L'appunto al vino
di Fernando Pardini
 
 

Il vino:
Dolcetto di Dogliani DOC Sirì D'Jermu 1999 - F. lli Pecchenino

Sotto-zona/cru: Dogliani (Cn)

Data assaggi: Febbraio 2001

Il commento:

Impressionante il colpo d'occhio per cromatismi e fittezza: rubino/granato scuro e impenetrabile, dall'effetto colorante violaceo notevole, dalla densità spiccata: questa la carta d'identità visiva del Sirì D'Jermu ultimo "nato".

La qualità olfattiva conduce a vinosità, a discreta ampiezza e a nitidezza non estrema, ciò essendo legato senza dubbio alla forte carica alcoolica, alla giovanile esuberanza, ai parametri alti. Eppure fine e peculiare ne risulta il quadro. Dentro vi scorgi profondità aromatiche di more e frutti piccoli del bosco (rossi e neri), accompagnate e ben fuse dalle piacevoli note terziarizzate del rovere dolce, da una leggera tostatura di caffè, da tratti cioccolatosi di rimando.

Al palato è aitante e corposo, di struttura polialcoolica da competizione, di ottima rispondenza naso-bocca, caldo e apprezzabilmente tannico, mai amaro né rigido, dall'incedere possente eppure avvolgente, sapido ma non fresco, il che ne mitiga l'esuberanza nel rispetto di una beva articolata, pregnante, intensa e già godibile. Poi ti lascia aromi di bocca fruttati e a tratti balsamici, che vogliono tempo per infittirsi ed amalgamarsi, ma portano alla riprova. Finale medio-lungo e degnissima PAI chiosano un vino che pur nella sua veste, del tutto personale e riconoscibile, offre ad ogni pié sospinto la inafferrabile magia della "beva dolcetto". Vino giovane che ha ancora tempo davanti e spalle larghe. Non facilissimo da reperire, perlomeno in certe regioni d'Italia, regala emozione a 20000 lire o giù di lì. Ovvie la meditazione e il tenere a mente, per un bel po'.

La chiosa:

Ricordo ancora la prima volta che ho "incontrato" questo vino. Correva l'anno 1995 e nel presentarmi una bottiglia del 1991 il timido interlocutore notò la mia faccia dubbiosa per la proposta datata che mi si prospettava e aggiunse "... se non va bene la cambiamo". La bottiglia non soltanto non fu cambiata, ma mi aprì gli occhi sulla realtà del dolcetto di Dogliani, di questo modo maschio e verace di essere vino, eppure raffinato e coinvolgente allo stesso tempo. Quella bottiglia, e quell'etichetta, non le ho più dimenticate, ed ogni anno un ascolto ai vini dei bravissimi fratelli Pecchenino è diventato un obbligo. La strada, loro, l'avevano già tracciata.


Prima pagina | L'articolo | L'appunto al vino | Rassegna | In dettaglio | Sottoscrivi | Collaboriamo