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Prima
parte: assaggi di bianco vestiti
È stata la "prima volta" per questa
rassegna enologica, che ha visto numerosi enti organizzatori alle spalle
(siano essi politico- territoriali che di settore) e che si è proposta
il tema della valorizzazione del vino italiano di piccola e media produzione.
Ha assunto lo "spino fiorito" dei Malaspina a titolo e simbolo e uno dei
manieri più rappresentativi della famiglia, il castello
Malaspina di Massa appunto, come suggestiva sede; in più
si è scelta un sotto-titolo: "le piccole grandi Italie del bicchiere".
Sparsi qua e là nei giardini pensili, negli interni bui e silenziosi
delle torri, nelle terrazze, negli anfratti freschi del castello da poco
riportato a suo antico splendore diversi banchi di assaggio allettavano
i degustatori ignari e meno ignari con proposte variegate e sparse. Il
tutto condito da assaggi altamente qualitativi di prodotti del territorio
(formaggi, salumi) e da momenti di discussione, degustazione guidata,
proposta, ricordo (Fabio e Bruna Morelli e la loro Hostaria
del Buongustaio di Tresana sono e resteranno indimenticabili,
ndr). Così noi de l'AcquaBuona ci siamo presi il tempo di andare
a curiosare tra quei banchi alla ricerca della vibrazione giusta, attraverso
un personale percorso gustativo incentrato sui vini che maggiormente hanno
attirato la nostra attenzione, con il tempo, ancora e sempre, tiranno.
Piccolo appunto per l'organizzazione, per il resto impeccabile o quasi,
il non aver proposto un elenco dei partecipanti che ha costretto così
a lunghe camminate (ben accette, ci mancherebbe, visto il fascino del
luogo) per potersi rendere conto delle proposte e per cercare di non "toppare"
una particolare scaletta che voleva darsi una giusta progressione gustativa:
semplicemente prima bianchi poi rossi.
Un altro appunto riguarda la presenza dei produttori, vasta e varia nel
caso delle cantine locali (ricordiamo che qui siamo in territorio DOC
se guardiamo al Candia dei Colli Apuani e ai vicinissimi Colli di Luni),
assai meno nel caso dei nomi (anche eclatanti) presenti con le loro bottiglie,
in questo caso rappresentati dagli agenti (con qualche gradita eccezione),
sempre disponibili e gentili non c'è che dire anche se l'atmosfera
e il contatto professionale che si respira con chi del vino presentato
ne costituisce anima e complemento è un'altra cosa.
Bando
ai discorsi e alle presentazioni quello che segue vuol essere quindi un
lieve e passeggero pot pourri o resumé di ciò che le nostre
papille hanno incontrato in quella calda giornata di maggio, con l'intento
di fissarci suggestioni, suggerirci sensazioni e in quanto tali a voi
lettori riproporle. Così dai bianchi cominciamo e non possiamo
mancare l'appuntamento con un azienda quasi omonima della nostra rivista:
Acquabona il nome (senza la u), Isola d'Elba il territorio (presente
il produttore). Da qui iniziamo il percorso assaggiando in sequenza l'Acquabona
di Acquabona 1999, un vermentino in purezza dai profumi abbastanza
intensi dove senti gli agrumi e la frutta a polpa bianca (pera) insieme
a una striscia evidente di idrocarburo che ne limita la fragranza. La
bocca è mediamente fruttata e netta, non lunga, di medio corpo
ma equilibrata, fresca, soavemente ammandorlata nel finale per un vino
non estremamente caratterizzato ma sicuramente piacevole. Meno interessante
ci è parso l'Elba Bianco 1999 da uve procanico al 90%, che
presenta un approccio olfattivo mediamente intenso e poco persistente,
lievemente fruttato, nel senso di frutta matura o fresca, con riconoscimenti
evidenti di mandorla. Al palato si presenta secco, sapido, un po' troppo
sottile e scorrevole e si avvìa presto verso un finale non lungo
e tipico.
