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Dal XXXIII
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antico produttore valdostano |
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A latere dell'esposizione principale che radunava i produttori sotto un tendone al centro della Piazza del Duomo e nell'attiguo convento di Sant'Agostino, si svolgeva un interessante esperimento. Nell'intento di proporre l'enologia come un arte, le numerose gallerie artistiche (sorte come funghi in quest'ultimi anni nel piccolo centro storico) ospitavano ognuna un produttore. Si poteva così parlare e degustare di vino e nel frattempo ammirare un cupo Sironi, un volto bronzeo di Mitoraj o un colorato quadro di un autore a noi sconosciuto. Di questi incontri tra arte enologica e Arte, ne vogliamo ricordare uno particolarmente piacevole, svoltosi nella galleria La Spirale di fronte a un piccolo tavolo, poche bottiglie e la grande accoglienza della famiglia Voyat di Chambave. Il nome basterebbe già a qualificare i vini, la zona di Chambave è da considerarsi storica nella viniviticoltura italiana, ma incontrare la famiglia Voyat aiuta veramente a capire la caparbietà che sta dietro ai risultati ottenuti. Il dinamico figlio Adolfo è un fiume di parole, ci descrive le difficoltà di operare in vigne di montagna, "talvolta," ci dice, "la pendenza su cui deve operare il trattore è tale che l'olio esce dal motore" ed è vero che la zona offre invidiabili proprietà microclimatiche che permettono di lasciare l'uva moscato a maturare a lungo, ma senza l'accurata selezione operata dal padre Ezio, pianta per pianta, fino a scovare quella con l'uva più resistente, a buccia spessa, non sarebbe stato possibile produrre un vino come il Passito. Da dietro arrivano babbo Ezio e mamma Mary, ascoltano il figlio con evidente orgoglio e annuiscono. Ma la vita in montagna non è mai tranquilla, e così ci raccontano degli sforzi che si devono fare per rinforzare i terrazzamenti, per evitare le frane vere e proprie muraglie di pietra sono state costruite, e se non bastasse la natura ci si mettono anche i regolamenti: senza entrare troppo in polemica Adolfo ci consegna un volantino in cui la famiglia spiega perché ha rifiutato la DOC, sicura del fatto suo, sicura di fornire una garanzia migliore di quanto possano farlo <i burocrati>, come li chiamano loro. Ma basta ora, interviene Ezio Voyat, a cui si deve la costruzione dell'azienda così come la vediamo oggi, sentiamo un po' questi vini. Assaggiamo così La Gazzella 1997, un fresco moscato che all'aroma tipico dell'uva contrappone un gusto secco senza compromessi, una deliziosa beva su base di agrumi che si abbina a tutto campo, dagli antipasti al pesce fino ai formaggi a pasta molle. Poi viene il Rosso Le Muraglie anch'esso un '97, un assemblaggio di Petit Rouge, Gros Vien e Dolcetto che ripete in rosso le caratteristiche di freschezza dalla Gazzella. Un vino non complesso, ma piacevole e beverino (quasi lo consiglieremmo fresco, d'estate). Ed ecco che finalmente il momento tanto atteso si avvicina: i nostri bicchieri si riempiono del dorato nettare che rende famosa questa valle e l'azienda Voyat in particolare: il Passito le Muraglie 1995, un moscato passito dal colore giallo carico, e dal naso che ricorda le calure meridionali, di miele e agrumi canditi, più che la fredda Val d'Aosta. Grasso e avvolgente in bocca, dolce, veramente dolce questo vino e non solo nel senso zuccherino del termine. Mentre lo assaggiamo i tre Voyat ci osservano compiaciuti, stanno aspettando i meritati complimenti a cui non sembrano ancora assuefatti e che, naturalmente, non si fanno attendere.
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