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Sudafrica … un vino “mondiale”!

Sono certo che con i mondiali di calcio del prossimo anno scoppierà anche in Italia la “Sudafrica-mania”. Vorrei allora giocare d’anticipo (tanto per restare in tema calcistico…) e raccontarvi cosa ho visto ed assaggiato durante il mio ultimo viaggio nella terra di Mandela.

Il Sudafrica (insieme soprattutto a Cile, Argentina, USA e Australia) fa parte del cosiddetto “nuovo mondo” enologico, ovverosia di quel gruppetto di paesi che oggi possono vantare un ruolo significativo nel mercato del vino internazionale pur non avendo storia e tradizioni consolidate come noi o come i francesi. Pochi sanno però che le prime vigne nella regione del Capo furono piantate dai colonizzatori olandesi già nel 1659, e che oggi in questo affascinante paese ci sono quasi 150mila ettari di vigneti, allevati in zone agronomicamente vocate, paesaggisticamente straordinarie e dalla natura ancora intatta.

Durante il 1700, e per buona parte del 1800, il Sudafrica era un importante produttore di vino che riforniva di vini dolci e fortificati l’Inghilterra, di cui era fiorente colonia. Una serie di accordi commerciali anglo-francesi (che ridussero le necessità di importazione di vini/liquori dalle colonie) e la fillossera, misero in ginocchio il sistema produttivo sudafricano, che agli inizi del 1900 si ritrovò quindi in una drammatica crisi.

La risposta a tale emergenza fu la nascita di un sistema di cooperative, che, se da una parte garantirono ai produttori un mercato di sopravvivenza, dall’altra perseguirono una filosofia di produzione in cui alta quantità e basso costo erano le uniche variabili di interesse. Grazie poi alle severe leggi protezioniste dell’epoca, alcune di queste cooperative (in particolare la gigantesca KWV) arrivarono ad avere il totale controllo del mercato, di cui erano in grado di fissare prezzi e quantità. Il declino del paese come produttore vinicolo fu conseguenza inevitabile, e nessuno più senti parlare del Sudafrica nei “salotti” enologici internazionali.

La situazione è cambiata appena una ventina d’anni fa, quando alla KWV fu imposto di rinunciare alla propria posizione dominante, e un nuovo organismo regolatorio a nomina governativa, il Wine Industry Trust, assunse un ruolo guida nel rilancio di questo importante mercato. Oggi rappresentanti di tutte le principali aziende e cooperative produttrici, insieme alle istituzioni, ai distributori, alla stampa di settore, lavorano per promuovere il consumo di vino di qualità all’interno del paese, e creare le fondamenta culturali e organizzative per rendere competitivo il vino sudafricano nel mercato internazionale.

D’altronde, la qualità media dei prodotti è in rapida ascesa, il numero di vini interessanti cresce di anno in anno, e, complice anche un cambio molto favorevole, il rapporto qualità-prezzo è in alcuni casi decisamente vantaggioso.

Tra le regioni più vocate troviamo la zona di Constantia, negli immediati dintorni di Cape Town (ci si arriva dalla città in mezz’ora di macchina). In questa penisola dal clima fresco e piovoso nacquero le prime coltivazioni di vite prima del 1700, e il periodo di massima fama venne raggiunto nel 18-esimo e 19-esimo secolo grazie al rinomatissimo “Vin de Constance”, un vino dolce apprezzato da sovrani ed intellettuali di mezza Europa. Oggi nella regione di Constantia, e per estensione nella penisola del Capo, troviamo ancora alcune aziende storiche, tra le migliori del paese: Buitenverwatching, Steenberg, Klein Constantia. Aziende capaci di portare sul mercato alcuni Sauvignon Blanc e Semillon sorprendenti (profumati, freschi, sempre meno legnosi e di grandissima beva), e rossi come Cabernet Sauvignon e Merlot con un’eleganza non comune altrove.

