I nostri assaggi

Vinitaly '99

 


Primo giorno         -> secondo giorno

Una visita al Vinitaly va studiata per tempo, troppe sono le cose da assaggiare e alto il pericolo di disperdersi tra le innumerevoli attrazioni. Con due giorni a disposizione bisogna imporsi dei sacrifici: via la Toscana allora, nostra terra di origine (o adozione) che avremmo avuto occasione di esplorare nelle numerose manifestazioni a venire. Una scelta dolorosa ma necessaria, la sezione Toscana è forse una delle più ampie della fiera, i soli brunelli richiederebbero una mezza giornata o più. Si parte dalla Sicilia, e non certo solo perché si trova vicino all'ingresso principale: la produzione di vini di qualità sta letteralmente esplodendo in questa regione così vocata e così difficile allo stesso tempo.

Gli stand siculi sono raggruppati in un ambiente non troppo ampio ma elegante, che favorisce la conversazione con i sempre disponibili produttori. Diamo il calcio di avvio con dei vini bianchi dell'azienda Fazio, il cui stand ci attira per la presenza di un Muller-Thurgau ... ma non eravamo in Sicilia?

Assaggiamo tre prodotti interessanti: un Torre dei Venti prodotto con l'autoctona Inzolia che dimostra come non importi avere uva dal nome francese per ottenere dei buoni bianchi: fluido e fruttato con una buona persistenza, uno dei migliori prodotti tradizionali (senza uve internazionali) che abbiamo assaggiato. Muller-Thurgau: il vino che ci aveva incuriosito presenta profumi di miele e fiori ma una bocca un po' insufficiente. Ma ecco un'altra sorpresa, un Sauvignon con un'atipica passata (4 mesi) in barrique. Il risultato è un vino caldo, ampio e saporito, con i profumi speziati del legno che mescolandosi con quelli tipici del Sauvignon producono un effetto insolito ma piacevole. 

Rapitalà: un altro produttore che accanto alla produzione tradizionale tenta innovazioni. Assaggiamo un tipico Cataratta, il Rapitalà Rosso, aromatico al naso, ma debole nel finale, poi lo stesso vino passato in barrique: la maggior complessità forse non vale il prezzo più elevato. Ecco poi un discreto Rapitalà Chardonnay con sensibili profumi di frutta matura (banana), non troppo lungo. 

Planeta: avevamo assaggiato i vini di questa cantina ormai famosa nell'occasione del Premio AIS di Pietrasanta. La gentile proprietaria non aveva però a disposizione il vino di punta, lo Chardonnay, in quella occasione e aveva promesso di farsi perdonare in occasione del Vinitaly. Promessa mantenuta, e abbiamo finalmente assaggiato questo grande vino. Ma partiamo dal basso: abbiamo assaggiato La Segreta '98 (70% Grecante, 30% Chardonnay) dai buoni profumi, L'Alastro (50% Grecante, 50% Chardonnay) che sacrifica in parte i profumi della Segreta ma acquista in grassezza. Lo Chardonnay dona a questo vino una buona lunghezza e un finale deciso. Ed eccoci infine allo Chardonnay: una vera potenza, profumi intensissimi e avvolgenti, grasso, con una progressione "tannica" che si risolve in lunghezza infinita in bocca. Un 3 nella nostra personale graduatoria, il voto massimo per un vino che oltretutto si trova in commercio a prezzi ragionevoli (inferiori alle 30.000 lire).

Regaleali: dopo lo Chardonnay di Planeta era d'obbligo un confronto ravvicinato con un diretto concorrente di una grande cantina.Lo Chardonnay di Regaleali si presenta grassissimo, un vero piacere la morbidezza in bocca dove l'alto tenore alcolico (14.5 e lo scorso anno era un 15.5!) è bilanciato dall'acidità. Lo troviamo solo un po' chiuso, ma più complesso nei profumi del Planeta anche se non lunghissimo. La Sicilia si conferma una grande terra per questo vitigno, un 3 anche al Regaleali.

Santa Anastasia: Zurrica, un uvaggio di Inzolia, Chardonnay e pinot grigio: interessante per i profumi ma con un acidità un poco eccessiva. Baccante, lo stesso uvaggio ma con lo Chardonnay passato per 5 mesi in barrique. E ancora un altro Chardonnay di pregio, con una grande progressione, finale tannico e una buonissima persistenza, un po' monocorde sulla spezia.

