Il vino:

Valle d'Aosta Chardonnay Cuvée Frissonnière 2001 - Les Crêtes

Sotto-zona/cru: Villetos - Aymaville (Ao)

Data assaggi: Giugno 2002

Il commento:

Su quel giallo paglierino di brillante densità e compattezza si srotolano all'aria profumi mai arroganti nè marcati bensì equilibratri e gentili, di delicata esposizione e fragrante compimento, tra i quali ne rammento le evidenze di frutta bianca (banana, mela renetta su tutte) unite alle elettive e rinfrescanti sensazioni di erbe aromatiche e minerale. Più in là ti sfiora la mandorla dolce. Accattivante, suadente il quadro che ne trai.

In bocca si dimostra succulento, fuso nell'impianto, coerente nella espressione fruttata, raffinato nel passo (passo sussurrato e felpato), con un filo di grasso che accompagna ed "alliscia" un'acidità che batte, buono nella tenuta aromatica, aereo e gentile nella dignitosa lunghezza, d'altura nella sua essenziale capacità di dare voce sottile ma penetrante ad una terra estrema.

Via via, con l'ossigeno ed il tempo che passa, ti conquista e ti seduce riuscendo nell'intento di riconoscersi colloquiale e comunicativo; in lui rifulgono una assoluta dolcezza e una grande piacevolezza, che istintivamente ti portano alla riprova.

8 € di assoluta bontà. Da non mancare.

La Chiosa:

Troppo tempo che non frequento le lande valdostane. Solo sfiorate, ero assai più giovane allora, la figura già carismatica di Costantino Charrère viticulteur e la delicata fragranza di quel suo Torrette di un annata che non ricordo più. Di quelle terre eppure ne rivedo netti i contorni, finanche i passi, uno dietro l'altro sui sentieri ripidi ed immensi di scorci e di picchi, percorsi bramandoli e ribramandoli,al punto tale che più il mio fisico cedeva agli affanni e più sentivo avvicinarsi una sorta di intangibile arricchimento spirituale, che mi faceva continuare e travalicare ogni fatica. Alla sera, un sogno (e che sogni!) nella quiete e nella calma del "mio" Le Moyen.

Per prepararmi a quelle serate, limpide anche quando pioveva, e per viverle in buona compagnia, d'obbligo le scorribande a conoscere i vigneti e soprattutto i vini delle valli attorno. Fu così che approdai su in alto, dall'Abbé Bougeat, e mi lasciai affascinare dalle rarefatte armonie del Blanc de Morgex, ed incontrai la genuina e semplice cordialità dei tenui vini rossi de La Cave des Onze Communes, od ancora la palese sensualità insita nei moscati di Nus e di Chambave, giù da Ezio Voyat e da sua figlia, La Gazzella o alla Crotta di Vegneron.

Troppo tempo che non frequento le lande valdostane, sì da pentirmene, dal momento che stanno nascendo dei vini così. Me lo dovevo aspettare. Già i miei amici acquabuonaioli (così ci chiama, tutti insieme accomunati da una sorte, il nostro caro Gino Veronelli) me lo avevano detto (e da qualche parte sull'AcquaBuona vedrete che c'è scritto) della convincente bontà di queste creature alpine.

Ora tasto con mano ed ho la sicurezza che è passato troppo tempo per farmi perdonare: il non aver percorso più le lande valdostane, oltre che un errore "di strategia", è stato - soprattutto - un errore dello spirito.







 

   

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