Un altro comparto di sicuro interesse (numericamente parlando il più importante del paese) è senz’altro quello di Stellenbosch, Franschoek e Paarl, un centinaio di km a nord di Cape Town (in realtà sono 3 zone produttive distinte, che io ho accomunato per semplicità). Posti incantevoli, ad altissima vocazione enogastronomica (in questi paesini immersi tra monti, colline verdeggianti e ordinati vigneti si trovano alcuni dei migliori ristoranti di tutto il continente africano!) e che vantano la più alta concentrazione di aziende vitivinicole del paese (sono a centinaia, tutte raggiungibili nel raggio di poche decine di km). Qui, accanto ai soliti vini dai vitigni internazionali, si trovano rossi più intensi e corposi, spesso ottenuti dal vitigno “autoctono” sudafricano per eccellenza, il pinotage, un incrocio di pinot nero e cinsault (che è coltivato un po’ in tutto il paese).

Un’ultima zona che vorrei citare (ne ho tralasciate altre come quella di Worcester, dell’Olyphants River Valley, del Breede River Valley, la cui importanza ad oggi è ancora marginale) è quella di Walker Bay, nei dintorni di Hermanus (cittadina celebre per l’avvistamento delle balene). Si tratta di una regione 300 Km a est della penisola del Capo, convertita alla vitivinicoltura solo da qualche decade grazie alle sperimentazioni di poche aziende come la Hamilton Russell e la Bouchard Finlayson, che qui hanno trovato un terreno e un clima (brezze marine + altitudine) che si sta rivelando adatto alla produzione di vini a base chardonnay, pinot noir e pinotage di insospettabile eleganza e longevità.

La selezione che segue, lungi dall’essere esaustiva, riporta i vini di fascia medio-alta che più mi hanno convinto e, in alcuni casi, decisamente sorpreso! Come già detto si tratta in generale di prodotti dall’ottimo rapporto qualità/prezzo (almeno nel luogo d’origine), che però è ancora piuttosto complicato trovare in Italia (importatori: fatevi avanti!). Io, nel frattempo, proverò a ricontattare qualche amico produttore di laggiù: il prossimo anno qualche bella boccia di vino sudafricano la berrei proprio volentieri… ovviamente tifando Italia!

N.B. – Per questioni di spazio mi sono limitato a riportare un paio di etichette per produttore, ma in generale anche gli altri vini di queste aziende meritano attenzione (tra parentesi il prezzo franco cantina in Rand sudafricani… al cambio attuale 10 euro = 120-130 Rand) :

KLEIN CONSTANTIA
Sito Web: www.kleinconstantia.com/
E-mail: info@kleinconstantia.com

Cantina a gestione familiare ma molto ben organizzata (come molte da queste parti), che merita una visita se non altro per assaggiare il famoso vino dolce Vin de Constance. Comunque, elevata qualità media anche degli altri vini.

Marlborook Red 2006 (R150)
Un uvaggio bordolese ben riuscito. Al naso esprime concentrazione di frutto ma anche una discreta complessità: i classici frutti rossi e neri sono impreziositi da venature fresche di menta e da note tostate-vanigliate. In bocca ha un corpo notevole: di nuovo torna il frutto, vivo, polposo, che con la sua materia riesce a bilanciare bene gli estratti del legno. È un vino potente, vigoroso, ma senz’altro equilibrato, con un finale lungo e con tannini ancora grintosi. Buono già adesso, ha la stoffa per reggere tranquillamente 8-10 anni.

Vin De Constance
2004 (R330)
E’ il fiore all’occhiello dell’azienda, pronipote del leggendario vino da dessert bevuto nelle corti di mezza Europa, considerato nel 18-esimo e 19-esimo secolo uno dei migliori vini del mondo. La produzione di questo vino si era interrotta alla fine dell’Ottocento, a causa della crisi economica e della fillossera. Dopo circa un secolo, dopo un attento lavoro di ricerca ampelografica, il Vin de Constance è tornato in vita e i risultati sono interessanti. Frutto di una vendemmia tardiva di uve Moscato d’Alessandria (il nostro Zibibbo), che vengono lasciate a macerare sulle bucce per diversi giorni, matura per circa 4 anni in acciaio e barrique. Il naso è un mix esotico molto affascinante: ananas, mango, agrumi canditi. In bocca l’acidità bilancia la dolcezza e, complice una struttura non esagerata, lo rende estremamente bevibile e mai stucchevole. Finale persistente ed elegante.