Lo sapevamo, i piani sono fatti per essere cambiati! Avevamo deciso di dedicarci prima ai soli bianchi ... ma se non assaggiamo ora i rossi siculi, quando ci torniamo? Una rapida consultazione e iniziamo con i rossi di Santa Anastasia.
Passomaggio (70% Nero d'Avola, 30% Merlot, 5 mesi di barrique): morbido, forse un po' piatto, buona persistenza, al palato ciliegia matura.
Litra: (90% Cabernet-Sauvignon, 10% Nero d'Avola, 15 mesi di barrique). Profumi di vaniglia, cioccolato, ciliegia matura; lunghissimo. Si apre e, ancora nel bicchiere vari minuti dopo l'assaggio, esprime profumi intensissimi. 

Torniamo da Regaleali: Cabernet Sauvignon: sentori di frutta matura: prugne secche, mela cotta, cenni di "passito". Palato coerente, morbidezza, tannino. Rispetto al Litra meno appariscente, ma meno "scontato"; evoluto, sia nel colore che nel sapore, è da bere.

Planeta: Cabernet Sauvignon: profumi un po' chiusi. In bocca morbido, lungo, con un po' meno corpo dei precedenti Regaleali e Santa Anastasia; più semplice. 

Donnafugata: continuiamo con due prodotti in cui il Nero d'Avola si mescola con due vitigni internazionali. Angheli: un Merlot e Nero d'Avola tenuto 8 mesi in barrique. Un vino molto interessante dove si sente il varietale del Nero d'Avola, senza un grande corpo, ma di buona progressione e persistenza. Profumi di gomma bruciata. Con il Tancredi l'accoppiata è tra Nero d'Avola e Cabernet, ma con risultati inferiori rispetto all'Angheli.

Corvo: concludiamo con un'altra cantina storica la visita agli stand siculi (torneremo per i passiti), assaggiando il Terre d'Agala che non ci impressiona e il Duca Enrico, un Nero d'Avola che si conferma un prodotto di pregio, anche se ne avevamo assaggiato annate migliori.

Esauriti per ora gli assaggi relativi alla Sicilia, ci trasferiamo al padiglione della Calabria, dove visitiamo un'azienda di punta del territorio, la Librandi. Il rappresentante (senza troppo entusiasmo, diremmo) ci raggiunge e assaggiamo così il prodotto base (Cirò 1997) che presenta un colore rubino scarico, profumi di media intensità e una bocca piuttosto squilibrata, avendo tannini un tantino eccessivi. Ravvisiamo lo stesso difetto nel prodotto più blasonato dell'azienda (Duca S. Felice Riserva 95), un vino il cui corpo non regge il carico dei tannini.

Invece di risalire ordinatamente l'Italia siamo presi dalla nostalgia dei Cabernet siciliani che ci avevano colpito all'inizio della giornata, e decidiamo di riprendere il filo del nobile vitigno francese facendo un brusco salto al Nord, e più precisamente in Alto Adige, dove visitiamo due cantine: la Cantina Cooperativa lago di Caldaro e la cantina Santa Maddalena.
Conosciamo già queste due cantine per averle visitate più di una volta. La prima si trova in uno degli angoli paesaggisticamente più suggestivi dell'Alto Adige (nei pressi del grazioso paese di Caldaro) e presenta una sala di degustazione e di vendita veramente accogliente. La seconda invece è in città (a Bolzano) e anch'essa dà la possibilità di degustare tutta la linea dei suoi vini, anche i più importanti.
La Cantina Cooperativa lago di Caldaropossiede un'amplissima gamma di prodotti (i rossi Santa Maddalena e Lago di Caldaro, Pinot Nero, Cabernet Sauvignon, Lagrein; i bianchi Chardonnay, Sauvignon, Pinot Grigio e Bianco, Müller Thurgau e Traminer Aromatico, oltre a vini rosati) e in particolare due linee di Cabernet Sauvignon, una delle quali è denominata Campaner. Abbiamo osservato che quest'ultimo vino si caratterizza per degli spiccati profumi di rabarbaro (anzi, caramella al rabarbaro) che se nell'annata assaggiata (1996) erano sullo sfondo, in una bottiglia del 1994 recentemente aperta erano quasi i profumi dominanti. Il successivo assaggio è stato del Cabernet Sauvignon Riserva 95, vino di ottimo corpo e grande persistenza.

