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Data assaggi: Febbraio 2004 Il commento: La sua bocca è bocca progressiva e densa, di grande finezza ed elettiva sfericità -attacco e chiusura mirabili, coesi e coerenti- non una ovvietà nè una ferita nei dintorni, bensì una sensazione tattile diffusa, dolce e melodiosa, ma di una melodia ipnotica e rilassata, mai sguaiata, quasi in sè, che non si lascia afferrare al primo ascolto ma dalla quale distaccarsi ti sembrerà innaturale. Conserva, e non lo sa, nelle note che canta la magia del territorio, quando grande e singolare si manifesta nella sua rotondità, in quell'onda sensoriale fruttata compatta, suadente, di grande fusione e maturità, con i tannini pur'essi rivestiti di frutto. Non tradisce le sue intimità, no, perché esse dimorano certe nei colli della Valpolicella. Eppure qui, nell'esaltazione di un quadro aristocratico e signorile, senti quelle intimità vestite di nuovo. E' l'abito della festa. Nelle sartorie, pardon enoteche, d'Italia lo troverete a 22 euro o giù di lì. Val bene una festa. La chiosa: Tra i ricordi vicini ho la sorpresa gioiosa del compagno bevitore che, alla cieca, ha riconosciuto nell'esprit di questo bicchiere la fondatezza di un Valpolicella. Beh, queste sono cose importanti. Tra quelli meno vicini - ma solo temporalmente- c'è l'incontro con la famiglia Tedeschi, l'impressione avuta dell'unità e del rispetto, per la gente e per la terra, la simpatia e l'amore per i vini e per l'arte. Tra i rimorsi, quello di non conoscere quanto vorrei la loro terra, di non averla praticata come dovuto. Grazie al loro Rosso La Fabriseria comunque, meglio ad una sua etichetta, il mio pensiero può correre facilmente, tutte le volte che la rimiro, a quei percorsi pendenti di estrema suggestione contadina, e alle fughe in San Giorgio Ingannapoltron, via dalla pazza folla vinitaliana, per i mangiari locali certo, e per una pieve che strappa il cuore anche a chi -come me- non ama riverenze religiose. Di quella pieve un frammento antico del ciborio longobardo sta sull'etichetta, quasi a volermi rappresentare la sacra appartenenza di un vino alla propria terra. Quasi a voler sottolineare che le radici, a volte, possono essere profonde. E anche queste, a bene vedere, sono cose importanti.
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