BUITENVERWACHTING
Sito Web: www.buitenverwachting.co.za/
E-mail: info@buitenverwachting.com

Questa azienda a pochi passi da Cape Town è stata una delle mie preferite, soprattutto grazie alla splendida degustazione che ho avuto insieme all’enologo Hermann Kirschbaum, un personaggio originale e divertente, che vive praticamente in simbiosi con la sua cantina, e che staresti per ore a sentir parlar di vino. Visita vivamente consigliata agli amanti di vini eleganti, poco muscolari, assai “partecipativi” e a prezzi più che onesti. Ma non aspettatevi un’accoglienza a 5 stelle: qui si bada al sodo!

Cabernet Sauvignon 2004 (R65)
E’ uno dei pochi vini che ho riportato in Italia, perchè a mio modo di vedere aveva un rapporto qualità-prezzo incredibile. A 5€ o giù di lì puoi bere un Cabernet Sauvignon di tutto rispetto. Naso pulito, franco, che alterna le tipiche note erbacee e di peperone ad una tostatura “caffettosa” non invadente. In bocca, pur non avendo una gran complessità, ha però un equilibrio, un dinamismo, una freschezza che ti porta a svuotare il bicchiere senza pensarci più di tanto, caratteristica quest’ultima che ho riscontrato un po’ in tutti i vini dell’azienda. Encomiabile esempio di vino da tutti i giorni.

Christine
2004 (R200)
E’ il vino “flagship” (vino “bandiera”) dell’azienda, dedicato a Christine, la moglie del proprietario, nota per l’attenzione allo sviluppo culturale e sociale dei propri “farmers” (i braccianti che lavorano le terre della tenuta e che vivono con le loro famiglie in alloggi in stile coloniale all’interno dei campi). E’ un uvaggio bordolese assai noto in Sudafrica e spesso premiato dalla critica. Naso ricco e complesso, dove il fruttato si intreccia a note che ricordano l’erba fresca e a nuances di affumicatura. Al palato è sapido, ha contrasto, definizione, ampiezza: un vino di gran solidità e con tannini finissimi. Nel finale torna un po’ invadente il vanigliato del rovere, ma nel complesso è un gran bel vino che sta mostrando nelle annate più vecchie anche un notevole potenziale di invecchiamento.

CONSTANTIA UITSIG
Sito Web:  www.constantia-uitsig.com/
E-mail:  wine@uitsig.co.za

E’ un’azienda bellissima, che riunisce vigneti, tre ristoranti, un hotel a 5 stelle e un centro benessere. Nonostante tanta pomposità, i vini si distinguono invece per freschezza ed eleganza, specie quelli bianchi. Un indirizzo da non perdere se non altro per provare il ristorante aziendale “La Colombe”, uno dei migliori di tutto il Sudafrica e dove ho avuto una delle più estasianti esperienze culinarie della mia vita!

Semillon 2007 (R115)
È uno dei vini di punta dell’azienda, vincitori di diversi concorsi a livello nazionale. Al naso ha più frutta che fiore, ma è un fruttato delicato, non “sparato” come spesso capita con questi vini dell’emisfero sud. Il legno è percettibile ma ben integrato, e si sovrappone a uno sbuffo di pepe bianco e ad una mineralità che mi ricorda la cenere. Al palato è vellutato, rotondo, dal gusto pieno e ricco. Ha un ingresso quasi dolce, che presto lascia il posto al frutto vivo, per chiudere su note tostate.