Allo stand della cantina Santa Maddalena siamo stati in grado di assaggiare due anteprime, il Lagrein Taberhof 1997 e il Cabernet Sauvignon Mumelterhof 1997. Il primo vino ha il pregio iniziale di essere costituito da un vitigno autoctono degnamente valorizzato (vigneti privilegiati, dura selezione delle uve e affinamento in barrique). Quest'anteprima ha dei profumi un po' chiusi e ancora da svolgere ma concentrati, andrà risentito. Anche la bocca conferma questo carattere che crediamo giovanile. 
Assaggiare il Cabernet Sauvignon Mumelterhof ci ha dato una certa emozione. Negli ultimi anni siamo passati due volte per Bolzano e abbiamo visitato la cantina, ma invano, perché il vino in questione era in entrambe le occasioni esaurito, essendo pressoché tutto venduto su prenotazione a parte una quantità trascurabile di bottiglie che scompaiono rapidamente nei primi giorni di Novembre. Questa anteprima ci ha mostrato un vino dal grande frutto, un tannino già decisamente dominato, ma una complessità e una lunghezza forse inferiore alle attese.

Il primo giorno di degustazioni si è concluso nell'azienda Tenuta di Bagnolo dei Marchesi Pancrazi. Quest'azienda, situata a Montemurlo, in provincia di Prato ha la peculiarità di fare del Pinot Nero il fulcro della sua produzione e questo a causa di un singolare errore: pensando di impiantare Sangiovese, fu invece impiantato appunto Pinot Nero. Il prodotto risultante è certemente di buon livello (abbiamo assaggiato l'annata 1996 e la 1997 in anteprima). Va segnalato che l'azienda produce anche un vino, il S. Donato, che assaggiato nella sua annata 1997 ci è sembrato senz'altro corretto nella sua semplicità, anche tenendo presente il costo della bottiglia che si aggira sulle diecimila lire.

   Secondo giorno

Il secondo giorno di degustazioni prevedeva una prima parte dedicata ai bianchi del Nord, ed iniziamo con l'azienda Edi Keber (Cormons) la cui rappresentante ci conferma che l'annata 1998 non è stata propriamente felice per il Friuli. Piogge abbondanti e persistenti proprio nel momento sbagliato hanno pregiudicato molto nella qualità e concentrazione dei vini; ricordiamo anche noi i malinconici articoli di Gianni Mura che passeggiando fra le vigne allagate rifletteva sulla possibilità all'estero di aggiungere zuccheri per rendere meno disastrose le annate storte. 
Gli assaggi del Collio Tocai Friulano e del Collio Bianco 1998 ci hanno fatto percepire profumi non intensissimi, ma vini caldi, abbastanza persistenti, soprattutto il Bianco, nel quale si avverte nettamente la presenza del Sauvignon e che presenta una buona progressione in bocca. Saremmo sorpresi se il Tocai verrà confermato nei giudizi ai livelli di eccellenza su cui si era attestato nelle due ultime annate.

Ci trasferiamo poi in una delle aziende di punta del Nord Est, la Cantina Produttori S. Michele Appiano (Bolzano), la quale, ricordiamo, presenta tre linee di vini: una "classica", una "selezione" e la linea di punta Sanct Valentin che comprende Chardonnay, Sauvignon, Gewüztraminer, Pinot Grigio per i bianchi e Pinot Nero, Cabernet per i rossi.
Iniziamo assaggiando il Pinot Bianco Schulthauser (linea selezione), che subisce un passaggio in botte grande, e che presenta profumi penetranti di frutta e fiori, una buona intensità anche in bocca. Passiamo poi ad un vero protagonista dell'enologia italiana, il Sauvignon Sanct Valentin 1998, che presenta profumi intensi e complessi, al palato è aromatico e pieno, con un buon finale. Diremmo che il vino si conferma in tutto il suo valore anche nell'annata 1998. Il Gewüztraminer Sanct Valentin 1998 è un vino fluido e profumato; cala un po' dopo il centro bocca, ma presenta delle buone risonanze finali. Il Pinot Grigio Sanct Valentin 1997 ha profumi profondi, e in bocca un attacco fulmineo e un finale infinito in cui si apprezza la presenza evidente del legno. La caratteristica che accomuna di questi vini è di avere grande pastosità e densità.

