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Il vino:
Dolcetto delle Langhe Monregalesi doc "Il Colombo"
1998
Barone Riccati
Data assaggi:
Gennaio 2000
Il commento:
Rosso cupo impenetrabile (c'è anche il color nero),
quasi pastoso direi questo Dolcetto dalla notevolissima carica antocianica
che vien dalla langa bassa di Mondovì. Si provi a farlo scorrere
un po' dentro il bicchiere e il naso si presenterà vinoso, ampio,
di buona intensità e discreta persistenza, abbastanza fine, fruttato
ma non nitido; si riconoscono più o meno vaghi i profumi primari
e poi l’amarena e lontano il caffè; sul fondo del bicchiere rimarrà
un po' di tostatura, ma solo sul fondo.
La bocca si esprime assai più chiaramente e nel
segno della polposità del frutto: caldissima e avvolgente, non lunghissima
ma di grande morbidezza e discreta profondità, con massa tannica
completamente fusa nell'assieme, nessuna asperità, coerente con
l'olfatto ma con maggiori nitidezza e qualità; alla fine permangono
note "dolci" e poi un retrogusto caldo e abbastanza sapido. Attualmente
è un vino di esuberante giovinezza, che potrà evolvere ancora
per un po', e che tuttavia già predilige una buona e prolungata
ossigenazione per poterlo apprezzare al meglio.
Chiosa:
Dolcetto "atipico" lo definirei: intanto perché
Dolcetto lo è di nome e di fatto se ci riferiamo alle sensazioni
"dolci" appunto e morbide al palato, e poi perché mostra muscolosa
concentrazione di frutto e tanti polifenoli in corpo.
Tutto sommato nel complesso è un vino equilibrato
e abbastanza armonico; non per palati che vogliono pulizia ed eleganza
ma per quelli che a queste ultime preferiscono tracotanza, nota alcoolica
in evidenza, masticabilità, potenza se vuoi, senza che la gradevolezza
di beva ne sia compromessa, anzi.
Un vino sui generis dal Piemonte che per 15 mila lire
sugli scaffali vale la prova e la riprova. Da meditare (da tenere a mente?).
Il vino:
Barbera d'Alba doc "Trevigne" 1997
Domenico Clerico
Sotto-zona:
Monforte d'Alba (Cn)
Data assaggi:
Gennaio 2000
Il commento:
Cupa e concentratissima, questa barbera di Domenico Clerico
si dispone nel bicchiere densa e quasi impenetrabile; la "cupezza", strano
a dirsi, si rivela anche nell'olfazione, dove il vino stenta a delinearsi
con nitidezza e predilige lunga ossigenazione per aprirsi un po': se la
qualità olfattiva non può che definirsi fine l'intensità
aromatica si fa prepotente per poco tempo poi sfuma, mentre la persistenza
non è ancora ottimale ed è giocata principalmente sulla confettura
di more, sulla china, sulla grafite e solo in fondo sui sentori "dolci"
di amarena e tabacco.
Ma è sicuramente al palato che questo vino, tutto
sommato non facile, gioca le sue carte migliori, che sono la concentrazione
e la potenza. Irruento e travolgente, mostra una massa tannica di qualità
che ben sorregge la struttura e che viene equilibrata da una componente
polifenolica importante. In bocca si apprezzano appieno l'intensità
e la lunghezza, che ci lascia con sensazioni morbide e molto calde, mentre
assai più riconoscibile è il frutto rispetto a quanto si
apprende al naso, perché qui si spande cremoso e dolce.
Attualmente è abbastanza equilibrato e abbastanza
armonico: le varie componenti sono soggiogate dalla potenza e dalla alcoolicità
ed il frutto, seppure abbia già assorbito il contributo del rovere,
non riesce a donare ancora un quadro dolce e chiaro d'insieme come solitamente
nei (grandi) vini di Clerico accade.
La sostanza però non lascia dubbi per il mantenimento:
anzi sono convinto che attualmente si possa parlare di un vino giovane/pronto
che abbisogna di affinamento ulteriore per distendersi un po' e mostrare
quegli altri aspetti qualificanti ora come ora nascosti.
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