Il vino:

Forlì Rosso IGT Barbarossa Il Dosso 2000 - Fattoria Paradiso

Sotto-zona/cru: Bertinoro (FC)

Data assaggi: Giugno 2003

Il commento:

Il rubino gioviale e compatto, oggi, veste sostenuto mentre lo guardo. Il naso - ampio respiro- è rarefatto ed elegante, e ti abbraccia profumando di marasca, mora e prugna su fondo di selva raffinato e gentile, con gli umori di spezie, china calissaia, castagno e fumo a contorno. Non potentissimo, no, quello che odori, ma modulato e propositivo quello sì.

La bocca, d'acchito, attacca levigando e coinvolgendo, sfoderando persino densità e calor buono, per poi stemperarsi nel proseguo, disperdendo in parte i sapori e le tensioni e rilasciando via via umori vegetali. A ben vedere non possiede il volume e la diffusione delle grandi occasioni - tieni conto di quei tannini tipicamente "polvirulenti"- eppure ti apparirà bocca orgogliosa nella sua agile veste.

Con l'aria, nel frattempo, fruscii d'erbe odorose. Più fitto, ma integrato, si farà il substrato vegetale. Ancor più fulgida la nota fumé e confortante il rivolo vinoso. E' sempre una bella cosa, il rivolo vinoso, e confortante: mi ricorda, a ben vedere, la Romagna sanguigna e la gioventù.

Nelle enoteche d'Italia un pezzo di storia vinicola romagnola, generoso e bello nella sua genuina ingenuità, ad un prezzo (forse è il prezzo della storia) che mi sfugge.

La chiosa:

Quella sera il vento picchiava forte sull'Appennino di confine tosco-romagnolo, la strada era lunga e le curve tante. D'altronde la curiosità per l'inatteso invito era tanta pur essa; vento e curve non ci avrebbero impedito di arrivare alla meta: un angolo distensivo e assorto della Romagna cesenatica dell'entroterra collinare. Già al solo comparire di quell'invito, noi acquabuonaioli, avevamo subodorato si potesse trattare di qualcosa di speciale: sulla carta una verticale di Barbarossa, direttamente da Mario Pezzi alla sua Fattoria Paradiso, sui colli attorno a Bertinoro.

Ma cos'è il Barbarossa, direte voi? Il nome di un vino certo, ma non solo. Ancor più importante, il nome di una varietà di uva , autenticamente autoctona ed esclusiva, che il buon Mario scoprì in una vecchia vigna di oltre cent'anni, destinata alla ruspa, nel lontano 1955 e studiò poi con attenzione negli anni a venire, derivandone quello che sarebbe diventato un Super Romagna. Ne nacquero un caso ed un vino evento, perché per la prima volta nella massificata Romagna vinicola qualcuno iniziò una ricerca che coglieva molti spunti futuribili riguardo a conduzioni agronomiche, coscienza del cru, intuizione della qualità legata ad un territorio. Alla conoscenza e alla mitizzazione poi contribuì e non poco - chi altri sennò - un certo Luigi Veronelli, allora giovane esploratore e già divulgatore di patrimoni, coscienze e conoscenze contadine. Ancor oggi, sulle mura della enorme cantina , qua e là vi leggi il passaggio del Gino, del tipo: "qui hai puntuale, e tuttavia emozionante, conferma: i vini sono un valore reale perché ti donano l'irreale".

Da allora di strada, alla Fattoria Paradiso, ne è stata fatta, fors'anche persa, o meglio non perseguita con l'impegno e la curiosità intellettuale della prim'ora. Qualche rilassatezza, in una storia ad alta dignità lunga 40 anni, non ha offuscato più di tanto il fascino della scoperta e della diversità, il blasone del piccolo Barbarossa, l'orgoglio di esserci e contare, la figura carismatica del vecchio vignaiolo, a cui il suo paese, ancor oggi, tributa affettuosi i riconoscimenti.

Quella sera d'ottobre, anno 2002, negli enormi, affascinanti spazi di una magione molto romagnola, tra migliaia di vecchie bottiglie letteralmente aggrappate alle pareti e ai soffitti, abbiamo partecipato non solo ad una verticale ma almeno ad altri due eventi nell'evento: il compleanno di Mario Pezzi (ottanta anni) ed il passaggio di consegne "ufficiale" all'amato giovane nipote Jacopo Melia, agronomo di bella speranza, che sarà coadiuvato nel rilancio e nell' ammodernamento della casata da Roberto Cipresso. C'erano tutti gli ingredienti per un happening popolare a regola d'arte: la partecipazione e l'affetto della gente invitata, accorsa numerosissima, con quel suo modo tutto romagnolo - spontaneità ed estroversione - di condividere un'esperienza, un tavolo, un'amicizia; c'erano la commozione ed il senso dell'unità familiare, gli schiamazzi, i nasi rossi ed i riti.

In mezzo a tutto questo ambaradan, silenzioso eppur stordente nel messaggio sotteso, ci stava un Barbarossa 1971 generoso e fiero, propositivo e vivo, dalle intense note vegetali e fruttate, di prugna e mora, caramello e china , caffé, menta e liquirizia con una bocca terrosa e rigorosa, dignitosa e commovente nella sapida essenza, nei rivoli fruttati che insistevano, nella fulgida e levigata trama tannica, non dissoltasi bensì maritatasi all'antico corpus.

Insieme a lui c'era un Barbarossa 1981 fitto e compatto, di naso solido, tenace e pieno, dal forte richiamo di prugne, mora di rovo, terragno catrame. Vi si riflettevano, anche qui, reminiscenze vegetali su intriganti sfumature d'erbe aromatiche. In bocca ancora terra, e polverosità tannica, per uno sviluppo asciutto, originale, a testa alta. Senza concessioni e svolazzi mi è parso figlio legittimo di una sanguigna naturalezza contadina, di stampo antico.

Infine lui, il Barbarossa 1968: granitico nel suo granato, ancora insinuante e bello, si apriva ad un naso emozionante e fresco, balsamico di vita e di cose del bosco ancor pulsanti, in cui vi scorgevi il frutto dolce dell'amarena, la scia di cacao e la radice di liquirizia, la struggente striscia di caramello e di tabacco dolce, per un afflato penetrante ed efficace, di rara dedizione e forza. In bocca offriva materia soffice e ricca, ancora in spinta, senza cenni ossidativi nei dintorni, mettendo in rilievo quella ormai sua caratteristica timbrica polverosa nella matrice tannica. Molto lungo il finale, e nessun affaticamento; solo una generosa, eroica capacità a non disperdersi.

Quel vino mi ha commosso. Alla fine, ormai confuso dalle note lunghe di catrame e dalla personale, incontenibile, lusinghiera sua amicizia, ho rimirato la bottiglia e ripensato alla vendemmia dorata: 1968. Formidabili quegli anni!

Sì, in quel vino vi si è riflessa - come in uno specchio - la gioventù, o meglio l'idea di come poter restare sempre giovani: la gioia, in fondo, sta nella consapevolezza, o nel sogno, oggi come ieri, di dare l'assalto- nuovamente- ad un cielo.

 

 

   

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