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Testata registrata presso il Tribunale di Lucca - ISSN 1592-2855

 
 
Romagna, terra di sangiovese: incontro con il Convito di Romagna

di Riccardo Brandi

Roma - Emozioni forti in questo evento. Chi avesse radicato il preconcetto del modesto spessore dei vini di Romagna … beh, farà bene a cambiare idea. Lo scorso 21 novembre abbiamo avuto modo di partecipare ad una degustazione orizzontale del Sangiovese di Romagna DOC Superiore Riserva 2003, vino di punta dei sette produttori di eccellenza del territorio più vocato al Sangiovese e che dal 2001 si sono associati nel Convito di Romagna (www.convitodiromagna.it). Ci siamo accostati con grande umiltà e rispetto a questo incontro: umiltà nei confronti del Sangiovese, di cui ci erano note le qualità e la capacità di esprimere carattere, austerità, vigore, equilibrio, tannini, armonia e longevità; rispetto per le persone che rappresentano questo consorzio di produttori di grande qualità, per la loro voglia di promuovere il Sangiovese di Romagna, per la grande competenza ed impegno in questo Convito.

Forse avranno pensato al “Simposio” greco trattato anche da Platone, in cui il vino era protagonista almeno nell’etimologia; nel Convito di Romagna si uniscono aziende agricole di grande respiro, per cui la scelta di una radice latina da cui emerge il coinvolgente senso del “mangiare insieme” ci risulta apprezzabile ed indovinato.
Lo scopo primario di questa associazione è senz’altro quella di promuovere i prodotti del territorio e soprattutto il Sangiovese, per dimostrare che anche la collina romagnola può competere con i terroir di grande tradizione e storicamente più conosciuti anche sui mercati esteri. Riunirsi è certamente un mezzo efficace per combinare al meglio le idee, le esperienze, le capacità e l’impegno di tutti per avere un peso maggiore proprio sui mercati più competitivi; come hanno fatto i produttori del più blasonato Brunello di Montalcino, ma anche produttori di nicchia come quelli del Carmignano, il lavoro dei singoli, la professionalità e la diversità di ognuna delle sette aziende ha dato dei frutti di assoluto valore: prodotti pregevoli e grandi vini.

Degustiamo queste perle dei “magnifici 7”, nell’accogliente sede dell’AIS; guidati in questo percorso degustativo dalla competenza e dalla capacità dialettica, nonché dalle affinatissime papille, di Paolo Lauciani. Nel corso della degustazione non sono mancati gli interventi di quasi tutti i produttori protagonisti, che hanno raccontato un po’ della storia di questo progetto, un po’ della storia delle loro aziende, un po’ della storia dei loro vini; tanti racconti brevi per un unico grande romanzo. Apre Andrea Muccioli, trascinatore e leader carismatico del gruppo che, con la sua estrosa comunicativa, ci parla di una sorta di entropia. Definisce infatti “caos organizzato” il progetto del Convito di Romagna, nato da una sua idea, ma che incontra subito l’incoscienza e l’indole sognatrice dei produttori e amici coinvolti. Andrea ci racconta di come si faceva il vino a San Patrignano e di come muovendosi in un contesto fatto di “fango e roulotte” si affrontavano priorità di ben altro spessore, finché non ci si è chiesti come fare per poter profondere le energie positive della comunità per migliorare al tempo stesso quel rudimentale vino da consumo prodotto nelle vigne di famiglia. Anni di ricerca e impegno per rimontare l’ampio gap di background, anni in cui questa giovane azienda recuperava il tempo perduto con tenacia e continuità; tanto che la produzione, in costante escalation, si avvia quest’anno a superare le 80.000 bottiglie per traguardare presto il tetto delle 100.000. L’Avi 2003 è anzitutto una dedica. A Vincenzo Muccioli, papà di Andrea e personaggio che non può essere qui ricordato consumando poche insufficienti parole, ma che nelle emozioni trasmesse da questo vino ci giunge diretto nel ricordo della sua forza, della sua personalità e della sua presenza nel tempo, attraverso la sua opera. Così l’Avi 2003 è un sangiovese di grande carattere, che si muove scuro nel bicchiere con lenta viscosità, emanando effluvi di marasca estremamente matura e di macchia mediterranea, con presenza di legno e di una garbata speziatura dolce. Ne beviamo un sorso e subito tannini compatti e armoniosi ci invadono il palato; spina dorsale acida e tono alcolico sostengono le gustosità di frutta e spezie già annusate ed ora assaporate. Una riserva ancora in corso di affinamento in bottiglia che uscirà in commercio a Marzo 2007; si lascia già bere come si conviene ad un grande prodotto, ma soprattutto al naso lascia prevedere una durevolezza degna della figura che ispira il nome.

