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Sotto-zona/cru: Monte Carbonare -Soave (VR) Data assaggi: Settembre 2004 Il commento: La chiosa: Non ho nascosto emozione dopo un bicchiere così. Perché mi ha fornito un sacco di rimandi. Lo ammetto, vi sono vibrazioni, aromaticità, desinenze, sfumature che in certi bianchi mi circuiscono e mi fanno felice più di altre. E' un singolare connubio fatto di naturalezza, carattere, vegetale sensualità, soave balsamicità, contrasto, generosità, solidità e struttura al quale non so resistere, che è più difficile a dirsi che non a riconoscersi. La mia mente è andata subito al Pré Bossu, nell'incantata campagna d'Alvernia, laddove fu un sorprendente viognier-roussanne del Rodano settentrionale a trasmettermi quella identica interiorità. Subito dopo, alla mia ultima Borgogna, per ricordare la seducente energia degli Chassagne e Puligny Montrachet di Jean Claude Bachelet. I sensi, di fronte a vini del genere, rifioriscono. Non so perché, ma mi manca maledettamente la Suavia, la vecchia terra di Soave. Un errore dello spirito quello di non averla percorsa abbastanza. Questi vini, d'altronde, spingono al viaggio. Magari per incontrare le vignaiole di Suavia, l'azienda Suavia. Perché qui, mi dicono, si declina tutto al femminile. Mi immagino di già: determinazione, passione, impegno, sensualità e cura sopra le righe. Di sicuro. Insieme alle vecchie vigne a pergola, insieme ai terreni "carbonari", insieme al tempo, insieme alla garganega, una sinergia dirompente per vini dalla identità non camuffabile. Sì, dovrò partire di nuovo. Per capire un po' di più di quella gente, di quella terra. E delle ragioni di un privilegio, quale quello di crescere vini che possano essere inni alla gioia. Se penso poi che il Soave Le Rive, l'altro cru della casa, per esempio il 2002, è ancor più bello del fratello, beh, non mi capacito del perché non sia di già in viaggio!
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