Constantia
2007 (R112)
70% di semillon e 30% di sauvignon blanc. Naso che comunica pulizia e freschezza. Pesca bianca, ananas, scia minerale di fondo anche qui. In bocca addirittura mi convince ancora più dell’altro, perché ha una verve acida più pungente, che, a parità di struttura e di sapidità, lo rende più vivo, più scattante e contrastato, agevolandone la beva. Inoltre il legno si sente ancor meno e torna appena un po’ nel finale, comunque di estrema lunghezza e pulizia.

STEENBERG
Sito Web:  www.stenberghotel.com
E-mail:  info@stenberghotel.com

E’ una bellissima tenuta che vanta un bellissimo country-hotel e un rinomato campo da golf. E’ la più antica azienda vinicola della penisola del Capo (i primi vini risalgono al 1695!) e i suoi vigneti sulle colline che fiancheggiano la Table Mountain offrono vini eleganti e assai apprezzati in tutto il paese. Tra le curiosità, segnalo anche un nebbiolo in purezza (!) che però non ho avuto la fortuna di provare in quanto prodotto in piccolissime quantità presto esaurite.

Magna Carta 2007 (R395)
E’ un uvaggio di sauvignon blanc e semillon da applausi! Vino bianco “icona”, che fa sempre incetta di premi e riconoscimenti a livello locale e che dimostra le grandi potenzialità di quest’area vinicola. Al naso è freschissimo, con note che mi ricordano l’erba appena tagliata e il bucato profumato appeso ad asciugare. Poi agrumi e buccia d’arancia. Che bello! In bocca si conferma con una notevole spinta acida, abbastanza tagliente. Ha comunque equilibrio, frutto, sapore, lunghezza… insomma un gran bel vino!

Shiraz
2007 (R110)
Il rosso più famoso (e premiato) dell’azienda è il Catherina, uvaggio di cabernet sauvignon, merlot e shiraz. A me però è piaciuto di più questo shiraz in purezza, che ho apprezzato soprattutto per l’equilibrio, la gustosità e la facilità con cui si lascia bere. Nel 2007 il rovere è ancora molto marcato, ma già nell’annata precedente il legno era molto più amalgamato, e questo mi lascia ben sperare… Non un mostro di complessità, ma senz’altro apprezzabile.

HAMILTON RUSSELL
Sito Web:  www.hamiltonrussellvineyards.co.za
E-mail:  hrv@hermanus.co.za

Questa bella azienda si trova nel distretto di Walker Bay, a sud-est di Cape Town. E’ una regione convertita al vino da pochi decenni, ma che si sta segnalando per il carattere e la personalità dei vini che ne derivano. In particolare, l’attuale proprietario Anthony Hamilton Russell – persona simpatica, ospitale e di grande cultura – è da sempre animato dall’ambizione di dimostrare che i suoi pinot nero e chardonnay possono competere a livello internazionale anche con i più blasonati “avversari” del Vecchio Continente. Si tratta comunque di prodotti molto “territoriali”, che si distinguono dagli altri vini del paese per eleganza, finezza e tenuta nel tempo. Da segnalare anche un tentativo di Pinotage “importante” che alle prime uscite sta mostrando segnali interessanti.

Pinot Noir 2006 (R270)
Stilisticamente è chiara l’impronta “borgognona”. E’ un vino che si esprime su un registro di finezza e di elegante austerità. Ha un naso che dopo qualche reticenza iniziale si mostra ampio e affascinante: frutti rossi e neri, spezie, una nota terrosa, un tocco fumè, si susseguono in un quadro di estrema pulizia. In bocca è di gran spessore: ha polpa, frutto fragrante, un calore alcolico (14°) avvertibile ma ben bilanciato dalla freschezza dell’acidità, che gli dona la necessaria “agilità”. La trama tannica è fine e ben controllata, e il finale lungo, dove tornano un mix di spezie e frutto. Probabilmente ancora in parabola ascendente, ma a mio avviso è già grande!

