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Sotto-zona/cru: vigneto Sirah - Montecarlo(Lu) Data assaggi: Settembre 2002 Il commento: In bocca procede morbido e sopraffino, coerente e volumico. Soffice e distesa la tannicità, grandissima la piacevolezza, lungo lungo l'abbraccio, giovanile l'età, esemplare l'equilibrio. Ammirevole per pienezza e rigore, esprime appieno le volontà di un piccolo terroir nato e cresciuto a sirah, ben lontano dal Rodano, ancor di più dalla Barossa Valley, ma vicinissimo ai cuori. Nelle enoteche d'Italia, se si può parlar di visibilità, sta sui 25€ o giù di lì. Da non perdere. La chiosa: Diavolo di un Vasco, dopo tanta attesa tira fuori il coniglio dal cappello! Un giorno eppure mi aveva accompagnato davanti a quei 900 ceppi bassi e contorti e lo capii già allora, dagli sguardi e dalle parole, di quale affetto e di quali attenzioni fosse fatta oggetto quella vigna. Si mormora che forse rappresenti il più vecchio vigneto di sirah in Italia: 37 anni non sono affatto pochi. Chissà, un indagine accurata la meriterebbe, per fissare dei punti, per capire le rotte, o farle capire. Di certo é che sulle sponde montecarlesi la memoria non ha le gambe corte. La storia viticola qui ha abbracciato da tempi assolutamente non sospetti - va bene da un secolo e mezzo fa? - la strada del meticciato varietale, perché ha tramutato contadini ed agricoltori in commercianti e viaggiatori, curiosi e perspicaci, creandosi pian piano, sul campo, la propria peculiarità, il vanto ma anche la scommessa e l'arditezza: l'essere quel territorio coltivato "strano", aspetto questo che avrebbe dovuto essere accompagnato da consapevolezza e determinazione sempre nuove. Vasco Grassi conduce da almeno trent'anni con ammirevole modestia e serietà una cantina leader, direi con consapevolezza e determinazione. L'ha vista crescere e l'ha cresciuta. Con lui, quando entrò, c'erano le giovanissimi viti di un piccolo vigneto, giustappunto piantato a sirah. Dalle sole annate buone, senza fretta, dopo riposi e affinamenti che si avvicinano ai 4 anni dalla vendemmia, se ne esce da diverso tempo con un vino esclusivo la cui forza, e le cui sorti, dipendono dagli estri e dagli umori di quella vigna lì. Ebbene ritengo, oggi che lo bevo, essere Il Fortino 98 uno dei più grandi vini mai prodotti nella mia Lucchesia; così amorevole il tocco, così genuino il risultato, così toccante l'essenza, da meritarsi un singolare omaggio. Da quel bicchiere intuisco finalmente una luce, con un solo leggerissimo offuscamento ai bordi: questioni di chiara visibilità. Ritrovarsi infatti a parlar di vini da 900 bottiglie (una per ceppo) a me non piace affatto. Ma in questo caso, e per terre come queste, bicchieri così devono servire solo da stimolo e da meditazione. Sul senso vero di un percorso, affinché sia finalmente elettivo, condivisibile, diverso, unico e caratteriale. Anche da bicchieri così passano identità, tram e futuro per la mia sempr'amata Lucchesia.
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