Il vino:

Collio DOC Pinot Grigio 2002 - Aldo Polencic

Sotto-zona/cru: Loc. Plessiva - Cormons (GO)

Data assaggi: Dicembre 2003

Il commento:

Il mio bicchiere di oggi offre un colpo d'occhio artigianale, per via di quel giallo ramato dai riflessi topazio (che mi ha stimolato il ricordo di una macerazione forse prolungata sulle bucce) e della densità, grondante, succulenta, meglio ancora invitante, senza per questo offrire di sè una immagine minacciosa, o sopra le righe, solo una naturale concentrazione degli intenti e dei frutti. Il naso, di rimando, è deciso e forte nella sua caratterizzazione fruttata: maturo e pieno, è naso a svolgimento lento, senza fretta di emergere, un passista convinto e circuitore, appassionato nelle cose sue da dire ed impegnato affinchè quelle cose se ne escano chiare, nette, dinamiche. E' un bicchiere che all'aria acquista calore e sfumature, e nelle sfumature si ingentilisce. Dalle iniziali trame d'erbe aromatiche, dalle lontane fioriture primaverili, per passare alle ampie voluttà dei frutti bianchi, della pesca e della ginestra, ed infine alla dote sua più vera di uva matura in chicchi, ne respirerai appieno gli umori e ne scoprirai pian piano il profilo dolce, confortevole, con un fondo di cristallina mineralità. La bocca è morbida e ampia, avvolgente e grassa, come nello stile di Aldo, senza dimenticarsi però del tocco e della raffinatezza, e nel finale rivela un retrogusto quasi tannico, nerboruto, molto ben accompagnato dai riflessi varietali - buccia di mela golden - e dalle note di mandorla. Bello quel finale, diverso ed istintivamente amico. Il calore e l'accoglienza dimostratimi, con quel pizzico di residuo zuccherino ad accarezzare ed addolcire le giovanili asperità, hanno contribuito a realizzarne una beva nient'affatto stucchevole, caratteriale e sicura di sè man mano che il vino ha respirato l'aria. Sì, ha saputo conquistarmi, per lo spirito, l'intuizione contadina, la genuinità e la stazza. Un vino che, sia pur in un'annata non facilissima per il pinot grigio, traccia a suo modo una strada, una strada dove le impronte del vignaiolo e del terroir sono un'unica impronta, riconoscibile e ben impressa. E questo, a ben vedere, basta. Alla strada e ai bevitori.

Sugli scaffali d'Italia a 12 euro o giù di lì. Provare per credere.

La chiosa

Del mio viaggio friulano - correva l'ultima decade settembrina del 2003- conservo molte cose di cui alimentare il ricordo, altrettante di cui rimproverarmi. Una di queste, non avere avuto il tempo. Non avere avuto il tempo di andare a trovare Aldo Polencic per esempio, e con lui scoprire quell'angolo di suggestiva bellezza che è Plessiva. Un niente per arrivare in Slovenia. Quel paesaggio - ti appare come d'incanto se ti spingi aldilà dei fronti basso-collinari del primo Collio, o se lo ammiri in silenzio dalla cima del Monte Quarin- non so perché si è imposto più di altri nel mio immaginario. In lui un'idea di compattezza, di singolarità, di purezza. Come di un terra foriera di grandi cose. Più volte, fugacemente, ne ho percorso le strade immerse nel vigneto, ahimé senza la possibilità di respirarlo e viverlo come avrebbe meritato.Un altro errore dello spirito, oltre che strategico. Ma altre occasioni arriveranno, ne son certo. Per adesso, resta questo Pinot Grigio, portato via con premeditata volontà alla nuova amica Elena della Enoteca di Cormons, a suggellare il ricordo di un incontro sfumato con la famiglia Polencic. E insieme a lui ci sono gli occhi blu-che-non-vedi-il-fondo che ho scoperto appartenere un giorno al giovane Aldo Polencic, profilo sloveno. Saranno passati almeno due anni; fu la prima volta che incontrai il suo Pinot Bianco, detto degli Ulivi, e ne rimasi colpito per la forza, la voluttà e l'estrema eleganza, un connubio esplosivo. Assaggiai allora, in piccola verticale, un 2000 e un 1999, quest'ultimo sorprendente ed indimenticabile. Da allora gli stessi occhi li ho incontrati in quelli della sorella, valente enologa di bella speranza in giro per l'Italia. Troppo poco per conoscere la gente. Per fortuna, le bottiglie di Aldo paiono non soffrire il diffuso male della impersonalità. Oltre a farsi desiderare mantengono intatto, da un po' di tempo a questa parte, il dono non comune di andare ben aldilà del bicchiere e la capacità di raccontare storie, per una immedesimazione che travalichi la stanza e diventi suggestione. Ed anche questo, a ben vedere, basta. Alla consolazione e alla contemporanea bramosia montante di una partenza nuova.

 

 

   

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