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Data assaggi: aprile 2004 Il commento: In lui riconosco il carattere di un Chianti Classico così come l'ho sempre desiderato, ad un prezzo ed una reperibilità che non so, ma sempre desiderato. Lo vorrei bere di nuovo, magari più in la nel tempo, sicuro della sua futura energia, e sicuro pure - se non della mia di energie- del piacere rinnovato di un incontro. La chiosa: Di Monsanto, inteso come Castello, ho ricordi che chiamano a viva voce una acclarata gioventù, non tanto di spirito (quella, per fortuna, la conservo ancora) quanto fisica. Era quando le gite fuori porta mi conducevano spesso da quelle parti. Già allora il vino una sincera passione, nulla di più, tale però da menare volentieri la mia bella agli incontri campagnoli. Ho ricordi troppo vaghi di una lunga, buia, umida galleria a volte piena di bottiglie a riposare. Ho ricordi di un lontano incontro vinitaliano con Laura Bianchi, lei molto giovane e molto disponibile, laddove assaggiai per la prima volta lo chardonnay di famiglia, fatto alla maniera di Borgogna, con viva sorpresa. Ma soprattutto ho i ricordi dei miei chianti giovanili, delle poche volte che me li potevo permettere e mi recavo con malcelata frenesia ed altrettanta curiosità ad acquistare. A volte, pensa te, all'enoteca di Greve addirittura, ché mi perdevo nei meandri e nelle etichette. Bene, è stato così che ho potuto stappare - in compagnia vaddassé- i chianti classico di Castello di Monsanto. Da loro- non la coglievo allora ma adesso ne son certo- ho ricevuto la purezza, finanche l'ingenuità, di una terra generosa; un sentimento sangiovesista raffinato, sfumato, seducente, sottile, fresco, figlio di un terroir dall'impronta galestrosa; la dolce suggestione di un acquerello, da sempre marchio di quelle etichette. Per fortuna, oggi, è venuto in soccorso lui, Il Poggio, la riserva tanto amata dalla maison, a smuovere ricordi e pensieri. Ci voleva, perché mi ha fatto capire (o sperare ancora ) che il Chianti Classico può essere una grande terra da grandi emozioni, tale da ispirare riconoscibilità e bellezza. Di più, ha avuto il grande merito di infondere nuovamente in me un sano sentimento di ingenuità, la voglia di credere che il Chianti possa riconquistare l'agognata fama se solo lo si volesse, che ci stanno tante ragioni d'essere in misura dei diversi terroir che ne innervano le viti, ben aldilà di storpiature, caricature, scorciatoie e brutte copie, ché di quelle -davvero- non se ne può più. Guardiamoci dentro, riscopriamo le potenzialità e le peculiarità, lavoriamo davvero la vigna, nella vigna, senza falsi proclami. Quella terra , che è poi il nostro Chianti, una volta appurata la sincerità dei gesti -ne son certo- risponderà.
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