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Luca D'Attoma è
un giovane e già affermatissimo enologo originario della provincia
di Pisa che segue molte aziende sparse per l'Italia. Ne ricordiamo qualcuna:
Le
Macchiole (Bolgheri), per la quale realizza l'importante Paleo Rosso
(Cabernet 90%, Sangiovese 10%, confermato per il secondo anno Tre Bicchieri
del Gambero Rosso) e il Sauvignon Paleo Bianco; la
Fattoria Poggiopiano
(San Casciano, Firenze), per la quale realizza il Rosso di Sera
(Sangiovese più Colorino, anch'esso Tre Bicchieri quest'anno), la
Podere
La Cappella di S.Donato in Poggio che produce un bel Sangiovese (Corbezzolo);
segue poi varie aziende in Maremma e nella zona di Montepulciano, ma lavora
anche nel Collio e nel Sud (ricordiamo Odoardi, in provincia di
Catanzaro, e Spadafora, in provincia di Palermo, per la quale firma
il Don Pietro Rosso, assemblaggio di Nero d'Avola, Cabernet e Merlot).
Da sempre segue l'azienda San Gervasio,
della provincia di Pisa, per la quale realizza due interessantissimi vini,
il bianco Marna, risultato di un uvaggio di Vermentino, Chardonnay
e Sauvignon e l'A Sirio, Sangiovese con un 5% di Cabernet Sauvignon.
Gli chiediamo subito quale sia, secondo lui,
il ruolo dell'enologo:
«Il vino lo
fa, lo crea l'enologo e basta. L'azienda gli dà carta bianca.»
Spesso nei suoi vini ci sono assemblaggi di
uve piuttosto complessi. Come li decide?
«Innanzitutto,
non c'è niente di complicato...»;
ma, lo interrompiamo, se pensiamo al Savuto Superiore Vigna Mortilla
(dell'azienda di Giovan Battista Odoardi, in provincia di Cosenza, complesso
uvaggio di gaglioppo, sangiovese, magliocco canino, malvasia, pecorino,
nerello cappuccio e greco nero) non ci sembra una scelta scontata...
«Beh,
per gli assemblaggi ci vuole intuito. C'è una prima struttura del
vino in mente e poi la messa a punto. Il vino è come un vestito,
e l'enologo è il sarto. Io ho in mente il vestito, il modello,
e a tavolino cerco di costruirlo attraverso agli assemblaggi e le tecniche
di vinificazione. Insomma, immagino il vino, e poi penso a come realizzarlo.
Ad esempio, se decido di non far fare la fermentazione malolattica, so
che per i primi due anni il vino sarà scontroso, ma poi si ammorbidirà
e otterrò per il vino un certo carattere.»
Ci sembra di capire dunque che secondo lui la
conoscenza tecnica è tanto importante quanto l'esperienza. La chimica
del vino è ormai ben conosciuta e quindi si sa cosa si deve fare
se si vuole morbidezza, aromaticità o quant'altro, sempre nei limiti
della materia prima utilizzata, naturalmente. Giocando con fantasia tra
i vari accorgimenti si arriva a fare un vino originale.
Preferisce lavorare con vitigni autoctoni o
internazionali?
«Dipende dalle
zone: per esempio a Bolgheri sarebbe sbagliato voler fare un Sangiovese
solo perché lo si ritiene un vitigno autoctono; se quelli internazionali
vengono meglio, perché rinunciarvi?»
Ma non si rischia di omologare i vini italiani?
Per esempio, ci è sembrato che il Cabernet si faccia sentire molto
nell'A Sirio, e questo rischia di schiacciarlo su altri mille Cabernet
italiani e non...
«Non è
vero, se non vi avessimo detto che c'era del Cabernet non lo avreste capito!»
Preferisce stare più in vigna, o in cantina?
«Mi piace tutto,
ma più ancora mi piace stare in vacanza...»
Nel binomio vitigno-territorio lei come si pone?
In altre parole, i vitigni internazionali impediscono al territorio di
esprimersi?
«No, queste
sono minchiate dei giornalisti che non sanno quello che scrivono!»