Chardonnay
2005 (R220)
Qui siamo al top dell’interpretazione Sudafrica di questo vitigno. Basti pensare che il 2006 (purtroppo esaurito) è stato premiato come miglior vino bianco dell’emisfero sud, e questo 2005 fu scelto da Nelson Mandela come dono per la Regina d’Inghilterra nel corso della sua prima visita ufficiale in terra inglese. Il naso, pulito e preciso, va da note fruttate abbastanza mature (marmellata di agrumi, arancia candita…) a sentori minerali di pietra focaia, di scatola di fiammiferi. In bocca poi esplode! Ha una vibrazione acida che ti accompagna per tutta la beva, fino alla deglutizione, e che “dinamizza” un frutto più vivo e fragrante di quanto ci si poteva aspettare dopo l’olfattiva. Il finale è pulito e persistenze, con un lunga scia minerale.

VERGELEGEN ESTATE
Sito web: www.vergelegen.co.za

E’ una tenuta bellissima di circa 100 ettari ai bordi meridionali del distretto di Stellenbosch, che da anni vince il premio di più bella cantina del Sudafrica (date un’occhiata al sito web e capirete perché!). Oltre alla bellezza dei paesaggi (tra l’altro preservati con attenzione grazie a numerose iniziative di sviluppo eco-sostenibile), sono anche i vini a far parlare di Vergelegen e a renderla una delle aziende più famose e visitate del paese. Vini che puntualmente strappano valutazioni a 5 stelle sulla John Platter’s Guide, la guida più autorevole da quelle parti.

Vergelegen White 2007 (R145)
Il rosso e il bianco che portano il nome dell’azienda sono entrambi buonissimi. Scelgo il bianco solo per questioni di sfumature… Siamo di fronte al “solito” uvaggio di semillon e sauvignon blanc. Naso fine e delicato che comunica un’idea immediata di freschezza e pulizia, di fiori di campo, di erba appena tagliata e agrumi succosi e fragranti. In bocca ha una progressione fantastica: scattante, contrastato, ha un ingresso pungente, quasi “piccante”, poi una sferzata acida che precede una ricca sapidità minerale, con un finale di gran persistenza. Ne fanno solo 6000 bottiglie che vanno esaurite in poco più di un mese… ti credo!

“V”
2004 (R750)
E’ noto per essere il più costoso vino del Sudafrica (da capire se sia un pregio o un difetto…). Personalmente mi è piaciuto leggeremente di più il Vergelegen Rosso, ma non potevo non recensire questo vino simbolo. Il profilo olfattivo è senz’altro di classe: intenso, con frutti scuri che si intrecciano a note tabaccose, di sottobosco, di funghi. In bocca è rotondo, perfettamente bilanciato, con una struttura palpabile che si espande al palato riempiendolo di sapore. Legno percettibile ma non caricaturale. Vino di impostazione moderna, senz’altro ben fatto ma forse un po’ dimostrativo.

BACKSBERG
Sito Web:  www.backsberg.co.za
E-mail:  info@backsberg.co.za

Questa è stata un’altra delle mie visite preferite. Una cantina modello, di dimensioni più “umane” rispetto ai colossi precendenti, considerata da molti la vera avanguardia della produzione vinicola sudafricana. Il concetto di rispetto per l’ambiente è centrale: cantina a zero emissione di CO2 (re-impiantano tanti alberi quanti sono quelli che “consumano”), utilizzo di fonti energetiche alternative, acqua di montagna come liquido di raffredamento per il controllo della temperatura, e molto altro. Una visita istruttiva oltre che piacevole.

Viognier 2006 (R116)
Impianti fittissimi (+10000 piante per ettaro) per questo vino da viognier, il vitigno a bacca bianca originario della Valle del Rodano che qui Backsberg hanno voluto sperimentare in purezza. I risultati sono incoraggianti. Al naso ha profumi prevalentemente fruttati, dolci e freschi, che ricordano l’albicocca, la pesca, i limoni. In bocca da il meglio di se: ha un frutto esplosivo, succosissimo, contrastato da una vibrante acidità. Un sapore ricco e lungo, dove è esemplare l’utilizzo discreto del legno. Gran bel vino!