Altre
sensazioni non c'è che dire quelle provate per il Vermentino
di Luni 1999 di Giacomelli (presente il giovane vignaiolo)
che a un giallo paglia netto e piuttosto denso associa spettro aromatico
fine, intenso e abbastanza persistente dove riconosci frutta secca, fiore
di camomilla, roccia calda e resine boschive in equilibrio rimarchevole.
La bocca è sapida, secca, intensa e coerente, corposa e fitta e
mostra una progressione senza cedimento, non lunghissima, con sensazione
di cotto nell'aspetto fruttato ma nel complesso peculiare e abbastanza
armonica.
Sempre in tema vermentino sbarchiamo in Gallura dove è presente
ai banchi la nuova gamma dei fratelli Ragnedda alias Capichera.
Noi
limitiamo gli assaggi a: Vermentino di Gallura Vigna 'Ngena 1999,
Vermentino di Gallura Tenute Capichera 1999 e Vermentino di
Gallura Vendemmia Tardiva 1999. Il
primo mostra al naso profumi di pera ed agrumi, e una bocca molto decisa.
Il secondo è giallo pieno, lucido e denso e snocciola profumi intensi
e assai persistenti, peculiari, fatti di minerale, roccia calda, frutta
secca, salmastro, agrumi. La bocca è fortemente morbida e densa,
al punto che mi viene il sospetto di un giochino con gli zuccheri residui;
il vino è ancora fresco ma già ottimamente equilibrato dalla
nota alcoolica e dal grande contenuto in estratto. Ottima è la
beva.
Il Vermentino di Gallura Vendemmia Tardiva 1999 è profumato
intensamente e soavemente di vaniglia, chiodo di garofano e frutta secca,
con sfondo leggermente muschiato, variegato e particolare. In bocca è
secco ma morbido, assai lungo, coerente con l'olfatto e soprattutto ancora
giovane. La speziatura lo rende forse un po' monocorde, ma l'equilibrio
è in divenire e quando sarà raggiunto indubbio sarà
pure il risultato.
Sempre sul tema dei vitigni "mediterranei" un piccolo salto nella riviera
ligure dei fiori con gli assaggi di: Vermentino "Riviera dei Fiori"
1999 e Pigato "Riviera dei Fiori" 1999 di Laura Aschero
Ci aspettavamo di più dal vermentino di Laura Aschero, vignaiola
di lunga esperienza che vien da Ponte all'Asso, in provincia di Imperia,
che invece si presenta giallo scarico e con profumi solo mediamente intensi
e persistenti, fruttati ma non particolarmente pregnanti, su quadro abbastanza
fine. In bocca mostra maggiori pecche risultando essenziale e scorrevole
e svanendo troppo in fretta. Assai meglio va il Pigato 1999, che
dal punto di vista aromatico regala sensazioni tipiche più intense
e distinguibili, con media persistenza di agrumi e fragranze floreali.
Stesso problema dell'altro in bocca dove la pienezza non viene mantenuta
e il tutto si diluisce un po'.
Dalla Toscana, dalla terra di Montecarlo (di Lucca si intende) la Fattoria
Wandanna ci propone l' IGT Toscana Bianco Sirah 1999 e il Labirinto
1997. Del primo avete letto bene che sirah si è scritto, ma
che non è il sirah da noi conosciuto e qui bisognerebbe rifarsi
alla storia di queste terre e dei suoi uomini viaggiatori per cercare
di tracciare una strada che ci conduca al come e perché di questo
vitigno, tant'è: il vino si presenta giallo paglia scarico e mediamente
denso, i profumi sono abbastanza intensi e mediamente persistenti e a
colpire è sicuramente il peculiare tono fumé comunque assai
fine che ne accompagna l'olfazione tutta. La bocca è anche troppo
morbida se la consideriamo nell'equilibrio con l'acidità e si dilunga
poco anche se con un certo carattere e nerbo.
