Dal XXXIII
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Il piccolo escursus
gustativo sui colli aretini, accompagnato dalla premurosa attenzione del
rappresentanti della provincia di Arezzo, ha compreso gli assaggi di:
Chianti Colli Aretini Villa Cilnia 1997
È stata la curiosità che mi ha spinto ad incontrare questi vini perché lusingato e ben disposto dalle bottiglie che recentemente ho avuto modo di assaggiare, tra le quali meritano menzione il Merlot Rendola 1997 (vedi un precedente appunto al vino) di Poggio al Pino, l'IGT Rosso Terre di Galatrona 1996 della Fattoria Petrolo, il bianco IGT Mecenate 1995 di Villa Cilnia. Il cappello però in primo luogo
vuole richiamare l'attenzione sulla denominazione Chianti Colli Aretini,
che definirei emergente, e che sta dimostrando piena vitalità rivelandosi
con una gamma di vini di tutto rispetto e che non tarderanno a proporsi
come validi outsider dei più blasonati Chianti classici,
anche se, è doveroso sottolinearlo, ad oggi mi sembrano pochine
le aziende che spiccano all'interno di questa denominazione per continuità
e qualità, ma tant'è. Commenti ai vini degustati: Nel ricordo di un assaggio ben valutato fatto nel mese di maggio 1999 ho avvicinato di nuovo e volentieri il vino base della fattoria Villa Cilnia: il Chianti Colli Aretini dell'annata 1997 che subito mi ha scosso per la marcata sconfitta nei confronti dello stesso vino di qualche mese fa. In effetti a fronte di un rubino non troppo vivido e mediamente consistente ha fatto riscontro, in questo assaggio autunnale, un naso soltanto mediamente intenso e di media persistenza con riconoscimenti meno marcati di frutta rossa (ciliegia in primis) e un accenno di riduzione e una bocca di buona morbidezza ma con un rovere ancora non assorbito e un po' sovrastante il frutto. Sicuramente caldo e di buona sapidità ha mostrato nel complesso una evoluzione un po' troppo spinta rispetto all'ardore e alla gioiosa e giovanile spigolosità di qualche mese prima, scoprendo una concentrazione di frutto meno presente del previsto e che presuppongo giustifichi uno stato evolutivo maturo. Finale di buona presenza ma niente di più. P.S.: questo assaggio, confrontato subito con i miei appunti e ricordi di Maggio, ha rilevato un marcato scadimento delle buone peculiarità organolettiche che quel vino a Maggio mi aveva riservato e il dubbio mi ha assalito: nell'assaggio effettuato in quest'ultima occasione la bottiglia era stata aperta almeno da un giorno. Allora ho voluto fare la prova del nove: dalla cantinetta personale ho stappato una bottiglia di Chianti Colli Aretini Villa Cilnia 1997 e ho riprovato: sicuramente la prolungata ossigenazione ha dato problemi di ossidazione e di mollezza nei profumi; il vino ora offre maggiore persistenza e presenza aromatica, però è vero che risulta nel complesso un po' troppo evoluto e con un frutto che non sembra più in grado di equilibrare la spinta del rovere (rovere spinto che comunque è una caratteristica comune a diversi vini di questa cantina). Nota caffeosa simpatica nel finale. A proposito, il prezzo in bottiglieria sta sulle diecimila lire, e non è affatto male. Bella sorpresa mi è stata riservata invece dall'assaggio del Chianti Colli Aretini ‘La Commenda’ Riserva 1995 di Giacomo Marengo, una selezione di vecchi cloni Sangiovese coltivati a guyot nelle vecchie vigne de La Commenda, sulle colline di Monte San Savino. Nell'estate 1995 le frequenti piogge di giugno ed agosto hanno ritardato la maturazione dell'uva, ma settembre ed ottobre sono stati mesi molto asciutti e la vendemmia è stata opportunamente differita. Nel taglio mi par di capire esservi entrata una certa percentuale (10%) di Cabernet Sauvignon per dare un vino che ha maturato per 20 mesi in botti di rovere e, nella