La successiva azienda visitata è Vie di Romans (nella omonima località nei pressi di Mariano del Friuli, Gorizia), che ci accoglie in un comodo salottino che ha però il difetto di possedere temperature insopportabili, causate da intense luci sospese sopra i tavolini.
Iniziamo la degustazione con i Chardonnay (Vie di Romans, fermentato in acciaio, e Ciampagnis Vieris in legno) che ci presentano profumi aciduli con prevalenza degli agrumi nello spettro aromatico. I Sauvignon (Piere, in acciaio, e Vieris, in legno) presentano una buona progressione in bocca grazie ad una gradevole acidità, anche se il prodotto affinato in legno ci sembra meno profumato. Il Flors di Uis (uvaggio di Chardonnay, Malvasia Istriana, Riesling e Tocai Friulano, fermentato escluivamente in acciaio) presenta degli spiccati profumi di miele che si confermano in bocca.

Il nostro "giro dei bianchi" si conclude negli stand trentini contigui di Foradori e di S. Leonardo anche perché queste aziende ci hanno irresistibilmente attratto con i loro superlativi rossi. Comunque, l'ultimo bianco da annotare è il Myrto di Foradori (uvaggio di Chardonnay, in parte in barrique, Pinot bianco e Sauvignon): fresco e profumato (si avverte nettamente la presenza del Sauvignon). La bocca è semplice, insomma un vino veramente beverino.
Di Foradori assaggiamo poi il Teroldego 1998: profumato, morbido in bocca, non molto strutturato. Passiamo poi al Granato 1997 (Teroldego in purezza ottenuto con dure selezioni in vigna e lungo affinamento in legno nuovo), che presenta un colore impenetrabile e un po' chiuso nei profumi (crediamo che si aprirà col tempo) nei quali il legno è prevalente. In bocca presenta sentori di frutti di bosco maturi (mora in testa) e una progressione ferma ma decisa verso un finale giustamente tannico che rende coerente tutto lo svolgimento della bocca. Abbiamo poi assaggiato il Merlot 1996, già un po' evoluto, con profumi di ciliegia sotto spirito. Si tratta di un vino morbido, di medio corpo.

Della tenuta San Leonardo assaggiamo due annate dell'omonimo vino (Cabernet e Merlot) che ci sono sembrate veramente strepitose. L'annata 1995 si presenta con grande rotondità, equilibrio, tannini non aggressivi, e un finale travolgente. Dopo qualche minuto il bicchiere sprogiona un profumo intenso di crema di caffè. 
In piena crisi estatica, siamo stati letteralmente messi al tappeto dall'annata 1996, che ci è parsa addirittura superiore: più corpo, profumi di caffè ancora più intensi, e se il vino raggiungerà la rotondità e la dolce speziatura del fratello maggiore sarà realmente eccezionale. Il fatto che l'annata 1997 sarà (a detta del rappresentante) superiore alla precedente è arrivato a suonare surreale alle nostre orecchie.

Affrontiamo adesso un altro titano dell'enologia italiana: l'azienda Arnaldo Caprai di Montefalco. La sua produzione è molto ampia: fra i bianchi menzioniamo il Grechetto sia in versione base che affinata in barrique, il Montefalco bianco (Grechetto, Chardonnay e Trebbiano Toscano), lo Chardonnay; i rossi sono il Montefalco Rosso (anche in versione riserva), un Cabernet Sauvignon dell'Umbria, il Sagrantino, anche nella tradizionale forma passita, e l'ormai famoso Sagrantino Riserva 25 anni risultato quest'anno miglior vino italiano dalla comparazione dei giudizi del Gambero Rosso e della guida Veronelli. Vogliamo dire qui per inciso che la visita all'azienda è stata incentivata anche da due grandiose forme di Taleggio offerte in libera "degustazione", che, oltre ad una serie di ottimi affettati e una pizza al formaggio decisamente più umbri, ci hanno dato grandi soddisfazioni. 
I nostri assaggi hanno riguardato il Rosso e il Sagrantino. Il Rosso di Montefalco 1997 (Sangiovese 70%, il resto Sagrantino al 10%, Montepulciano, Barbera, Merlot al 20%) ci è sembrato un vino assolutamente corretto con il legno perfettamente amalgamato al complesso dei profumi di frutta rossa. Il Rosso di Montefalco Riserva 1996 (Sangiovese pressoché in purezza) è coerente con il prodotto base ed in più si presenta lungo nel finale. Il Sagrantino di Montefalco 1996 (affinato in barrique) mostra un colore rubino non particolarmente carico, e dei profumi molto intensi. Rotondo, beneficia nel finale di tannini veramente dolci. E infine, il Sagrantino di  Montefalco Riserva 25 anni 1996: intenso, rotondo e lungo esprime al naso e in bocca profumi di frutta nera matura; in una ideale scala di valutazione daremmo senz'altro il massimo e crediamo che questo giudizio verrà confermato dalle valutazioni a venire.

