Il vino:

Soave Classico DOC Monte Carbonare 2003 - Suavia

Sotto-zona/cru: Monte Carbonare -Soave (VR)

Data assaggi: Settembre 2004

Il commento:

Quel giallo vibrante e vitale, con i brividi verdolini ad occhieggiare, mi ispira di già freschezza, nitidezza, pulsione. Si fa leggibile la densità, a muovere il bicchiere. Da lui un naso finissimo, progressivo, solido e circuitore assieme, dal quale è impossibile sottrarsi: profumi di pera, erbette aromatiche, menta, clorofilla, muschio, finocchietto selvatico e minerale ti offrono un quadro raffinato e ben esposto, di grande armonia e compiacimento, affascinante e rigoroso, flemmatico e suadente. Quella bocca poi ti risponde con un attacco fulgido e profilato per concedersi secondo uno sviluppo teso, succoso, contrastato, ad alta godibilità. Una acidità pimpante ma integratissima su corpo slanciato e bello rendono continua la spinta, reiterata la beva. Di lui mi colpiscono la nitidezza espressiva, la precisione -che è tutto men che tecnica- e la cura del particolare. Il finale è trasognante perché ti gusti appieno la varietalità sua di garganega. Sì, ci troviamo di fronte ad un bicchiere esemplare, orgoglioso e parlante. Un vino che ci dimostra quanto gloriose possano essere le insegne di un terroir quando appassionatamente interpretato, e quanto il tempo, con il radicamento di antiche varietà alla loro terra, sia precursore di unicità. Insomma, un vino da elevare, di diritto, alla dignità di cru. A 10 euro o poco più sugli scaffali d'Italia, un vero e proprio cru.

La chiosa:

Non ho nascosto emozione dopo un bicchiere così. Perché mi ha fornito un sacco di rimandi. Lo ammetto, vi sono vibrazioni, aromaticità, desinenze, sfumature che in certi bianchi mi circuiscono e mi fanno felice più di altre. E' un singolare connubio fatto di naturalezza, carattere, vegetale sensualità, soave balsamicità, contrasto, generosità, solidità e struttura al quale non so resistere, che è più difficile a dirsi che non a riconoscersi. La mia mente è andata subito al Pré Bossu, nell'incantata campagna d'Alvernia, laddove fu un sorprendente viognier-roussanne del Rodano settentrionale a trasmettermi quella identica interiorità. Subito dopo, alla mia ultima Borgogna, per ricordare la seducente energia degli Chassagne e Puligny Montrachet di Jean Claude Bachelet. I sensi, di fronte a vini del genere, rifioriscono.

Non so perché, ma mi manca maledettamente la Suavia, la vecchia terra di Soave. Un errore dello spirito quello di non averla percorsa abbastanza. Questi vini, d'altronde, spingono al viaggio. Magari per incontrare le vignaiole di Suavia, l'azienda Suavia. Perché qui, mi dicono, si declina tutto al femminile. Mi immagino di già: determinazione, passione, impegno, sensualità e cura sopra le righe. Di sicuro. Insieme alle vecchie vigne a pergola, insieme ai terreni "carbonari", insieme al tempo, insieme alla garganega, una sinergia dirompente per vini dalla identità non camuffabile. Sì, dovrò partire di nuovo. Per capire un po' di più di quella gente, di quella terra. E delle ragioni di un privilegio, quale quello di crescere vini che possano essere inni alla gioia. Se penso poi che il Soave Le Rive, l'altro cru della casa, per esempio il 2002, è ancor più bello del fratello, beh, non mi capacito del perché non sia di già in viaggio!

 

 

   

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