Babylons Toren 2003 (R130)
E’ il vino più importante dell’azienda (a testimoniare anche una politica di prezzi molto conveniente). Un uvaggio di cabernet, merlot e shiraz che passa ben 36 mesi in barrique. Ha un naso intenso e concentrato, con profumi maturi che ricordano la marmellata di ciliegie, le more, il mirtillo, il tutto su una intrigante nota tabaccosa. Al palato ha tannini possenti ma di grana nobile, con una fragranza di frutto che ben compensa il dosaggio del legno, una struttura imponente ma che non ne pregiudica, in fin dei conti, la beva. Lungo finale su mix di frutta scura e tabacco. Classico vino di impostazione internazionale, tuttavia ben fatto e non caricaturale.

7 Comments

  • teresita bondioli ha detto:

    siamo stati in sudafrica, i vini sono eccellenti dove si possono trovare in italia. potete rispondere grazie.

  • Franco Santini ha detto:

    purtroppo la distribuzione di vini sudafricani in Italia è molto scarsa. Qualcosa si può trovare in enoteche ben fornite, oppure nei listini di qualche grosso importatore (tipo Heres) … altrimenti bisogna sperare che con la popolarità che porteranno i prossimi mondiali di calcio anche il vino sudafricano possa godere di una maggior vetrina, perchè se lo merita!
    Grazie per il commento.

  • chiara luisi ha detto:

    Come mai su tutti gli articoli dedicati ai vini sudafricani non vi è mai un solo riferimento alla situazione dei lavoratori di colore della farms? Da amante del vino riconosco al vino sudafricano delle gradissime qualtità, tant’è che ho lavorato per un’intera vendemmia (da gennaio a febbraio2009) in un’azienda sudafricana, proprio per conoscerne la viticultura.
    Tuttavia, una volta entrata in quell’ambiente e avendo viaggiato in lungo e in largo la penisola del Capo, ho appreso con dolore che la maggiorparte (e parlo per esperienza diretta) della farms sudafricane (mi sento di escludere certamente BUITENVERWACHTING, visto che viene citata nell’articolo) sottopagano i propri dipendenti di colore, che in quet’area sono per lo più colored, lasciandoli vivere in vere e proprie baracche sudice e spesso senza servizi igienici, opportunamente nascoste agli occhi dei visitatori!
    Quel che è peggio, è che i datori di lavoro bianchi (e parlo fuori di retorica) definiscono i loro dipendenti lavativi, disinteressati al vino se non per ubriacarvisi e privi di professionalità!
    Ci saranno motivazioni molto profonde, credo!
    Ogni volta che ho lavorato fianco a fianco con i miei colleghi colored, mi sono chiesta come potessero queste persone, letteralmente sfruttate e tenute nell’ignoranza totale di loro diritti e doveri, riuscire a “provare passione” per il vino, visto che gli enologi e i proprietari (raramente di colore!) non si sforzano nemmeno di spiegare a cosa serva, per esempio, un rimotaggio!
    Dopo la fine dell’Aparthaid, sarà cambiato molto anche per la gente di colore, discriminata e privata della propria libertà, ma nelle campagne gli echi del miracolo Mandela sono arrivati debolmente e la situazione è ancora molto grave.
    Da una lato c’è la colpevole accidia di molti colored, che preferiscono guadagnarsi il loro tozzo di pane e due soldi per il vino con cui ubruacarsi nel weekend piuttosto che lottare per i loro diritti, dall’altra il taciuto orribile sfruttamento che la classe dirigente bianca continua a fare della manodopera di colore nelle farms.
    Non dobbiamo dimenticare di tutto questo quando parliamo di vino, perchè se è vero che esso è l’espressione di una cultura, quello sudafricano (fatte le dovute eccezioni!) parla anche della situazione che ho appena descritto.
    Non sono una bigotta, non sono politicamente schierata, sono solo una donna che è andata a fare esperienza della viticoltura sudafricana e può testimoniare di ciò che ha visto e provato dolorosamente personalmente.