Il Labirinto 97 è uno chardonnay in purezza giallo netto
di bella cromaticità . I profumi sono intensi e abbastanza persistenti
con sensazioni evidenti di vaniglia e fermenti lattici, che alla lunga
ne stancano l'olfazione. La bocca è intensa e piena, corposa e
fitta, assai più caratteristica e caratterizzante dell'olfatto,
per questa ragione il vino è oggi non troppo armonico ma sicuramente,
con qualche aggiustamento di tiro, potrà dare e dire qualcosa di
più importante nel prossimo futuro.
E,
a proposito di chardonnay, completiamo un piccolo excursus assaggiando
il pregnante Chardonnay 1997 di Ca' del Bosco. Questo Terre
di Franciacorta DOC sfodera profumi intensi, fini, di buon equilibrio
frutto/rovere, con sensazioni di muschio e fiori bianchi al contorno e,
penetranti, di mela che rendono il quadro variegato e assai complesso.
In bocca è ancora meglio: coerente sicuramente con l'olfatto, è
avvolgente e morbida, fresca e fruttata, equilibrata nella sua spinta
acida ben dosata. Il finale è lungo e saporito e contraddistingue
un vino di carattere e di livello superiore.
Assai
simile nell'approccio olfattivo, anche se meno intenso, è lo Chardonnay
Al Poggio 1998 del Castello di Ama (e qui siamo in Toscana),
piuttosto chiuso al naso ma che mostra bocca avvolgente e vellutata, di
bella estrazione e peso, che solo lievemente mostra qualche indecisione
nell'incedere e nel passo (accenni di diluizione) e che però, con
un bel finale, suggella una sensazione di netto miglioramento per un vino
che, già assaggiato nelle vendemmie passate, non aveva mai colpito
più di tanto (anzi a volte si è dimostrato una piccola delusione).
Buono soprattutto il dosaggio del rovere, non invasivo e ruvido come una
volta, che ne fanno un vino di discreta eleganza, aspetto questo che con
la finezza era sempre mancato: potrà migliorarsi ancora.
Chiudiamo
il conto con gli chardonnay assaggiando direttamente dal figlio del dottor
Drei Donà il Tornese 1998 della Tenuta La Palazza.
Innanzitutto vada di merito a questa azienda voler essere presente alla
manifestazione direttamente con la proprietà (e vengono dalla Romagna!);
della cortesia e della simpatia innate abbiamo già avuto modo di
dire. Certo poi che quando assaggi il Tornese 1998 aggiungiamo
simpatia a simpatia: il giallo paglia è carico e piuttosto denso;
l'approccio olfattivo è da subito molto fine, intenso e persistente,
sul frutto, dove riconosci fragranze floreali (acacia e gelsomino), erbe
aromariche, frutta secca, soave e leggerissima vaniglia. La bocca è
molto coerente, secca, di bella sostanza e progressione e regala corpo
(è grasso e quesi burroso), vivacità, contrasto, carattere
e finale lievemente ammandorlato.
Terminiamo
infine con un classico fra i classici, dal Friuli il Ronco delle Acacie
1997 de Le Vigne di Zamò. Il colore è molto bello,
cristallino e assai denso, i profumi intensi e persistenti su quadro fine
ed elegante, che insiste su essenze floreali e vaniglia in melange variegato
e non banale, se lo pensate caratterizzato com'è da intriganti
toni fumé sovrapposti a thè, camomilla, nocciola, cioccolato
bianco. Al gusto è pieno, ben contrastato in acidità, tendenzialmente
morbido e vellutato, con toni vanigliati ancora in bella (e troppa) evidenza.
Equilibrio in divenire per il legame frutto/rovere è quello che
tutti noi auspichiamo (tra parentesi ne siamo convinti), per un vino comunque
di buona persistenza.
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