Il vino:

Fiano d'Avellino Terre di Dora DOC 2002 - Terredora

Sotto-zona/cru: Vigneti in Montefalcione e Lapio (Avellino)

Data assaggi: Gennaio 2004

Il commento:

Il giallo unito e sgargiante, così vivo e luminoso nella sua solarità, insieme alla intuibile - e mai smaccata- densità , mi invita a soffermarmi su quel naso in evoluzione, dinamico, caratteriale, tanto lento nello svolgersi quanto nell'abbandonarti, aperto da un subitaneo afflato affumicato e iodato e sorretto poi da una ineccepibile sostanza fruttata, gialla, energica e matura: sono pesca percocca, ed albicocca, poi zesta d'arancio candita, lime, miele ed uva in chicchi a renderlo via via più nitido ed intrigante. Caloroso ne ho ricevuto alfine l'abbraccio. In bocca attacco e svolgimento praticano estesamente l'arte del concedersi e del possederti, fusi ed eleganti come si ritrovano nel loro passo ben cadenzato su una linea gustativa solida, matura, slanciata e lunga, laddove grassi umori di burro e nocciola si fanno d'accompagno e nel contempo sale e coinvolge una sensazione intima di luminosa, sia pur minerale, "mediterraneità". Qui la linea acida, perfettamente integrata, e la sostanza, sono in grado di regalare equilibrio e continuità, un connubio vincente che sfugge alle fredde regole del compitino ben fatto per sposare i contorni, così restii alla parola, del carattere e della personalità. Qui vi dimorano un'anima giovane e bella, territoriale ch'è tutto dire, ed un coinvolgimento sincero, al punto da sorprendermi.

Sugli scaffali d'Italia sta a 9 euro o giù di lì: oltre che sincero, il coinvolgimento sa farsi così anche amorevole.

La chiosa:

Una costola dei celebri Mastroberardino, capitanata da Walter; questa è, se mi parli di anime guida, Terredora. Una costola, o meglio, una colonna portante della intera enologia campana, un tempo rappresentata, negli alti piani, esclusivamente da quella famiglia. Da diversi anni seguo le evoluzioni dei numerosi (forse troppi) vini di Terredora ed al loro fiano, più di altri, mi pare appartenga lo spirito della terra. Di questa famiglia ammiro, in ogni modo, la caparbietà o la capacità di insistere sulle tant'amate autoctonie, senza cedimenti o tentazioni foreste. Forse sarà il richiamo di quella terra, o l'intima sua forza chissà, a costituire il presupposto della perseveranza. Non lo so, però di fronte ad un vino così, di fronte a questa esemplificazione della natura così naturale, è difficile non pensarlo così come difficile è resistere alla tentazione di visitarla, percorrerla e conoscerla quella terra. Perché può nascondere, o rivelare di già come in questo caso, piccoli ed inestimabili tesori che parlino di lei, e delle potenzialità sottese. Sta nelle sue corde, lo sento.

La butto lì, ma sono vini del genere, distillato di purezza e solarità, a segnare la strada della riscossa per i bianchi campani. Non l'ostentazione, non la scorciatoia, non la fretta, non la dimostrazione velleitaria. Troppo poca la mia conoscenza per dire di più. Di contro tantissima la voglia di cercare ancora. Per capire se ci stanno un senso, una coscienza tutta nuova ed una auspicabile continuità.

 

 

   

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