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Il vino:
Vino da Tavola Rosae Ruché 2001 - Giuseppe Rinaldi
Sotto-zona/cru: Barolo (CN)
Data assaggi: Febbraio 2004
Il commento:
Il
colore imperativo, vivace, sostenuto, brillante e naturale nella sua evidenza
rubina fa da sfondo ad un naso ballerino, leggiadro, sopraffino, aereo
nelle evoluzioni ed espansivo negli affetti, lento nello svolgersi ed
altrettanto nell' abbandonarti, che riesce a trasmettere in sequenza armonica
gli umori intimi del sottobosco sposati alle more di rovo, alla liquirizia,
alle florescenze tutte per sfociare poi in una valle profumata più
ampia e distensiva, cosparsa di petali di rosa.
La bocca è scorrevole, fresca, diretta, quasi leggera di peso,
magnificamente scarna nella tessitura boschiva, con una carica tannica
accennata, a grana grossa, artisan nella ideazione e fors'anche per questo
istintivamente amica , di una piacevolezza che, bicchiere dopo bicchiere,
si tramuta in sincero affetto, con lei , sempre soffusa e mai arrogante,
a gridare in silenzio la sua diversità.
E' un vino outsider, singolare, unico, dal cui incontro scaturiscono
risposte. Per esempio - a ben cercare- quanta ricchezza attenga al nostro
patrimonio viticolo, o di come la meraviglia spesso appartenga alle cose
semplici quando, nella loro semplicità, riescono ad essere individue.
Di più, questo vino, quale autentica trasposizioni di umori, è
una risposta esso stesso, fatta di rigore e testardaggine che potrete
anche tradurre, se lo vorrete, in rispetto ed ascolto della propria terra.
Questo è, e sottile ne avrete l'emozione, ad un prezzo ed una reperibilità
che - ahimé- mi sfuggono.
La chiosa
Sapete di quei vini i quali, bevuti alla cieca, si presentano sensorialmente
diversi dal main stream frequentato normalmente? Che non sai ricondurre
nell'alveo consolatorio di un riconoscimento varietale già vissuto,
di una ragion d'essere praticata? Beh, questo è uno di quei casi
lì . Perché credo siano in pochi coloro che sanno dell'essenza
- o dell'esistenza - della varietà ruché, e di come possa
trasporsi liquida nel vino che sarà. E in effetti, la trasposizione
è realmente singolare. Lì sta il bello. Lì ciò
che più mi intriga. Poi beh, c'è il vignaiolo, e che vignaiolo.
Pensante direi. L'ho scritto di già: " prima dei vini l'uomo....".
e ricordando la "sagoma" di Beppe Rinaldi, creatore del mio
bicchiere di oggi, mi sono accorto subito che questo è il caso
calzante. La testardaggine nello sfidare, per esempio le leggerezze burocratiche
così come le ingiustizie, che non autorizzano un uva storica piemontese,
di razza autoctona- che fu vino della festa per le famiglie contadine
dell'Alto Monferrato - a far parte del mare nostrum chiamato Langhe doc,
preferendogli più confortanti efforts "cabernettizzati e siraheggianti",
può appartenere solo a persone come lui. Se questi sono i risultati
della sua perseveranza, ben venga il vino da tavola. Brindo così
all'uomo tenace, alla diversità delle azioni, alla saggezza delle
cose semplici. Queste ultime, a volte, hanno il profumo dei fiori.

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