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Sotto-zona/cru: Vigneti in Montefalcione e Lapio (Avellino) Data assaggi: Gennaio 2004 Il commento: Sugli scaffali d'Italia sta a 9 euro o giù di lì: oltre che sincero, il coinvolgimento sa farsi così anche amorevole. La chiosa: Una costola dei celebri Mastroberardino, capitanata da Walter; questa è, se mi parli di anime guida, Terredora. Una costola, o meglio, una colonna portante della intera enologia campana, un tempo rappresentata, negli alti piani, esclusivamente da quella famiglia. Da diversi anni seguo le evoluzioni dei numerosi (forse troppi) vini di Terredora ed al loro fiano, più di altri, mi pare appartenga lo spirito della terra. Di questa famiglia ammiro, in ogni modo, la caparbietà o la capacità di insistere sulle tant'amate autoctonie, senza cedimenti o tentazioni foreste. Forse sarà il richiamo di quella terra, o l'intima sua forza chissà, a costituire il presupposto della perseveranza. Non lo so, però di fronte ad un vino così, di fronte a questa esemplificazione della natura così naturale, è difficile non pensarlo così come difficile è resistere alla tentazione di visitarla, percorrerla e conoscerla quella terra. Perché può nascondere, o rivelare di già come in questo caso, piccoli ed inestimabili tesori che parlino di lei, e delle potenzialità sottese. Sta nelle sue corde, lo sento. La butto lì, ma sono vini del genere, distillato di purezza e solarità, a segnare la strada della riscossa per i bianchi campani. Non l'ostentazione, non la scorciatoia, non la fretta, non la dimostrazione velleitaria. Troppo poca la mia conoscenza per dire di più. Di contro tantissima la voglia di cercare ancora. Per capire se ci stanno un senso, una coscienza tutta nuova ed una auspicabile continuità.
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