    Per rispondere alla richiesta della signora Bondioli riguardo la possibilità di trovare vini sudafricani in Italia, esistono diverse aziende importatrici, tra cui Afriwines, rintracciabile facilmente sul web.
    Tuttavia, il mio consiglio è: prima di comprare un vino sudafricano, facciamo il possibile per capire se quel vino non sia stato fatto sfruttando manopera a bassissimo costo. E’ un nostro dovere!

    Ringrazio dell’attenzione e mi scuso per essere stata così prolissa.

  • chiara luisi ha detto:

    Rettifico: il periodo in cui ho lavorato in Sudafrica è stato da gennaio a marzo 2009

  • Franco Santini ha detto:

    Gentile Chiara, mi scuso per il ritardo nella risposta ma sono stato fuori dall’Italia per 2 settimane. Quello che dice è purtroppo vero. La manodora nera ipersfruttata è una piaga sociale da cui il Sudafrica faticherà ancora a lungo a liberarsi. Tuttavia non mancano esempi “illuminati” e Buitenverwachting è per l’appunto uno di questi: ho visto le case e le condizioni in cui lavorano i coloured del posto e le assicuro che sono più che dignitose e rappresentano un vanto per l’azienda. Lo stesso posso dire di Backsberg. Un motivo in più per comprare i loro vini!
    Cordiali saluti.

  • Aggiungo la mia esperienza diretta a questo dibattito interessante, come produttore di vini in Sud Africa. Quello che dice Chiara e’ condivisibile, in parte. Ho avuto il piacere di raccontarle direttamente la mia esperienza qui, visto che ha fatto la vendemmia da un mio amico nel Western Cape e ci siamo conosciuti. Quello che posso aggiungere e’ che purtroppo non basta dire paghiamo il giusto, offriamo educazione, spieghiamo i diritti e smettiamo di sfruttare i lavoratori delle farm per cambiare le cose. Ci sono tante aziende e persone che hanno preso in mano situazioni pre-esistenti, compreso io, e hanno ereditato problemi relativi allo sfruttamento che non e’ durato anni ma generazioni o secoli. Pensare di cambiare le cose in pochi anni e’un’illusione irrealizzabile, lo strato sociale su cui si interviene non esiste, i lavoratori delle farm, di questa generazione, sono nati e cresciuti sotto il pregiudizio e la convinzione che il loro scopo di vita sia di fare il minimo per sopravvivere e non progredire, e spesso lo insegnano ai loro discendenti, non parlo di familiari perche’ anche il concetto di famiglia e’ troppo vago da applicare in certe situazioni. credetemi se vi dico che per anni ho provato a migliorare le condizioni di vita e sociali di gruppi di lavoratori che non vogliono ascoltare, che non possono ascoltare. Al contrario, in altri settori, dove l’educazione e’ esistita anche prima ed esiste in modo relazionabile al nostro concetto di tessuto sociale, la sitazione e’ molto diversa, ci sono persone che in meno di una generazione si sono fatte strada nella scala sociale e sono in posizioni di rilievo. nelle farm purtroppo ci vorra’ un po’ di piu’. Relegare il vino sudafricano a un prodotto fatto sfruttando i lavoratori non mi sembra giusto, in nessun caso, spesso anche gli assistenti socilai e le NGO internazionali, che sono molto presenti in queste realta’, devono fare i conti con situazioni difficili e con poche soluzioni immediate. Gli stipendi sono regolati dalla legge e sono almeno triplicati negli ultimi 10 anni, le condizioni di vita e sociali dei lavoratori delle farm non sono invece migliorate di molto, nonostante gli sforzi di tante persone.

    saluti
    pedro estrada belli, belbon hills wines

  • Design Wine ha detto:

    Molto interessante quanto scritto.

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