![]() |
Giacomo Mela |
![]() |
| Intervistare un collega potrebbe sembrare autoreferenziale, ma non è così se si tratta di Giacomo Mela, agronomo-enologo, che alla collaborazione giornalistica per Vinealia accosta tutta una serie di attività scientifico-professionali: consulente viti-enologico aziendale, esperto del controllo qualità e docente di analisi sensoriale in collaborazione col gruppo di Attilio Scienza dell'università di Milano. Lo incontriamo di fronte a una bella serie di bicchieri, gli ultimi assaggi dei 99 Brunelli 1995 presentati al Benvenuto Brunello 2000, e approfittiamo di un momento di sosta per porgli qualche domanda. Prima di tutto gli chiediamo di dirci di più sulle sue attività e, tra le altre, Mela si sofferma sulla collaborazione con l'Università di Milano e con la rivista Vinealia, "una rivista a due voci, collegamento tra consumatori e scienziati, che basa i suoi assaggi su un Panel di degustatori addestrati. Non il solito Panel," si affretta a precisare Mela, "formato raggruppando persone con esperienza di assaggio, ma una commissione composta da personale selezionato e addestrato assieme fin dall'inizio con metodi scientifici": i corsi di analisi sensoriale che Mela organizza, appunto, a garanzia della massima oggettività di valutazione. Il che ci fa pensare alla nostra storia di assaggiatori, consapevoli di aver appreso più che altro con il confronto e con l'esperienza, e ci accorgiamo che non ci dispiacerebbe poter partecipare a uno di questi addestramenti. Ma passiamo all'argomento del giorno: che ne pensa di questi Brunelli e dell'annata 1995? La risposta, ovviamente, è espressa in termini generali, anche perché gli assaggi appena conclusi si erano svolti al buio, quindi non si sarebbero potute ottenere valutazioni specifiche neanche a volerlo. "Il 1995 non è stata una grande annata in generale", come forse con troppa fretta era stato affermato, "come vi ricorderete fu un'annata con un Settembre mediocre e un Ottobre strepitoso (anche noi lo ricordiamo, il 20 di Ottobre si poteva ancora fare il bagno in mare, senza essere scambiati per i soliti pazzi fuori stagione), che produsse maturazioni disformi. Chi ebbe più coraggio, attese a vendemmiare e selezionò accuratamente l'uva, ottenendo risultati eccellenti, gli altri meno". Chiediamo se tali difformità fossero evidenti anche negli assaggi appena effettuati e Mela ce lo conferma. "D'altra parte vale la pena di rischiare, perché è vero che il mercato non accetta la verità e quindi anche se c'è un'annata pessima bisogna far finta di nulla, ma poi all'assaggio non si scappa e, in prospettiva, solo i migliori vengono premiati." Sempre restando a Montalcino, lei crede necessario aumentare il lavoro di selezione clonale che, a quanto sappiamo, è molto indietro rispetto ad altre zone vinicole? "Figuriamoci, Montalcino non ha neppure una zonazione: senza andare troppo lontano, Montepulciano ce l'ha, ma Montalcino no", ci risponde Mela, e quindi non si può certo scegliere i cloni da impiantare se non si conoscono le caratteristiche del territorio. "E comunque rendiamoci conto della difficoltà del fare vino, una persona che lavori a un suo progetto non hai poi così tante opportunità di sperimentazione, nel migliore dei casi si hanno a disposizione non più di 50-60 vendemmie. A maggior ragione è difficile fare un Brunello, un vino che può essere giudicato solo 5 anni dopo la vendemmia: ma vi rendete conto di quello che significa, per quale altro vino del mondo succede questo?" Interpretiamo quest'ultima osservazione come una parziale difesa dalle accuse di ritardo tecnologico che certa critica indirizza a questa celeberrima zona vitivinicola. E che ci dice più in generale
della Toscana, la sua notorietà è giustificata? "Mah,
è certo che la sua notorietà è giustificata solo
in parte." E noi concordiamo, pur notando che lavocazione vinicola della
regione è talmente estesa e variegata da impedire un giudizio più
preciso. Comunque, secondo Mela, è inutile continuare con una legislazione
così limitativa: "liberalizziamo le tecniche e il mercato selezionerà
per prezzo e qualità." Anche se è vero che un tale indirizzo
talvolta può produrre periodi ditransizione non proprio felici:
"per esempio nel Chianti molti hanno intrapreso scorciatoie per conquistare
il mercato internazionale, e alla qualità questo non ha giovato."
Sempre restando sul Chianti, ora che ormai il monovitigno di Sangiovese
sta dilagando, non crede che prima o poi non ci sarà più
differenza tra un buon Chianti e un buon Brunello? Chiediamo allora se Mela concorda con chi dice che il territorio ha la meglio, che un Cabernet toscano è comunque un vino toscano, diverso da un Cabernet qualsiasi e la risposta è complessa: "Devo innanzitutto fare due distinguo, il primo scientifico. È chiaro che un Cabernet coltivato sull'Etna e uno nella piana di Catania saranno diversi, ma ciò dipenderà anche dalla coltivazione e dal modo di produzione", quindi dire territorio non basta. "Ma più importante è porsi la domanda seguente: perché dovremmo rinunciare alla storia? Non dobbiamo vendere solo vino, quello lo possono fare tutti, bensì cultura, paesaggio e vino, questo gli australiani non lo possono certo fare! Usiamola nostra cultura, il nostro immenso patrimonio storico e paesaggistico, per vendere il vino." Un'ultima domanda e poi lasceremo libero
il nostro gentile interlocutore: che ne pensa dell'utilizzo della barrique
che si sta affermando anche nei brunelli? "Certo, dal punto di vista
commerciale la barrique è autopremiante perché facilmente
riconoscibile, anche dai palati meno sensibili. Ho notato comunque in
media un buon impiego del legno, anche se in alcuni casi era troppo evidente
quello che io chiamo <effetto cappuccio>, dovuto al mix del caffè
del legno col lattico del vino."
|
|
|