La successione dei vini si sviluppa in un crescendo di gradazione alcolica e forse non per caso si passa ad un vino proveniente dalla stessa zona delle colline Riminesi: il Terra di Covignano di San Valentino. E’ Roberto Mascarin a riconoscere il ruolo determinante di Andrea Muccioli per averlo convinto ad entrare in questo progetto ambizioso; lo stimolo di un disegno qualitativo volto a rivalutare le potenzialità del Sangiovese, calato in una realtà produttiva piccola e dinamica. Il Terra di Covignano 2003 (toponimo) si presenta in una veste di color granato tipica di questa riserva, ma con una luce leggermente più aperta ed una concentrazione meno intensa. L’olfatto è suadente, la frutta matura si concede a note balsamiche con riverberi di tabacco; in bocca i tannini sono decisi ma fluidi, con spigolature acide meno accentuate e buona persistenza ancora balsamica. Un vino decisamente pronto, che manterrà certo il suo vigore ancora a lungo, ma che denota uno stato evolutivo sicuramente più avanzato.

Ci spostiamo nel Forlivese e precisamente ad Imola per conoscere Vittorio Navacchia dell’azienda agricola Tre Monti. Si dà del matto Vittorio, per aver aderito al Convito di Romagna; una lucida follia che ha sposato felicemente l’incoscienza e ed i sogni degli altri soci. Il Thea 2003 porta il nome della vigna di provenienza dedicata alla signora Thea che con Sergio Navacchia fondò l’azienda nei primi anni ’60; un nome nell’etimologia greca, a seconda dell’accezione, che può significare Dea o Spettacolo, in ogni caso sinonimo di grande positività. La provenienza di queste uve è quindi distante dalle argille di Imola, acquisendo proprietà caratteriali austere dalle sabbie di limo presenti nei terreni più prossimi a Forlì. Il vino è concentrato, il granato è impenetrabile e dipinge il calice con venature vermiglie; al naso la marasca iniziale vira in prugna e si apre al sottobosco ed alle speziature più morbide derivanti dall’invecchiamento in legno dolce. La complessità olfattiva si riversa in bocca dove tannini esemplari danno una sensazione di masticabilità. Sostegno acido e lunghissima persistenza con finale sapido tipico per il territorio; un vino prestigioso, per palati esigenti già oggi, ma ancora in piena evoluzione e con un futuro che prospetta nuove soddisfazioni.

Con il vino successivo restiamo nel Forlivese ed incontriamo l’azienda che, con i suoi 7 ettari di vigneti, è la più piccola del Convito di Romagna. Parliamo di Calonga e del suo Michelangiòlo 2003. Restiamo colpiti di come Maurizio Baravelli, che ci racconta di aver iniziato nel 1977 quasi per gioco, in realtà in pochi anni abbia raggiunto livelli qualitativi così elevati. E’ infatti nel ’96 che avvia il piano di produzione in bottiglia; dal ’99 si avvale della collaborazione dell’enologo Fabrizio Moltard ed oggi offre un ventaglio di prodotti che non si ferma al Sangiovese. Come le aziende più grandi si dedica infatti anche ad uve e vini di respiro internazionale (Cabernet Sauvignon con il Castelfiore), ma anche ai bianchi tradizionali della Romagna, come lo storico Albana (anche in versione passita con l’ottimo Kiria) ed al tradizionale Pagadebit (un nome, una garanzia). Ma parliamo del Sangiovese Superiore Riserva 2003 in degustazione: anche in questo caso un nome e una dedica, a San Michele Arcangelo. Il profumo è notevole, con dominanza di buccia di amarena iniziale e poi aperture al tabacco da pipa ed a sentori di tostatura che ricordano il cacao. La lunga maturazione in barrique (aperte nei primi giorni di vinificazione) si avverte decisa anche al palato: i tannini mostrano una fisicità virile, il vino si aggrappa alle gengive e regala emozioni davvero forti, ma dalla deglutizione in poi si apre uno scenario fruttato con una lunghissima persistenza retronasale votata ancora al cacao, al cuoio invecchiato e alla vaniglia.

Restiamo ancora sui colli forlivesi con la Tenuta La Palazza di Drei Donà. Nell’incontro con Claudio Drei Donà, già avvocato e “patron” dell’azienda che oggi segue in prima persona i suoi vigneti, avvertiamo una sana passione e recepiamo una visione di complementarità fra i vari produttori del Convito. Il Pruno 2003 porta il nome di uno dei cavalli di proprietà che la famiglia alleva per il dressage; in questo caso il riferimento è ad un maremmano forte e generoso che rispecchia il carattere di questo Sangiovese. Imbottigliato ai primi di luglio, sarà presentato ufficialmente al Vinitaly 2007 e quindi ne affrontiamo la degustazione consapevoli dell’anticipo rispetto a quello che dovrebbe essere il suo corretto affinamento. Colore concentrato e compatto, quasi senz’unghia; ossigeniamo ed osserviamo la lenta discesa delle lacrime rosse aggrappate al cristallo, uno stillicidio prima ampio e poi sempre più fitto. I profumi sono complessi, di frutta rossa e polposa, per nulla timidi; l’ampiezza aromatica si sviluppa su toni minerali e balsamici ed un’ulteriore ossigenazione libera un’orditura speziata di grande finezza, seppure ancora difficile da decifrare. In bocca ci colpisce con tannini estremamente vigorosi e serrati, un approccio maschio che rivela una struttura polifenolica pingue a smorzare il tono alcolico. Un vino di grande futuro, ma che già stasera ci darebbe grandi soddisfazioni con un buon brasato, grazie ad un’eleganza già apprezzabile.