misura del 20%, in barrique francesi. Per il 1995 l'affinamento in bottiglia prima della commercializzazione è stato di 6 mesi. Ottimo l'impatto visivo con un colore rubino tendente al granato, ben uniforme e consistente che anticipa un naso molto fine e di buona qualità, con equilibrata e marcata presenza di fragranze floreali e fruttate (viola e frutti di bosco) e speziatura di pepe sullo sfondo. Bocca di ottima presenza, ancora sapida e ben bilanciata nella componente tannica, che è di buona trama. Ottima rispondenza gusto-olfattiva e impianto tendenzialmente morbido rendono una beva molto interessante, piena e dalle calde sensazioni finali. Un vino ben fatto ed espressivo di cui non so di prezzi, e me ne dispiaccio, e che porta all'attenzione una cantina a me sconosciuta (Marengo dovrebbe avere origini piemontesi). Al pari dell'altra a me sconosciuta, la Fattoria di Gratèna mi presenta all'assaggio il Vino da Tavola ‘Rapozzo di Maiano’ 1997, derivato da uve Sangiovese (90%) e Canaiolo provenienti dalle colline di Pieve a Maiano. Rappresenta il vino di punta di questa cantina nascendo da una accorta selezione in vigna, che interessa le uve di vigneti medio-vecchi di 25 anni allevati a cordone speronato. La fase fermentativa avviene in vasi di acciaio inox a temperatura controllata e la successiva macerazione è del tipo a cappello sommerso. La vinificazione prosegue poi con lo stoccaggio per altri 12 mesi ancora in recipienti d'acciaio inox infine un anno in barrique francesi. Per concludere 6 mesi di affinamento in bottiglia poi la commercializzazione. Il vino assaggiato è stato imbottigliato a Settembre. Ad un colore rubino di media densità si aggiunge un impatto olfattivo di buona intensità, e persistenza che mette in rilievo la mineralità e la speziatura che non il frutto. Speziatura che ritorna e si compiace anche in una bocca che ha il pregio di una buona rotondità e di una ottima piacevolezza di beva e il difetto di scontare una profondità soltanto media. Struttura tannica di buona caratura ma non di più per un vino che definirei pronto. Assai più conosciuti e apprezzati nel panorama nazionale sono i vini "sfornati" dalla famiglia San Just nella loro Fattoria di Petrolo che da qualche anno a questa parte sta cercando, a volte molto bene, di elevarsi dal rango affibbiato dalla tradizione vitivinicola italiana, di denominazione “inferiore”, ai vini provenienti dai colli aretini. Dalle colline del Valdarno Superiore intanto (non tanto distanti dalla zona doc Chianti Classico) provengono le uve, solo e soltanto Sangiovese, dalle quali si ottiene il vino in assaggio: l'IGT Toscana Torrione 1994. Dalla vigna del Torrione allevata a cordone tradizionale e con rese di 50 quintale per ettaro si è prodotto questo vino che sconta una lunga macerazione sulle bucce e l'affinamento post malolattica in barrique per un tempo che può andare dai 12 ai 18 mesi. Notevoli sia l'impatto visivo, ancora piuttosto vivido nel colore e soprattutto di grande consistenza, che l'impatto olfattivo di ottima persistenza e aromaticità dove nitidi sono i sentori di frutti rossi e di spezie. Piccolo appunto su un accenno di ossidazione forse dovuto ad una troppo prolungata ossigenazione (almeno un giorno di apertura per la bottiglia assaggiata) che addirittura tende al maderizzato e che stranamente in un certo senso ne esalta la già pur evidente complessità. Si percepiscono comunque netti profumi eleganti, dolci, di cilegia sotto spirito. La complessità di cui si accennava trova al palato degno compimento, rivelandosi di buona profondità e sapidità con buon bilanciamento del frutto e del rovere su struttura tannica fine e risolta. Finale con buona persistenza. Vino (va detto: di gran classe) che presenta ottima concentrazione di estratti