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Il vino:
Colli Piacentini DOC Cabernet Sauvignon Luna Selvatica 1998 - La Tosa
Sotto-zona/cru: vigneti
Ronco e Morello - Vigolzone (Pc)
Data assaggi: Gennaio 2002
Il commento:
La
solida base rubino amaranto non si concede a trasparenze e la luce fatica
assai nel trapassarla, riuscendo invero a rivelarne una motilità
scura, fitta e densa.
Molto ampio il ventaglio aromatico, che si esprime serrato e intenso dentro
a un quadro caratterizzato e deciso nei riconoscimenti a scalare di frutti
neri e minerale, cuoio e bacca selvatica, liquirizia e china, con risvolti
speziati di duratura presenza, pepe in grani e chiodo di garofano.
Maschio e poderoso nell'incedere, caldo e
muscoloso nella sostanza, solo all'entrata acquieta il nerbo acido per
presentarsi tattilmente sul velluto ma poi avanza graffiando - viste la
densità e gli spigoli - verso un finale contrassegnato da una materia
tannica fitta e rigorosa, assai puntuta e grintosa, "in odor" di china
e chicco di caffè. Non ti avvolge per lunghezza e profondità
ma ti sfida ripetutamente con la sua giovanile esuberanza.
Si manifesta così diretto e senza veli, non disdegnando nemmeno
qualche reminiscenza varietal-vegetale, rifuggendo invero i percorsi soffusi,
trasognanti, le sinuosità sfumate ed eleganti, che mi disegnano
il passo dei grandi. Non per questo non ne trai un quadro lusinghiero
e affascinato per un vino assolutamente vivo e caratteriale di cui auspicheresti
soltanto un respiro più lungo e rilassato. Luna Selvatica era e
resta una risorsa per i colli tutti. E anche più in là.
Sugli scaffali delle enoteche d'Italia - non semplicissima la reperibilità-
sta a 15 euro o giù di lì. Obbligato l'ascolto, sicuro il
riacquisto.
La chiosa:
La caccia ai vini de La Tosa, giovane realtà piacentina
dalle giovanili intelligenze, cominciò circa cinque anni fa: un ragazzotto
del mio paese, visto crescere letteralmente da che ne frequentai la casa
ch'ero minorenne e coi capelli tutti, fu condotto dalle cose della vita
- tipo le donne - ad abitare i colli di Piacenza.
Io, avviluppato nelle braccia dionisiache e demoniache del vino e del
suo universo, ne approfittai mandandolo per procura alla ricerca di bottiglie
e bottigliette su e giù pei colli, da recapitarmi al paese. Ahimé, non
riuscì a portarmi nemmeno un esemplare di quel vino de La Tosa la cui
la nomea mi incuriosiva: si chiamava Luna Selvatica - nome di fantasia
che ancor oggi ammiro perché capace veramente di suscitarla - ed era assolutamente
terminato.
Mi rinfrancai con i Gutturnio della casa, ruvidi, caratteriali, fermi
e strutturati, dai tannini graffianti ed ingombranti - proprio come si
sono rivelati nella Luna Selvatica che dopo qualche anno son riuscito
a rintracciare- e ne apprezzai vigore e spigoli, genuinità e spirito.
Ebbene, una volta ancora ho voluto narrare di un vino per forzare la mano
e la curiosità verso una regione tutta, Emilia e Romagna. Oltre a provenirvi
i miei migliori assaggi dolci d'Italia, da uve peraltro bellamente "nostrali"
(leggi malvasia aromatica di Candia, che non teme rivali da nessuna parte
del mondo), è terra generosa - per storia e cultura- di idealità, di uomini
e donne "dallo zigomo forte", di passioni e cose semplici a cui si aggiungono
oggi competenze, estri di vigna e nuove meraviglie che non possono più
essere taciute. Da quella terra, e dalla caparbietà dei vignaioli accorti,
ne ricaveremo l'ennesimo tassello per una ricostruzione liquida di patrimoni
e bellezze.
Una ricostruzione di visioni - per dirla con De André- assolutamente contadine.

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