La conclusione di questa serie di assaggi di grandi rossi non poteva non concludersi in Piemonte, o per essere più precisi, nelle Langhe. Al Vinitaly questa gloriosa zona della viticultura italiana si organizza non in veri e propri stand chiusi, ma in un ampio ambiente dove i produttori accolgono il pubblico su dei semplici tavolini; e il colpo d'occhio è veramente invitante, potendo dominare in così poco spazio alcuni fra i vertici dell'enologia italiani.
Noi abbiamo iniziato il nostro tour ahimé troppo breve da Mauro Molino (La Morra) che ci ha accolto con grande gentilezza e pazienza, pur assediato da ristoratori carichi di pressanti richieste. Sono questi gli episodi che, ci sembra, mantengono il mondo del vino su di un alto livello di umanità, e ci sembra un miracolo di questi tempi. 
Veniamo agli assaggi: siamo partiti con un bianco, il Langhe Chardonnay 1997, che presentava una speziatura evidente e un lungo finale, forse leggermente amarognolo; nel complesso, un vino godibile. Il Dolcetto d'Alba ci è sembrato un vino fresco e piacevole di buona lunghezza. La Barbera Vigna Gattera 1996 ci ha colpito per il finale fruttato e dolce; è un esempio di vino in cui la barrique non predomina assolutamente il frutto. Lo stesso vino, nell'annata 1997 ci è sembrato più intenso, ma ancora con alcuni tratti giovanili, nel complesso un pochino al di sopra del fratello maggiore. Ci ha lasciato un po' perplessi il Barolo Vigna Conca 1995: colore granato con unghia; presentava profumi di frutta sotto spirito, ed era nel complesso un po' troppo evoluto, tannico, e un po' corto.
La seconda visita è stata per Luciano Sandrone (Barolo) di cui abbiamo assaggiato la Barbera d'Alba 1997. Ci è sembrato un vino dall'olfatto un po' chiuso, ma dalla bocca molto fruttata. Superiore ci è parso il Nebbiolo 1997, con profumi di frutta dolce, quasi caramellata. Il Barolo Cannubi Boschis 1995 ci ha mostrato un frutto meno intenso del Vigna Conca di Mauro Molino, e tannini ancora verdi.

Abbiamo infine visitato Domenico Clerico (Monforte d'Alba) di cui abbiamo assaggiato la Barbera d'Alba Trevigne 1997, un vino che è contraddistinto da sentori di frutta matura molto evidenti  e da un finale esuberante. L'Arte 1997 possiede un olfatto abbastanza intenso frutto morbido e maturo e buona presenza tannica. Abbiamo infine assaggiato il Barolo Ciabot 1995, decisamente tannico, e il Barolo Pajana 1995: meno tannico e più profumato del Ciabot.

Come ogni banchetto che si rispetti (anche se in questo caso si è trattato di un banchetto puramente enologico) non potevamo non concludere con l'assaggio di qualche vino dolce, e siamo per questo tornati al padiglione della Sicilia, dove ricordiamo con particolare vividezza, dell'azienda Hauner il Passito 1997 con spiccati profumi di melone, e dell'azienda Colosi  la Malvasia Naturale di Salina 1997, dai profumi di agrumi canditi, dolce anche se non troppo espressivo, e il Moscato, dagli spiccati profumi di fichi secchi.
 
 
 
 
 

 

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