 |
|
La Toscana, si sa, è sempre
stata terra di grandi campanilismi e fazioni contrapposte. Se i territori
fiorentini, senesi e persino quello lucchese si presentano con orgogliosi
caratteri di grande compattezza, quello pisano si configura dal punto di
vista enologico, tuttora come un mosaico le cui tessere sono ancora da
comporre: si produce del Chianti, e questo lo accomuna alla Toscana enologicamente
più classica, ma d'altra parte ci sono produzioni di vini di carattere
più meridionale, realizzati a pochi chilometri dal bolgherese a
cui si saldano attraverso la Strada del Vino Costa degli Etruschi.
D'altro canto, le aziende che sono
andate affermandosi nel tempo, lo hanno fatto per vie completamente originali,
seguendo ognuna il suo personale percorso.
La manifestazione Vini 99, rassegna
dei vini di qualità della provincia di Pisa, è giunta alla
sua terza edizione, e forse la sua giovinezza può giustificare (ma
solo in parte) qualche vistosa smagliatura nell'organizzazione: la chiesa
(sconsacrata) del centro cittadino sede della kermesse, se suggestiva,
era freddissima (perlomeno il primo giorno, il secondo andava un
po' meglio) con gli effetti immaginabili sui rossi importanti presentati;
i bicchieri di servizio erano da ristorante di terza classe, e all'apertura
non erano presenti caraffe dove svuotare i bicchieri.
Stanti questi limiti, il fatto che
i produttori più importanti ed affermati abbiano deciso di aderire
sfidando tutti i disagi può paradossalmente indicare in positivo
una volontà di riguadagnare una identità territoriale finore
ritenuta assolutamente irrilevante.
Breve descrizione geografico-enologica
Scegliamo di far iniziare la provincia
di Pisa da Ovest, con il suo breve tratto di costa: la massiccia sottrazione
di territorio tirrenico da parte del livornese Galeazzo Ciano dal "dominio"
pisano (non stiamo qui a ricordare l'importanza del porto romano, le glorie
della Repubblica Marinara e le ambizioni di capitale imperiale che in Pisa
aveva riposto la dinastia degli Svevi) è stata particolarmente dolorosa
perché ha significato fra l'altro la perdita a favore di Livorno
di territori enologicamente importanti quali Bolgheri, Castagneto Carducci,
Suvereto.
Schiacciata a Nord dalla provincia
di Lucca e bloccata verso Est subito dopo San Miniato da quella di Firenze,
non le resta che piegarsi verso Sud incuneandosi fra il territorio senese
e quella lunga lingua di terra che si affaccia sul Tirreno che è
appunto la provincia di Livorno, per andare ad esaurirsi infine nella maremma
grossetana.
Dunque il territorio pisano, che
inizia protendendosi verso la toscana fiorentina, prosegue affacciandosi
su quella senese arrivando quasi alla maremma.
Per localizzare sinteticamente le
zone più vocate della regione, possiamo scegliere la strada Volterrana
(SS 439) famosa per il suo bel panorama, come linea divisoria Nord-Sud:
ad Ovest troviamo la zona di Terricciola, Morrona e Fauglia (DOCG Chianti
e Chianti Colline Pisane, DOC Bianco San Torpè), e più a
Sud quelle di Montescudaio e Castellina Marittima (DOC Montescudaio
Rosso e Bianco), mentre ad Est la zona di Peccioli, Ghizzano e Palaia
(di nuovo Chianti, Chianti Colline Pisane e Bianco San Torpè).
Le DOCG presenti nel territorio sono
piuttosto deboli. Il Chianti e Chianti Colline Pisane (sono
due DOCG distinte) hanno gli handicap del Chianti "non" Classico, accresciuti
dalla scarsa considerazione che si ha in genere del territorio pisano.
Per non parlare della DOC Bianco
San Torpè (santo da cui proviene anche il nome della città
francese di Saint Tropez), uvaggio di Trebbiano per almeno il 75%, Malvasia
Toscana e Canaiolo Bianco per il resto, che i più importanti produttori
rifuggono come la peste.
La DOC Montescudaio Rosso
(Sangiovese 65-85%, Malvasia Toscana e Vermentino 15-25% più altre
uve rosse fino al 10%) e Montescudaio Bianco (Trebbiano 65-85%,
Malvasia Toscana, Vermentino 15-25% più altre uve bianche fino al
10%) comincia solo ora ad emergere da un relativo anonimato.
Nonostante questi svantaggi di partenza,
ma evidentemente grazie ad una certa potenzialità del territorio,
sono nate (o si sono di recente potenziate) una serie di aziende che, scegliendo
anche a costo di grossi sforzi economici la strada della qualità,
sono andate a situarsi in una fascia di valore medio-alta che per proporsi
all'esame dell'enologia nazionale hanno in sostanza ignorato i legami con
l'identità territoriale data dalle DOC e hanno esplorato strade
proprie.
Per entrare nel particolare, l'aziende
Badia di Morrona (Morrona) e San Gervasio (Palaia) propongono un Chianti,
ma si fermano lì, puntando poi le loro carte su importanti vini
di tavola sia bianchi che rossi. Quest'ultima confina con un'altra azienda,
la Varramista, che produce tradizionalmente solo un Sirah in purezza, ultimamente
affiancato da un rosso (sempre fuori DOC) di pronta beva.
Analogamente, a Sud, troviamo, a
fianco di aziende incerte se restare fedeli alla DOC Montescudaio, la Tenuta
del Terriccio che, completamente avulsa da qualsiasi legame formale col
territorio, produce solo "vini da tavola" (ricordiamo fra gli altri il
Lupicaia, Cabernet-Merlot, talmente richiesto da snobbare anche il Vinitaly).
Conclusioni
La cosa che ci è parso di
percepire comunque alla manifestazione è una certa volontà
di riacquisire un vero legame con la geografia, anche per poter soddisfare
l'ingenua domanda che fa chi si presenta ad un ristorante e chiede "un
vino della zona". Questo non vuole certamente dire rimanere intrappolati
nelle disciplinari, ma cercare di rendere il Sirah Varramista, i blend
Sangiovese-Cabernet (A Sirio della Tenuta San Gervasio a Nord, Rosso delle
Miniere della Fattoria Sorbaiano a Sud) e Sangiovese-Cabernet-Merlot (il
Veneroso della Tenuta di Ghizzano a Nord e il Tassinaia della Tenuta del
Terriccio a Sud) e l'uvaggio Bordolese Lupicaia (Tenuta del Terriccio)
espressioni di una identità comune.
Ma il territorio ha veramente delle
buone potenzialità? A questo proposito, scambiamo quattro chiacchiere
col rappresentante dell'azienda Torre a Cenaia, recente acquisizione dell'azienda
Camigliano, importante realtà delle Colline Lucchesi che si contraddistingue
per una ampia produzione di vini dalla eccellente rapporto qualità
prezzo (si veda la nostra visita a Cantine Aperte). Chiediamo maliziosamente
quale sia la differenza che ha trovato fra i due territori. Ci risponde
che sicuramente il territorio pisano, rispetto a quello lucchese, dà
luogo a vini più potenti e strutturati. D'altra parte, aggiunge,
la cultura del riconoscimento del vino locale come valore è a livelli
disastrosi, anche da parte dei ristoratori, ai quali un vino della zona
sopra le diecimila lire a bottiglia suona già come una eresia.
Non resta che sperare che questa
situazione migliori.
|