Lei lavora anche per aziende del sud: ha avuto
problemi nel fare vino al sud?
«Devo
dire che ci sono moltissime difficoltà nel lavorare nel sud. Problemi
legati alla mentalità, diciamo poco portata per la produttività,
e grandissimi ostacoli legati alla burocrazia. Il clima è favorevolissimo,
la terra è ottima ma le difficoltà vengono dalla mentalità
della gente. Per fare un esempio, in Friuli il clima è molto più
sfavorevole ma si lavora meglio.»
E dal punto di vista dei vitigni?
«Beh, vitigni
come il Montepulciano, l'Aglianico e il Nero d'Avola hanno potenzialità
inimmaginabili.»
Ci parla poi del progetto del Wine International
Consulting: un pool di tecnici di tutto il mondo, anche dalla California,
che lavorano assieme per confrontare i loro metodi di vinificazione:
«Io
ho ottenuto dei risultati, grazie anche alla fiducia che le aziende mi
hanno dato. Ma adesso gli individualismi non valgono più, basta
con le minchiate sul giovane enologo. Io non posso contare più
solo su me stesso. Ci sono delle aziende che investono miliardi, nel suo
piccolo la San Gervasio ha investito centinaia di milioni, e non è
uno scherzo, non ci si può permettere di sbagliare un vino. In
un settore creativo come questo l'individualismo non basta più,
perché non riesce più a gestire l'impegno economico sempre
crescente. Ecco perché abbiamo sentito il bisogno di unire la forza
e l'intelligenza di due, tre persone per ottenere certi risultati.»
Preferisce lavorare con la barrique o con la
botte grande?
«La polemica
sulla barrique contro la botte grande è un discorso superato. Il
legno è uno strumento, se mi serve una botte, per dire, da 328 litri
per ottenere un certo risultato, io la uso.»
Vini italiani che le piacciono, che le sarebbe
piaciuto fare?
Su
questa domanda il nostro interlocutore esita un po', si capisce che sta
mentalmente ripassando il gotha della produzione italiana ma non sa decidersi,
e la domanda posta così a bruciapelo e a ora tarda in effetti non
è facile.
«Che mi piacciono
ce ne sono molti... vi dirò cose scontate: il Sassicaia fino all'88,
il vecchio Tignanello, che ora è diventato un vino un po' scontato...
Mi piacciono i vini di Sandrone, Clerico, Gaja, Altare. Invece, vini di
cui potrei dire "mi piacerebbe averlo fatto io"... beh, non mi viene da
rispondere nulla, perché come vi dicevo, per me fare un vino è
come fare un vestito, la difficoltà sta nel porsi il modello e trovare
il modo per raggiungerlo. Se il modello lo ha pensato un altro, mi è
estraneo e non so valutare le difficoltà nel raggiungerlo.»
È più difficile fare vini bianchi
o rossi?
«I bianchi,
senz'altro. Fra l'altro, non sono mai abbastanza riconosciuti. Per esempio
il Paleo Bianco ha stentato molto all'inizio a imporsi.»
Cosa pensa della disparità di quest'anno
fra il numero di "Tre Bicchieri" assegnato dal Gambero Rosso alla Toscana
e al Piemonte?
«Mah, probabilmente
c'è anche una questione politica, nel portare avanti un certo vino...»
È chiara l'allusione alle Barbera che
quest'anno hanno spopolato, e non senza ragione vorremmo aggiungere, basandoci
su quelle che abbiamo assaggiato.
«Comunque -
continua D'Attoma - in Toscana è sempre più difficile prendere
un "Tre Bicchieri", il livello si è alzato molto.»
Concludiamo chiedendo un commento generale sulla
situazione del vino in Italia.
«Purtroppo
abbiamo buttato via ottanta anni importantissimi, abbiamo avuto tutte le
vigne distrutte. Stiamo molto migliorando, e diciamo che abbiamo un margine
di miglioramento ancora del 50%... insomma, siamo all'inizio!»
(Intervista di Luca
Bonci e Riccardo Farchioni)
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