per uno stato evolutivo pronto/maturo ed un prezzo che può aggirarsi sulle quaranta mila lire. L'assaggio successivo che propongo è quello di un vino ancor più “corsé”, come dicono i francesi: l'IGT Predicato di Biturica ‘Armaiolo’ 1991 della Fattoria di San Fabiano, derivante da un uvaggio (o vinaggio se vogliamo esser più precisi) di Sangiovese e Cabernet Sauvignon in taglio paritario provenienti da vigneti di circa 15 anni delle colline aretine, allevati a cordone corto speronato con rese di 50 quintali per ettaro. La vinificazione consiste in lunga permanenza sulle bucce e successiva elevazione in carati francesi per periodi attorno ai 15 mesi. Segue un affinamento in bottiglia di 6 mesi. L'assaggio dell'ottobre 1999 presenta un vino di un intenso color granato di grande consistenza; un impatto olfattivo molto intenso e di buona persistenza aromatica dove spiccano il melange di frutti rossi e spezie in ben amalgama (sentori nitidi di confettura di prugne e di amarene sotto spirito). Imponente trama tannica ben distesa e risolta ma ancora in equilibrio con la sapidità di un frutto che ricorda bene quanto dichiarato al naso. Estrema e direi anomala dolcezza in bocca che riporta alla mente la fattura di vini quali l'Amarone in un impianto di buona avvolgenza e morbidezza. Quasi da meditazione, anche se da questa caratterizzazione lo allontanano un po' una certa magrezza di corpo opposta ad un tannino evidente. Vino sconosciuto (fino ad ora) anche nel prezzo eppur di ottima presenza. Da tenere a mente. Ritrovo nello stand il Sirah ‘Podere Il Bosco’ 1996 (D'Alessandro), assaggiato nel maggio 1999 con i seguenti risultati: colore tendente al nero, cupo, fitto quasi impenetrabile e di grande consistenza;olfatto intenso e di ottima persistenza dove convince l'aspetto varietale che richiama il cuoio e la liquirizia, con base fruttata in buona evidenza (riconoscimenti di mora) e speziatura di pepe nero in sottofondo. Estremamente intenso e sapido per una bocca piacevolmente nervosa e dalla ottima estrazione tannica, si dilunga e rimane coerente con il naso, lasciando note fruttate e di liquirizia a fine beva. Buono l'equilibrio e grande l'armonia nelle varie componenti. Ottimo Sirah di Toscana e vino di grande livello qualitativo. La degustazione in questa occasione trova buone conferme: il vino presenta un colore rubino cupo fitto e compatto; il pepe è perfettamente percepibile all'olfatto. In bocca ha una buona struttura, con un finale molto ricco, e un tannino non invadente. Per un finale ad anello ritorno a Villa
Cilnia e ad uno dei suoi cru più reputati: l'IGT Rosso ‘Vocato’
1996 ricavato in prevalenza da uve Cabernet Sauvignon con l'aggiunta
nel taglio finale di Sangiovese.
Da vigneti esposti a mezzogiorno dei colli aretini aventi età media
di 20 anni ed allevati a cordone basso con rese massime di 70 quintali
per ettaro, queste uve seguono una lunga macerazione sulle bucce ed il
loro succo affina (separatamente) in tonneaux e barrique francesi dove
resta a maturare per 12/18 mesi. Il vino degustato nell'ottobre 1999 presenta al naso una gamma aromatica ben espressa e di grande finezza con il frutto del Cabernet in evidenza (non crudo o esacerbato) accompagnato da evidenti note di caffè; ritrova in bocca una buonissima rispondenza gusto-olfattiva offrendo avvolgenza e buona struttura tannica su frutto presente e coerente a quanto mostrato al naso. Con una armonia quasi completamente realizzatasi, l'impianto tendenzialmente morbido si prolunga assai con rimandi piacevoli di cacao bianco e una nota caffeosa deliziosa in sottofondo, che lasciano tuttavia un po' in ombra il frutto; caldo e sapido nel suo finale è ad oggi un vino pronto e di importante beva. [FP]
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