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Il vino:
Colli di Luni Rosso Riserva Terrizzo 1998 - La Colombiera
Sotto-zona/cru: Vigneto
Montecchio - Castelnuovo Magra (SP)
Data assaggi: Marzo 2002
Il commento:
Con
il suo rubino vivo e compatto di leggibile densità e confortante
cromatismo, si dipana all'aria con profumi dalla decisa impronta fruttata,
che rendono il quadro estroverso e dolce, istintivamente invitante, per
quelle note decise di mora di rovo e ciliegia, fresche e mature, nitide
e laccate, accompagnate nel proseguo da note di pepe e rintocchi di violetta
e, sul fondo, da una sottile striscia boisé.
Gentile e piacevole al palato, si sviluppa su un buon equilibrio ed altrettanta
souplesse, regalandoti una beva traditora e luminosa, di buon corpo ma
assai snella nello sviluppo e nella trama tannica, a cui mancano forse
le profondità da svelare o le armonie sfumate da trasognare ma
non di certo la solarità, tanto da apparirti come un misto di dolcezza
e franchezza in cui trovi volentieri appagamento.
Un vino vero, quotidiano, di grande fattura, che ora ne berresti un secchio,
e che difficilmente ti delude. Per questo ne resto, a lunghi tratti, affascinato.
Sugli scaffali sta a 12,5€ o giù di lì. Valgono l'ascolto,
ripetuto, per un rosso di Liguria che ha fatto storia.
La chiosa:
Sembra ieri eppure son già passati tre anni dall'ultima mia visita
alla Colombiera. Ebbi modo allora di approfondire la conoscenza con un
enologo - anche proprietario - il cui garbo ed il cui modo di porsi non
li ho dimenticati.
Pieralberto Ferro non veste i panni della boria perché troppo intento
nella continua, silenziosa costruzione di un suo percorso, senza scorciatoie
o falsi maestri, senza vanagloria o presupponenza. In lui rifulge limpida
- lo ricordo dai silenzi - la passione intima per la vigna e per il vino,
una passione ponderata, attenta, a tratti circospetta.
Ha avuto la fortuna di dimorare il suo sangiovese, il suo ciliegiolo e
il suo canaiolo (a cui aggiungo il merlot) in una vigna di confine, già
Liguria ma attorniata di Toscana, che gli ha regalato un rosso come non
ci si attendeva da quelle parti.
Io so, perché lo vidi allora, di un
vigneto in costruzione, 8 ettari in continuum ben esposto, che sono inusuali
da trovare in quelle terre frastagliate tra sassi, boschi e macchia d'Alto
Tirreno. Lì, come avemmo a dire, nascerà la "strada
del nuovo Terrizzo". Dopo questo bicchiere ribadisco il fascino del
"vecchio" Terrizzo, un vino che nelle annate buone riesce a
piegare il sangiovese in un solare abbraccio fruttato, di elegante fusione,
smussato ed istintivamente piacevole. Nelle annate buone in quel vino
ci sta il tiepido abbraccio della sua terra.
Ancora ne ricordo un sorso (poi due, poi tre e così via), uno dei
migliori, su un sentiero a picco sul mare, giù in basso scorgo
Vernazza, tutto il resto è cartolina. La lieve brezza tardo mattutina,
gli aromi delle felci e delle erbe aromatiche, finanche l'odore (e il
rumore) del mare, riflessi tutti in quel sorso, esplosivo di profumi e
di sensualità, sì che da allora - sarà pure suggestione
- Terrizzo è uno di quei vini che alla cieca riesco a decifrare,
grazie alla subitanea mia immedesimazione, grazie ad un ricordo che lo
ha reso esclusivo.
Per questo, se l'augurio forte va alla strada del nuovo Terrizzo, non
ho timori nel lasciarmi affascinare dal "vecchio". Nelle sue
pieghe morbide mi confondo. Senza pensare a niente, mi confondo.

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