Il vino:

Alta Valle della Greve IGT Carbonaione 2000 e 1999 - Podere Poggio Scalette

Sotto-zona/cru: Ruffoli - Greve in Chianti (FI)

Data assaggi: Gennaio 2004

Il commento:

Il mio Carbonaione 2000 possiede oggi un rubino sostenuto, fiero ed invitante che richiama un naso pieno, ricco, soffuso e propositivo, senza fretta di emergere ma continuo e cangiante nel suo porgersi, che è un porgersi delicato, sfumato, sensuale, ammaliatore, da cui eppure intuisci la sostanza sottesa. Sono frutti del bosco, ribes e mirtillo, teneri e maturi, a donare charme e dolcezza all'impianto, sostenuto da una freschezza aromatica stupenda, in cui si rincorrono umori di viola e, se li attendi, di sottobosco umido, bacca di ginepro, cuoio e pietra. Carezzevole si fa la sensazione del tutto, rimbombante l'armonia, caldo il profilo. La sua bocca è leggiadra, sostenuta, ampia e vellutata dall'inizio alla fine, è trama e controtrama, è grande finezza tannica, incanto di beva, edenico stordimento; è un lungo circuire sulle ali dell'equilibrio e dell'eleganza espositiva. Sì, lo sento restare aggrappato ai sassi suoi di Ruffoli, e alle sabbie tutte, riscaldate qui da una stagione solare. Nell'atto di abbracciarmi mi ha investito, come velluto, seta o bacio. Non una ferita, solo una leggera puntura nel mio cuore, che insieme a lui ha ripreso a battere gioiose aritmie.

Suo fratello maggiore invece, vendemmia 1999, si veste di una robe scura e compatta su naso pieno di sè, nervoso e scattante, energico e fresco, mai del tutto rilassato nel dichiarare i suoi intenti ma pronto ad offrirti ,dopo quel subitaneo approccio di istintiva similarità al 2000, giaggioli in mazzo e mirtilli neri insieme a più profonde intimità boschive e selvatiche, percuttive e tuonanti. La sua bocca è strutturata, sicura, di passo felpato, naturalmente pura e scevra di inutili orpelli, con qualcosa di vibrante e scalpitante nell'incedere. Lo spessore qui è grande e lo sviluppo tirato, forte, umorale, con tannini ben estratti nonostante qualche cupa reminiscenza vegetale tenda ad innervosire il finale. Grandi mi appaiono la stazza e la giovanile prestanza, come di un sangiovese d'altura che urla, in silenzio, le ragioni della sua appartenenza.

Sono due vini stordenti, dai quali trarne, una volta di più, alcune considerazioni importanti: che il terroir - per fortuna- non è un concetto astratto, che i grandi vini risentono degli influssi stagionali in quanto creature naturali, che certi vini hanno il dono di una beva straordinaria, sapendo unire la personalità ed il caratterere ad una piacevolezza innata. Resistergli è, soprattutto, una forzatura dello spirito. Prezzi non amichevoli, certo (sui 45 euro in enoteca) ma forse qui ci rincuora la ragion d'essere, ineludibile, che ti impone di provare.

La chiosa

Ruffoli è un borgo silente e appartato, che raggiungi arrancando piano per la sterrata che si stacca dalla chiantigiana, poco dopo Greve in Chianti, salendo su dalla valle. E' un mondo a parte quello che circonda il borgo antico, di profonda ruralità, fatto di vento sottile e sassi, tanti sassi, e terra chiara, e boschi attorno, e panorami di incantata naturalezza. Lì ha deciso di investire per se stesso Vittorio Fiore, una quindicina d'anni fa, quasi fosse un buen retiro. Lì ha voluto coltivare, insieme alle viti, l'idea e il sogno di un vino tutto suo. Naturalmente da sole uve sangiovese. Ci è riuscito. Oggi l'anima di Poggio Scalette si chiama Jurij. Jurij Fiore, uno dei figli di Vittorio. Mi piace questo ragazzo, perché non smette i panni del vignaiolo, nel senso che è un vignaiolo vero. La testa, con le scarpe, è piena di umori buoni, che sanno di terra, lo sento. Traspare, da quella persona, lo spirito borgognone, appreso scolasticamente e umanamente in quel di Beaune; lo capisci subito dalle parole, dalle insistenze, e dal brillare dei suoi occhi sottili come la terra e la vigna siano le cose fondamentali. Lì le attenzioni e le cure. La cantina infatti è una cantina da vigneron, ricavata nello stretto in diversi locali dell'antica magione ora famigliare. Sì, è proprio vero, l'anima del Carbonaione vive all'aperto, nell'ambiente magico e rarefatto di Ruffoli. Siamo in alto qui, a 450 metri, su declivi ben esposti fatti di poggi a scalette, di sabbia, limo e sasso, poveri ch'è tutto dire, con un niente di argilla dentro. Grande la capacità drenante dei terreni di Ruffoli, sì che l'assenza di argilla ne consente, nelle stagioni calde e siccitose, di non far evaporare l'acqua accumulatasi nel frattempo. Poi c'è l'aria. Non sta mai ferma l'aria qui, è in eterno movimento, quasi comprendesse i pericoli apportati dall'umidità eccessiva nei delicati grappoli del sangiovese maturo. Il cuore del Carbonaione ha dimorato, esclusivo fino al 1995, in buona parte dal 96 in poi, nella vigna omonima, gloriosa settantenne - piantata a sangiovese mitico di Lamole- eseguita con una perizia ed un acume da non credersi: per la sapienza dello scasso, per l'infittimento dei filari. Oggi gli ettari produttivi son diventati 12, e si sta procedendo al progressivo reimpianto delle vigne trentennali, da rivedere e correggere.

Come l'aria, non ci si ferma mai. Un'unica certezza, un unico vino: Carbonaione, sangiovese in purezza, purezza di sangiovese: sangiovese di Ruffoli. Mi chiedo: "a quando una sottozona"?.

 

 

   

prima pagina | l'articolo | l'appunto al vino | la parola all'agronomo | in azienda
in dettaglio | rassegna | visioni da sud | la cucina | en passant | mbud
appunti di viaggio | le annate | la guida dei vini | rassegna stampa | sottoscrivi