Il vino:

Chianti Classico 2001 - Castello di Selvole

Sotto-zona/cru: Selvole - Vagliagli (SI)

Data assaggi: Ottobre 2003

Il commento:

Un abito compatto e solido, con i suoi toni melanzana di austera presenza ed i riflessi rubino più giovanili, mi ha annunciato un profilo autunnale, di pura selva (come il nome che porta), serio ch'è tutto dire, un umore forte di sottobosco a spingere ed intrigare per legarsi fitto alla mora selvatica e alla violetta e comporre in quel modo un sentimento aromatico maschio, vigoroso, riflessivo, profondo. La bocca certo mi ha offerto un grande impatto, succosa, verace, corposa, con quell'attacco acido che fa tanto terroir e quel proseguio di bella melodia. Dolce e matura ne ho scoperto la matrice tannica e forte l'essenza sua sangiovesista, dotata in più di morbida consistenza, capace di trasporto e progressione. Bello l'avviluppo e boscosa la striscia amarognola, garbata però, d'accompagno nel lungo finale, che sa di corteccia e ghianda. Il carattere rifulge in ogni angolo, persino negli spigoli, e con l'aria si rivelano più netti, se lo odori di nuovo, la ciliegia ed il rovere buono. Ottimamente ispirato, attende ancora l'amalgama perfetto, la fluidità dei giorni migliori, l'armonia e la sfumatura che il tempo ed il riposo, ci scommetto, gli regaleranno. Di sicuro, oggi, c'è un profilo grintoso che si staglia, con orgoglio, nettamente, nel panorama mio personale classico e chiantigiano.

Questo vino è un tuffo in una nuda - e bellissima - territorialità, checchè ne dica il merlot - forse - presente. A 11 euro o giù di lì non chiede altro se non la ricerca ed il conseguente abbraccio.

La chiosa:

"Finalmente a casa!".

Sapete quei pensieri che ti prendono dopo lunghi viaggi stranianti, magari in posti lontani, pure belli non voglio dire di no, anche affascinanti; oppure - ed è peggio - in certe giornate stancanti e buie che parlano di lavoro, lavoro.....senza viaggiare affatto; o ancora, dopo i mille vini senza volto, "anodini ed asessuati", palesi eppur sguscianti, vuoti ed impersonali? C'è sempre un momento in cui, per qualche sottilissimo motivo, ti prendono quei pensieri lì. O almeno a me capita così. Quei pensieri insomma che ti portano ad esclamare, sulla via del ritorno, o sul filo della stanchezza, o sulla scia di un bicchiere diverso: "finalmente a casa!". Forse perché ad un certo punto hai bisogno delle cose tue, delle tue certezze e delle tue conclamate incertezze. Forse perché hai bisogno di una parvenza di intimità e di tutto quanto concorra a rendersi riconoscibile, confortevole, immediato, istintivo, tuo. Quasi che nel riconoscimento tu possa ritrovare come d'incanto le ragioni del tuo partire, le basi del tuo sentire, un qualcosa che ti dia verità, dopo tutti quegli straneamenti, pur belli, pur affascinanti, o quei lavorii disumanizzanti, o quei vini impersonali. Reset. Ci vuole un reset. Ripartire. Sì, ripartire dalle cose chiare, che conosci e riconosci , e che ti fanno bene.

Ecco, il mio bicchiere di Selvole oggi è stato come sentirsi a casa. Un reset. Mi ha fatto sentire bene. Mi ha regalato uno di quei momenti là. E' stato come ristabilire un contatto, intimo; come ricordarsi di quanta bellezza può crescere in un territorio e a quel territorio assomigliare, di quanta schiettezza e quanta dignità dimorino a volte nell'orto di casa, a solo voler cercare. Così poco straniante, esuberante, dimostrativo questo vino. Solo l'anima del territorio. Solo casa.

Ne ho bevuto un bicchiere, poi un altro.....alla fine, sia pur a trecento chilometri di distanza da Selvole, mi sono immedesimato a tal punto da esclamare - non so più se a me stesso o al vino - : "benvenuto".

 

 

   

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