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Il vino italiano
si evolve, e con lui il modo di produrlo; la filosofia che sta alla base
delle scelte dei produttori può essere o no condivisa. Sullo sfondo,
il mercato, ma non solo. Facciamo un paio di esempi. Le aziende di punta
del Chianti abbandonano sempre di più i vitigni bianchi nella composizione
dei loro prodotti: quanto si guadagna in qualità del vino, e quanto
di perde in "tipicità"? Oppure: appaiono sempre più frequentemente
sul mercato vini ottenuti da blend di vitigni internazionali impiantati
perlopiù da pochi anni; sono vini in genere a buon mercato e godibilissimi.
Se da una parte fa sempre piacere acquistare dei prodotti che a meno di
15 mila lire danno delle buone soddisfazioni, dall'altra talvolta può
venire il sospetto di avere a che fare con prodotti quasi "di laboratorio",
frutto di calcolate alchimie, e del tutto avulsi dal contesto in cui nascono.
Tutto ciò
può essere oggetto di dibattito: accogliamo perciò il parere
di un agronomo operante in Lucchesia.
La grande varietà di vitigni, forme di allevamento,
di tecniche di vinificazione ed affinamento, testimoniano il lavoro di
millenni intorno a alla vite. Quello che però non mi pare ancora
chiaro a sufficienza è quanto questo lavoro di perfezionamento
del "prodotto" vino sia collegato all'ambiente, all' uomo ed alla varietà
di vite stessa.
La cosa che infatti mi pare molto improbabile è
la trasformazione repentina che molti vini subiscono ad opera di enologi
di grido.
Prodotti di oneste aziende agricole, che per anni
si sono posizionate nella fascia bassa del mercato vinicolo, all'incontro
con questi demiurghi del vino, si scoprono produttori eccelsi di vini
degni dei fatidici tre bicchieri, scoprono di possedere vigneti dai nomi
altisonanti, sfornano nel volgere di un anno, selezioni ed annate degne
delle più prestigiose cantine di storica menzione. Il tutto condito
con vinsanto e grappe di elegante fattura.
Ma chi come me, vive la vita dell'agronomo a contatto
con le aziende agricole che cercano di produrre qualità partendo
dalla vigna ed ancor prima dal terreno e dalla scelta del giusto vitigno
per quel terreno, sa che l'impianto di un vigneto, la sua progettazione,
il suo allevamento, sono determinati da scelte, tempi ed avvenimenti che
lo rendono unico nella sua impostazione, nella sua evoluzione, nel prodotto
che ci si potrà attendere.
Ma ancora prima delle realizzazione di un impianto
viticolo, il viticultore deve avere in mente il prodotto che da questa
vigna vorrà ottenere, quale evoluzione subirà negli anni,
quali sensazioni potrà produrre nel fortunato degustatore.
Questa fase di progettazione si concretizza poi in
tutta quella serie di scelte tecniche che consentono di realizzare un
impianto viticolo che si confrontano continuamente con l'ambiente in cui
tale vigneto dovrà inserirsi e svilupparsi.
E tale ambiente che condizionerà il risultato
finale, ma anche lo sviluppo e la riuscita dell'impianto stesso, obbligherà
il vignaiolo ad intervenire per indirizzarne la produzione ed attenuarne
i rigori, creerà quella "storia" che rende unico ogni vigneto e
crea quella tipicità e quella caratterizzazione che un prodotto
di qualità saprà esprimere al suo esame finale: la degustazione.
Ma in tutto questo percorso l'uomo più che
inventare il vino ad ogno costo, come da qualche anno appare sempre più
come idea dominate dovrebbe esercitare quell'ars maieutica che consente
ad ogni territorio ed ad ogni vigneto di esprimere il meglio di se.
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