L'appunto al vino
di Fernando Pardini




Il vino:
Dolcetto delle Langhe Monregalesi doc "Il Colombo" 1998
Barone Riccati

Data assaggi:
Gennaio 2000

Il commento:
Rosso cupo impenetrabile (c'è anche il color nero), quasi pastoso direi questo Dolcetto dalla notevolissima carica antocianica che vien dalla langa bassa di Mondovì. Si provi a farlo scorrere un po' dentro il bicchiere e il naso si presenterà vinoso, ampio, di buona intensità e discreta persistenza, abbastanza fine, fruttato ma non nitido; si riconoscono più o meno vaghi  i profumi primari e poi l’amarena e lontano il caffè; sul fondo del bicchiere rimarrà un po' di tostatura, ma solo sul fondo.
La bocca si esprime assai più chiaramente e nel segno della polposità del frutto: caldissima e avvolgente, non lunghissima ma di grande morbidezza e discreta profondità, con massa tannica completamente fusa nell'assieme, nessuna asperità, coerente con l'olfatto ma con maggiori nitidezza e qualità; alla fine permangono note "dolci" e poi un retrogusto caldo e abbastanza sapido. Attualmente è un vino di esuberante giovinezza, che potrà evolvere ancora per un po', e che tuttavia già predilige una buona e prolungata ossigenazione per poterlo apprezzare al meglio.

Chiosa:
Dolcetto "atipico" lo definirei: intanto perché Dolcetto lo è di nome e di fatto se ci riferiamo alle sensazioni "dolci" appunto e morbide al palato, e poi perché mostra muscolosa concentrazione di frutto e tanti polifenoli in corpo.
Tutto sommato nel complesso è un vino equilibrato e abbastanza armonico; non per palati che vogliono pulizia ed eleganza ma per quelli che a queste ultime preferiscono tracotanza, nota alcoolica in evidenza, masticabilità, potenza se vuoi, senza che la gradevolezza di beva ne sia compromessa, anzi.
Un vino sui generis dal Piemonte che per 15 mila lire sugli scaffali vale la prova e la riprova. Da meditare (da tenere a mente?).

Il vino:
Barbera d'Alba doc "Trevigne" 1997
Domenico Clerico
Sotto-zona:
Monforte d'Alba (Cn)
Data assaggi:
Gennaio 2000

Il commento:

Cupa e concentratissima, questa barbera di Domenico Clerico si dispone nel bicchiere densa e quasi impenetrabile; la "cupezza", strano a dirsi, si rivela anche nell'olfazione, dove il vino stenta a delinearsi con nitidezza e predilige lunga ossigenazione per aprirsi un po': se la qualità olfattiva non può che definirsi fine l'intensità aromatica si fa prepotente per poco tempo poi sfuma, mentre la persistenza non è ancora ottimale ed è giocata principalmente sulla confettura di more, sulla china, sulla grafite e solo in fondo sui sentori "dolci" di amarena e tabacco.
Ma è sicuramente al palato che questo vino, tutto sommato non facile, gioca le sue carte migliori, che sono la concentrazione e la potenza. Irruento e travolgente, mostra una massa tannica di qualità che ben sorregge la struttura e che viene equilibrata da una componente polifenolica importante. In bocca si apprezzano appieno l'intensità e la lunghezza, che ci lascia con sensazioni morbide e molto calde, mentre assai più riconoscibile è il frutto rispetto a quanto si apprende al naso, perché qui si spande cremoso e dolce.
Attualmente è abbastanza equilibrato e abbastanza armonico: le varie componenti sono soggiogate dalla potenza e dalla alcoolicità ed il frutto, seppure abbia già assorbito il contributo del rovere, non riesce a donare ancora un quadro dolce e chiaro d'insieme come solitamente nei (grandi) vini di Clerico accade.
La sostanza però non lascia dubbi per il mantenimento: anzi sono convinto che attualmente si possa parlare di un vino giovane/pronto che abbisogna di affinamento ulteriore per distendersi un po' e mostrare quegli altri aspetti qualificanti ora come ora nascosti.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

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