle cantine italiane. Il Marchese racconta che a marzo, quando il vino si riteneva pronto, veniva sottoposto all’assaggio dei fattori i quali non lesinavano giudizi assai schietti: “Ci ha il foco” diceva uno oppure “E’ girato” sosteneva un altro, ma la sostanza era riassunta in un inappellabile “E’ un porcaio”. A questo punto decise di lasciare il vino in cantina pur senza accettare quei giudizi così sferzanti. Successivi assaggi però dimostrarono che quel vino grezzo e scalciante nel corso dei mesi si stava trasformando in qualcosa di molto diverso che assomigliava a quei vini di Bordeaux che il marchese aveva imparato a conoscere da giovane. Negli anni Sessanta poi fa il suo ingresso in cantina, un nipote di Mario, il marchese Carlo Guerrieri Gonzaga (oggi affermato produttore in Trentino con la Tenuta San Leonardo), fresco di studi al Lycée Agricole di Losanna, il quale portò delle novità: fermentazione nei tini di legno a Castiglioncello e affinamento in barrique nella villa padronale degli Incisa. Inoltre, dopo aver definitivamente trasferito la cantina nei locali sotto il frantoio padronale a Bolgheri, fece acquistare allo zio, una delicatissima pressa Wilmess a polmone di caucciù che mandò definitivamente in pensione il vecchio tradizionale torchio. Ma non fu l’unica novità. Infatti dall’Italbotti di Conegliano Veneto arrivarono le prime barrique costruite ad hoc sul modello francese.

Il vigneto Sassicaia e l’accordo con gli Antinori

Ormai siamo arrivati ai primi anni Sessanta quando fu piantato del cabernet nel vigneto Sassicaia, da cui il vino prese il definitivamente il nome. Si tratta di un appezzamento, assai pietroso, situato ad una cinquantina di metri s.l.m., da cui, nasce il miglior vino di Bolgheri. Nel 1968 inoltre gli Incisa, stringono un accordo con i cugini Antinori, per la vendita del Sassicaia attraverso la loro rete commerciale. Viene anche creata l’etichetta con la rosa dei venti che tuttora campeggia sulle bottiglie. In conseguenza dell’accordo arriva in cantina Giacomo Tachis, il noto enologo degli Antinori, il quale d’ora in poi seguirà il vino. I cambiamenti furono numerosi e le scelte semiartigianali di Mario Incisa, furono rapidamente abbandonate, non senza qualche polemica. In cantina arrivano le vasche d’acciaio, barrique dalla Francia e anche la cantina – la stessa di oggi- viene spostata lungo il viale dei cipressi dove gli Incisa avevano un locale per lo stivaggio dei bulbi che fu termocondizionato. Tachis definì quel primo 1968 “un esperimento, frutto di un assemblaggio di una quindicina di fusti di diverse annate: il ’66, ’67, e in gran parte ’68, oltre ad una piccola parte di ’65. Il tutto per un totale di 3000 bottiglie”.

Il marchese Mario e il suo fattore vinificavano alla vecchia maniera cioè in tini aperti. Secondo Tachis” La macerazione molto breve – da 3 a 6 giorni – non favoriva l’estrazione dei polifenoli e la svinatura avveniva immediatamente – mi disse Tachis in un intervista di qualche anno fa – per impedire che l’acidità volatile salisse alle stelle. Per la maturazione e l’invecchiamento già usavano fusti di rovere di Slavonia da 180 o al massimo da 200 litri. Comunque da quando sono arrivato in azienda, Mario Incisa non si è più occupato direttamente del Sassicaia. Ha solo continuato a produrre un po’ di vino per casa che qualcuno più tardi ha definito come il “Vino diverso dal Sassicaia” (Si tratta di due annate 1977 e 1980 prodotte da Mario Incisa da pochi quintali di uve di Castiglioncello, l’equivalente di un paio di barrique) sul quale qualche giornalista si è ampiamente sbizzarrito negli anni passati». Giacomo Tachis, insieme al figlio di Mario, Nicolò Incisa, stabilì il nuovo protocollo di produzione del Sassicaia anticipando tutti i tempi, dalla vendemmia alla vinificazione, dalla messa in barrique all’invecchiamento (massimo 22 mesi) all’imbottigliamento. Inoltre eliminarono dai vigneti tutte i vitigni estranei, ridussero la percentuale di cabernet franc al 15% così come le rese, oggi di 40/45 q.li per ettaro.

