Il vino:

Alto Adige Val Venosta Riesling 1999 - Castel Juval

Sotto-zona/cru: Juval - Stava (BZ)

Data assaggi: Gennaio 2003

Il commento:

Il giallo paglia sa assumere invitanti, cangianti, brillanti tratti giovanili per via dei rapidi e frequenti riflessi verdolini di cui si screzia, nei quali volentieri ti confondi e dai quali ne trai d'istinto sensazioni di purezza d'altura, tanto che ad annusarlo non ti sorprendi poi tanto se ci ritrovi gioventù, sfumature e finezze tipiche dei luoghi eroici della viticoltura di montagna. Così tirato nel frutto e deliziosamente varietale, vi respiri a piene nari gli umori agrumosi, il minerale, le verità idrocarburiche, la menta, le erbette di campo, a disegnarne un profilo intenso ed aristocratico.

L'acidità battente, le evidenti note citrine (comunque ben integrate nel corpus del frutto), la sapidità, il passo raffinato ma soprattutto la continuità e la pienezza gli regalano un palato fragrante, ammaliante, ancor verde per energia sottesa, strutturato e bilanciato da par suo. Il corpo, leggibile, lo differenzia assai dalla silhouette slanciata tipica dei fratelli suoi tedeschi. E' questo un vino dalla spalla inusitata e dallo charme irreprensibile, caratteristiche poco praticate nel nostro paese se mi parli di riesling. La sua compagnia un grande privilegio, per la capacità di coinvolgere, di rendere evidente la sua origine, di farmi ricordare, beatamente ricordare. Di lui certo, e di altre storie con cui vi lascerò.

Sugli scaffali d'Italia sta - ritengo - attorno ai €10. Un affare di cuore.

La chiosa:

...Sì, in lui la capacità di smuovere i ricordi. Di quelli cari, che sai da quanto tempo avrei voglia di fissarli sulla carta per delimitarne contorni, luoghi, personaggi, incontri.... per raccontarli insomma. E invece no, ho preferito sempre tenermeli bellamente confusi, sparsi, liberi di vagare e sobbollire nella mente. Perché in fondo la loro bellezza, e la serenità di cui si intridono, credo non abbia bisogno di confini o di regole scritte. Eppure devo a questo recente, ottimo bicchiere atesino il bisogno di ricordare, della Mosella e della sua magica apparizione nella mia vita. Non c'è dubbio che, grazie a lui, per la prima volta un riesling italiano mi sembra rincorrere a pieno merito i fasti ed i livelli d'altissima scuola che solo da quelle terre ( e qualcosa anche dall'Alsazia, ma giocato su stili differenti) ho imparato ad apprezzare ed amare. Di questo ringrazio chi non conosco, come Martin e Gisela Aurich, anime di Juval, ed insieme a loro l'indimenticato scalatore della mia gioventù, Reinhold Messner, proprietario della tenuta.

Dalla Mosella però ho ricevuto pericolose "lezioni" di stordimento emotivo e di fascinazione, difficilmente cancellabili, molto più forti di un vino che bevi, per quelle strane coincidenze -purtroppo rare nella vita- che ti fanno vivere ciò che di più bello desideri quando meno te lo aspetti. Tutto e lì. A cominciar dal viaggio, deciso all'istante ch'era iniziato agosto, mezzo anno fa. Gli amici veri, della socialità e degli affetti -di quelli che basta un gesto per capirsi-, i luoghi incantati, naturali, che più che luoghi chiamerei spazi, la terra ed i suoi lavoranti, l'assoluta natura agricola e vignaiola che vi respiri ad ogni angolo, i borghi e la magia architettonica di mille fiabe messe assieme, l'accoglienza più pura e genuina che si può, i boschi ed il silenzio, la cucina ed il grande fiume con le sue anse ricche di esperienze sensoriali per lo struggimento di enofili e sognatori, hanno contribuito al trasporto stordente verso un mondo diverso dal mio dentro il quale, pur non carpendolo, son riuscito ad intuire l'importanza di esserci, per il solo fatto di sfiorarlo. Sì, ne ho appreso lo stordimento emotivo e la fascinazione, e lo struggimento, immancabile, che è di ogni ritorno dalle cose belle.

No, non riesco ancora a delimitarne confini, a tracciarne storie percorribili con ordine dalla parola scritta. Mi fermo qua. Con l'ennesimo bicchiere di Riesling Juval '99 brindo ai miei ritorni e alle anime gentili che ho incontrato sulla via germanica. Su tutte, a Mari May e alla sua premurosa accoglienza, e alle sue lacrime di un giorno, quando, coccolati dall'abbraccio di un bosco e di un vecchio mulino da sogno che sta a Burg Pyrmont, ci offrì un grandissimo premier cru di Cognac, affinato 20 anni, del Domaine Frapin, conservato con cura dal suo amato Peter, compagno di una vita scomparso ch'era poco, amante della natura e della cultura materiale. Lui avrebbe voluto così e lei sapeva che in tal modo lo avrebbe reso felice; lo lesse nei nostri occhi e nei sensi appagati.

 

 

 

   

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