Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Il parere di una nostra lettrice:
Vinitaly o fiera della vanità?
 
 


Riceviamo da Patrizia Signorini, dell'Enoteca Cremona di Cremona


Un altro grande Vinitaly si è concluso a Verona e sembra che il vino consolidi sempre di più il suo ruolo di catalizzatore di curiosità, ricerca, socializzazione, conoscenza di terre e di uomini. Un vero bagno di folla ha caratterizzato un'edizione all'insegna del "tutti hanno vino da vendere e tutti lo vogliono", almeno questa è stata l'impressione di chi ha camminato tra gli affollatissimi padiglioni osservando, ascoltando, riassumendo. Accantonata la rabbia per la disorganizzazione logistica vergognosa del traffico e della sistemazione della Fiera, su tutte prevalgono le riflessioni a caldo sulla ressa generale: la cosa fondamentale che balza all'occhio sono i grappoli di persone accalcate davanti e dentro gli stand delle aziende portate sugli altari dalla critica specializzata.

Questo è il frutto dello strapotere del tentacolare marketing giornalistico svolto da guide e esperti che stendono ogni anno elenchi di buoni e cattivi, consacrando o condannando in base a propri criteri di giudizio. Il popolo degli appassionati li prende alla lettera come riferimento essenziale nella formazione del loro gusto e della personale conoscenza e non è il vino a contare ma ciò che se ne è scritto e l'importante è essere lì, in quegli stand. Nessun prurito particolare, per carità, ma andando a fondo del fenomeno si scopre che questo "sistema" ha portato sì gloria al vino ma ha provocato una incredibile assimilazione dei vini e conseguentemente del gusto delle persone: chi assaggia veramente scopre analogie in natura impensabili tra vini dell'Alto Adige e vini della Sicilia, rimane di stucco davanti a un Verdicchio morbido e piacione che nulla ha a che vedere con la raffinata e verdeggiante acidità del vino dei Castelli di Jesi, resta esterrefatto davanti ad un Taurasi pluripremiato che assomiglia a un tenero novello, allibisce per una esasperata ricerca dell'effetto "marmellata di frutta" trasversale a tutta la penisola, si pone inquietanti interrogativi sull'uso indiscriminato di botti e barrique dal Piemonte alla Sicilia per sostenere tagli bordolesi - Cabernet e Merlot - che si ripetono ossessivamente in ogni vigneto d'Italia.

Il concetto del vino-moda sta dominando la scena a tutto campo; si assiste ad uno spettacolo a reti unificate che coinvolge tutte le regioni sotto la regia sia di wine-maker pagatissimi che ripetono ovunque il loro vino-tipo per lo più infischiandosene del territorio sia degli opinion-leader del Gambero Rosso e del Maroni-pensiero i quali, se è vero che presi singolarmente hanno anche ottime ragioni, insieme concorrono a creare un sistema schizofrenico in cui già molte aziende si dibattono perché non sanno più che vini produrre e come e con quale gusto, rimanendo in ostaggio di un sistema che si alimenta e si sostiene nell'imporre sempre nuove etichette ma in cui si ripete lo stesso vino. Se è vero che questa rivoluzione culturale ha l'enorme merito di aver fatto nobilitato il vino italiano da decenni maltrattato e offeso, è vero anche che ora come ora si sta correndo il grave pericolo di disperdere comunque l'identità territoriale dei nostri vini perché il sistema della comunicazione di massa impone per suo interesse una uniformazione dei gusti che è invece l'antitesi della natura del vino italiano.

All'estero hanno sostanzialmente tre vitigni - cabernet, merlot e chardonnay - noi ne abbiamo centinaia, a cominciare dal sangiovese; ogni nostra regione - ma addirittura ogni provincia - ha specificità territoriali incredibili che il mondo ci invidia: allora spiegatemi perché quest'anno i bianchi dell'Alto Adige hanno in generale residui zuccherini molto più alti del solito, a cominciare dai Gewuztraminer premiati dal Gambero e da Maroni che hanno 8 gr/lt di residuo su 4-5 gr/lt normalmente dichiarati a disciplinare; spiegatemi perché certi vini siciliani hanno gli aromi floreali tipici dei sauvignon atesini oppure assomigliano a vini toscani o francesi, cioè sanno solo di botte; spiegatemi perché il Cabernet-Merlot impera in tutte le aziende più famose a discapito dei vini del territorio; spiegatemi perché in generale tutti i vini bianchi e tutti i vini rossi più famosi si assomigliano in modo incredibile, tutti fatti con tecnica ma davvero senz'anima; spiegatemi perché i vini da uvaggi "aziendali" dominano sui vitigni tradizionali al punto che a volte nelle etichette compare solo il nome di fantasia e nemmeno le uve utilizzate e in che percentuale.

Questa rincorsa frenetica verso l'inventare un gusto e una immagine era palpabile in tutto il Vinitaly ma il disagio di molti produttori era altrettanto evidente. È vero che oggi nel mondo del vino c'è un businness impensabile fino a pochi anni fa, ma è vero anche che è in atto una selezione tremenda basata non sul mercato ma proprio sui giudizi esterni che lo condizionano e lo pilotano e i produttori iniziano a temere di non riuscire a cavalcare l'onda a lungo. Questo non è normale, anzi. È molto pericoloso perché se si continua a falsare l'identità dei vini per ragioni di opportunità giornalistica e commerciale si arriverà ad una corrosione progressiva del sistema e resisterà solo chi avrà prodotto senza bluffare. Non si può illudere la gente che saper degustare il vino è facile e alla portata di tutti: occorrono anni di umile ricerca e infinite prove per acquisire percezione di sé e capacità di obiettiva analisi.

Dare preconfezionati vini piacevoli ma falsi per far credere alla gente che il vino è un comodo piacere a portata di mano è una ipocrisia colpevole, che non onora la nostra millenaria cultura e la complessità meravigliosa del vino italiano. Vinitaly è una esperienza fondamentale per incontrare produttori, terre e vini, per conoscere e scoprire: sarebbe imperdonabile ridurlo alla Fiera delle Vanità di aziende e guidaioli.


Patrizia Signorini
Enoteca Cremona
www.cremonaweb.it/enotecacremona

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