I primi riconoscimenti

Il primo imbottigliamento di questo vino non suscitò particolari reazioni se non qualche anno dopo quando si incominciò a capire l’importanza dell’avvenimento. Infatti fu un uscita abbastanza in sordina che non poté nemmeno godere del bis l’anno successivo – il 1969 non fu imbottigliato e lo stesso destino toccò poi al 1973 – ma a parte questi due episodi il Sassicaia è sempre stato presente all’appuntamento anche nelle annate più difficili. Il primo ad accorgersi di quanto fosse grande e importante quel vino, fu Luigi Veronelli che sul numero di Panorama n° 447 del 14/11/1974 dedicò al Sassicaia 1968 l’intera sua rubrica scrivendone in termini entusiastici. Nel 1978 poi arriva anche la consacrazione internazionale. In una degustazione con campioni rigorosamente anonimi organizzata a Londra, il Sassicaia di un’annata eccezionalmente piovosa come il 1972 sbaraglia i migliori 32 Cabernet Sauvignon del mondo tra cui i migliori Château bordolesi. A quei tempi era un evento eccezionale che un italiano mettesse in riga dei francesi. E così il fenomeno Sassicaia esplode a livello planetario e qualche anno dopo la sua popolarità è tale che in Canada gli appassionati locali passano una notte – gelida come può esserla d’inverno in quel paese – davanti al negozio statale pur di assicurarsi qualche bottiglia del 1981. L’avvenimento fu celebrato dai partecipanti con un badge che fece epoca “I froze my ass for the ’81 Sass” (Mi sono gelato il sedere per il Sassicaia ’81”). A questo punto il Sassicaia diventa un fenomeno planetario e un simbolo dell’eccellenza del vino italiano nel mondo.

Mario Incisa morirà il 4 settembre 1983. Un altro grande personaggio del vino italiano, Nicolò Antinori, scomparso anni fa, volendo rendergli omaggio dirà queste parole «Aver inventato il Sassicaia giustifica una vita, dà ragione di tutto»

Un ruolo d’innovazione

Non è un caso che si parli del “prima” e del “dopo” Sassicaia, come a stabilire la fine di un periodo storico e produttivo e con la sua nascita l’inizio di una nuove e feconda stagione per tutto il vino italiano. Il Sassicaia infatti è sempre stato vissuto come il primo di una nuova era del vino italiano e per questo è stato indicato come il capostipite dei Supertuscans. Questi ultimi inizialmente erano classificati come “Vini da tavola” – come del resto lo era il Sassicaia – preferendo essere confusi nella classificazione più bassa della scala produttiva italiana – la stessa del vino in scatola- pur di non rinunciare alla libertà di innovare senza gli schemi rigidi dei disciplinari. In questo senso l’influenza esercitata sull’impostazione di tantissimi disciplinari delle Doc, a partire da quello del Chianti Classico, fu enorme. Ma la stessa storia del Sassicaia nei confronti della disciplina delle denominazioni fu travagliata. Infatti nel Bolgherese la Doc esistente prevedeva un Rosato e un Bianco e men che mai un vino da uve cabernet sauvignon e franc. Per questo resterà un “Vino da tavola” per oltre venticinque anni, sino alla vendemmia 1994, quando i legislatori si accorsero che forse il più importante e famoso rosso italiano non era conveniente che rimanesse equiparato ad un anonimo liquido in brik. Da quel momento in poi divenne un Bolgheri Superiore Sassicaia, il vino che aperto la strada a tutti i vini della Maremma e in generale dell’intera Costa Toscana. Giacomo Tachis in un intervista mi dichiarò che “Non è bravo l’enologo a fare il Sassicaia è vero il contrario, è il Sassicaia a far bravo l’enologo”.

Lunga vita al Sassicaia.

Per gentile concessione di www.focuswine.it

Nelle immagini: i vigneti nei pressi del Castello di Castiglioncello; Giacomo Tachis; Nicolò Incisa della Rocchetta
L’immagine di Giacomo Tachis è tratta dal sito www.fmxgroup.eu; le altre foto di ArchivioAB

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