Con Cristina Geminiani ci spostiamo sulle prime colline dell’Appennino tosco-romagnonolo e fra i vigneti della Fattoria Zerbina di Faenza. Cristina è l’anima e il cuore di quest’azienda; enologo ed agronomo competente, rappresenta anche la figura di riferimento istituzionale per il Convito di Romagna, da lei fondato assieme ad Andrea Muccioli ed Enrico Drei Donà.. Il Pietramora è il frutto di uno studio lungo e approfondito più sulle tecniche di allevamento che di vinificazione, tanto che rappresenta oggi di fatto l’identità dell’azienda; una filosofia infatti di impegno quasi maniacale nella cura del vigneto, ad esempio con la re-interpretazione del sistema ad Alberello, limitando le evoluzioni delle tecnologie in cantina agli accorgimenti essenziali, dettati comunque da uno studio altrettanto serio e ponderato, ad esempio con le micro-vinificazioni parcellari in tonneaux sul 50% del sangiovese per prevenirne spiacevoli fenomeni di appassimento. Il vino di punta che degustiamo deriva quindi da uve per metà vinificate in legno e per metà in acciaio; la maturazione successiva in barriques si palesa al nostro naso con grande profondità e complessità. La frutta si unisce a venature floreali nelle quali si intuisce nettamente la viola; la componente volatile libera un bouquet speziato di grande ampiezza. Al palato il Pietramora 2003 è fedele a quanto rivelato olfattivamente; i tannini sono accesi e bilanciati da un bel tenore alcolico; acidità e freschezza, dono di quella piccola percentuale di Ancelotta, mantengono a lungo la bocca umida dove nel finale prevale l’aspetto fruttato. Doveroso segnalare nella produzione di Fattoria Zerbina la tradizione dell’Albana passito con lo Scacco Matto e l’Arrocco (nomi di chiara estrazione scacchistica) di notevole risposta gusto-olfattiva.

L’Azienda Agricola Stefano Ferrucci, presente alla serata con i suoi vini, sfortunatamente non ha potuto essere rappresentata direttamente da Ilaria Ferrucci, figlia del compianto Stefano, personaggio storico che ha dedicato la sua vita alla continua sperimentazione nei suoi 15 ettari sulle colline di Castel Bolognese, un laboratorio a cielo aperto. C’è una frase che ci piace e che ci fa capire a fondo la filosofia che l’azienda ha perseguito in questi anni e che ci spiega l’anima del suo artefice: "un viticultore ha a disposizione nella sua vita 40/45 possibilità per raggiungere i suoi obiettivi: una ogni anno; deve quindi usarla con giudizio e soprattutto con senso di curiosità …" Il Domus Caia 2003 è un grande vino, molto particolare per il caratteristico accenno di appassimento che Ferrucci ha introdotto nella sua produzione, sullo stile dell’Amarone, ma per periodi mai superiori a 4 settimane. Il colore è granato, lucido e luminoso denota un bel tenore glicerico negli archi composti sulla pancia del calice. Il profumo di ciliegia sotto spirito si avvicenda a quello della frutta secca, dove emerge il mallo di noce. In bocca avvertiamo subito il calore di un vino che marca quasi il 16 volumi di gradazione alcolica, anche se in bocca non punge. Tannini vellutati e serratissimi, ci seducono e al tempo stesso lasciano intuire un futuro tutto da scoprire; una tessitura di sapori composita e conturbante per un vino di assoluto nerbo, ma dal magico equilibrio. Degni di nota anche il Sangiovese Superiore Centurione 2005, l’Auriga nella versione base e l’Albana passito Domus Aurea; tutti vini di grande impatto che portano impresso nel nome il riferimento all’antica cantina di famiglia che risale all’epoca romana in cui Caio Cracco vi realizzò una stazione di posta di cui oggi rimane anche una colonna.

Si concludono così un pomeriggio ed una serata decisamente istruttivi. Abbiamo appreso la storia di un territorio, variegato nei suoi diversi terroir; abbiamo appreso la storia di sette bravissimi produttori, abbiamo condiviso i loro sogni ed il loro progetto. Abbiamo capito che la Romagna non è solo Riviera e turismo del mare; che anzi c’è molto da fare nella promozione del vino e dell’eno-turismo. Abbiamo imparato che differenti filosofie di produzione possono completarsi a vicenda e portare sul mercato un Sangiovese che, seppure vestito di volta in volta con abiti diversi, si propone sempre con grande personalità ed eleganza.

21 dicembre 2006

 
 
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