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Il vino:
Vino Monfortino 1961 - Giacomo Conterno
Sotto-zona/cru: Vigneto
Monfortino - Monforte d'Alba (CN)
Data assaggi: Gennaio 2002
Il commento:
Mi
ha emozionato - di quel giorno - il giorno intero, compresa la stappatura,
assolutamente preventiva, 24 ore prima; come dire che sono due i giorni
dell'emozione. Un'attesa all'aria per respirare ossigeno e defatigarsi,
dopo anni e anni di buio silenzioso e assorto.
Mi ha sorpreso di quel bicchiere, subitaneamente, il colore granato trasparente
di austera consistenza e lucentezza, in cui ho scorto la vita e lo spessore
sotto un'unghia aranciata nitida e contenuta.
Mi hanno affascinato, di quel vino, gli avviluppi aromatici, fermi, saldi,
continui, vicendevoli, senza fretta, come di un libro di storia che ogni
ora gira pagina da solo - solenne - a raccontarti un'altra storia. Storia
che scorre e scivola, ricca di particolari. L'occhio si dilata quando
ne comprendi, limpido, l'odor di marasca, avvolto ed esteso nell'aura
eterea dell'impianto, e i contorni fitti delle foglie secche e dell'humus,
di trasognante, terragna beltà.
Dopo un'ora i terziari profondi si fanno avanti con note struggenti di
scatola di sigari e tabacco dolce, una reminiscenza speziata e poi, a
mare ormai aperto, l'ampiezza del quadro che va...
Al palato conserva aristocratica solidità nella sua piena e consapevole
maturità, regalandoti una bocca setosa e serrata, senza diluzione,
di stoffa antica e razza senza tempo. Il tannino, a scorgerlo bene, ti
appare disteso e ancora vivo su un nerbo acido quietamente placatosi.
Straordinaria la sapidità. Corpulento ed asciutto, si compiace
a lungo nella sua stazza morbida, senza tentennamenti o fatica, concedendosi
così monumentale fino all'ultima goccia della sua gloriosa bottiglia
scura. Fascinoso ed avveniristico, si perpetua in lui (con lui) il mito
del vino che segna il tempo, tempo la cui usura pare non appartenergli.
Non viene da un altro pianeta ma nel suo non "masticare" di
tecniche e tecnologia, microossigenazioni o salassi, osmosi inverse o
concentratori, ti sembra appartenga davvero ad un altro mondo, come il
monolite di Kubrick; meglio, ad un altro popolo, fiero e orgoglioso di
esserci, a testimonianza di uomini e terre reali. In "tempi enologici"
affannati alla ricerca di una "costruzione", ti appare ancor
più forte e chiara l'immagine e il ricordo che ne trai: quelli
di un vino essenza, punto di partenza (mai fine), carattere puro ed elezione.
Non ricordo il momento esatto dell'ultima sorsata ma ricordo ogni istante
della mia commozione. Compresa quest'ultima, scandita dalle parole che
scrivo.
La chiosa:
Non gli appartiene

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