| Speciale
"Perché i migliori vini Toscani non sono DOC?" |
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Sia
reso merito al piccolo Consorzio dei Vini delle Colline Lucchesi di essersi
rimboccato le maniche ed aver organizzato questo convegno che ha radunato
giornalisti, enologi e produttori, oltre che dalla zona lucchese (Montecarlo
e Colline Lucchesi), dal Chianti Classico, dalla Maremma e dalla zona di
Bolgheri.
Infatti, come succede in molti casi, al di là di discussioni private, nessuno ha il tempo, o l'entusiasmo necessario per organizzare occasioni di discussione comune che, quando poi vengono realizzate, mostrano come sia grande la voglia di conoscere le opinioni altrui e di mettere a disposizione le proprie. Non a caso questa occasione è stata fortemente voluta da un Consorzio, che con questa iniziativa ha voluto innanzitutto darsi una identità più forte, trovando poi l'energia (che altre realtà più blasonate stentano ad avere) per fare tutto in casa: dalla realizzazione degli inviti alla "messa a punto" della bella Villa Bottini di Lucca, dove la riunione si è tenuta. Bastava guardare l'apprensione che si leggeva sul volto del presidente del Consorzio Gian Piero De Andreis, per capire quanto lavoro fosse stato fatto per organizzare l'evento e quanto si sperasse nella sua riuscita che, dobbiamo dire, c'è stata in pieno. Richiamiamo ancora brevemente il tema del convegno: molti produttori toscani (ma ricordiamo che il fenomeno che descriviamo è di carattere nazionale) hanno deciso di produrre vini seguendo criteri e sperimentazioni in piena libertà. Questo ha portato alla nascita di vini che, o per ragioni strettamente "legali" (violano i disciplinari delle DOC), o per motivi commerciali (prezzi alti rispetto ad eventuali "colleghi" DOC), sono stati etichettati come vini da tavola. È accettabile questa situazione, o conviene radunare "a posteriori" questi vini in una denominazione che li raggruppi sotto il nome proposto di Gran Vino di Toscana? Diamo qui un breve sunto dell'andamento della manifestazione, anche se ci sarà tempo per un bilancio più meditato. Dopo un'accoglienza riservata ai partecipanti del convegno si è passati a una sessione di degustazione cieca di quattro terne di vini, ciascuna delle quali (con l'eccezione del Sangiovese come si sarebbe scoperto poi) conteneva uno "straniero". Le tipologie proposte erano Syrah, Merlot, Cabernet Sauvignon e Sangiovese, e veniva chiesto ai degustatori di scrivere in una scheda se si riteneva il vino toscano o straniero, con l'intenzione di vagliare quanto fosse efficace l'incidenza del territorio. Al termine delle sessioni di degustazione
è iniziata la discussione, coordinata da Ernesto Gentili,
responsabile per la Toscana della guida dei vini d'Italia Gambero Rosso-Slow
Food. Una obbiezione al tema del convegno è venuta in apertura da
Franco
Ziliani, giornalista del Corriere Vinicolo e della rivista on-line
www.winereport.com, che ha messo in dubbio la possibilità di creare
una denominazione d'origine quando i vini in questione hanno origini talmente
differenti. A Ziliani ha risposto Moreno Petrini, della fattoria
di Valgiano (Colline Lucchesi), sostenendo il bisogno di un "cappello comune"
che possa attirare l'attenzione. Poi ognuno potrà riferirsi alla
propria sottozona per differenziarsi. D'accordo con lui l'enologo dell'azienda,
Saverio Petrilli: l'etereogenità è interessante se
compresa sotto una denominazione comune, come avviene in Borgogna.
La vivacità del dibattito ha fatto sì che gli interventi allargassero progressivamente il raggio della discussione, e questo è stato probabilmente il vero successo degli organizzatori e del Consorzio dei Vini delle Colline Lucchesi che sono riusciti nell'intento di dimostrare come i produttori, gli enologi e i giornalisti aspettino solo l'occasione per mettere in comune le proprie idee ed opinioni. A conferma di questo, menzioniamo l'intervento Piermario Meletti Cavallari (azienda Grattamacco, Castagneto Carducci), il quale ha sottolineato il ruolo dei Consorzi che vanno rivalutati non per sostenere le DOC, ma come unica possibilità per riunire e organizzare i piccoli produttori, in quanto l'Unione Vini o le organizzazioni di categoria degli agricoltori sono troppo legate ai grandi gruppi. Ovviamente la curiosità era soprattutto rivolta verso il pensiero dei produttori, che non si sono tirati indietro: sono intervenuti fra gli altri Luca Di Napoli (Castello di Rampolla) e Giampaolo Motta (La Massa) per il Chianti Classico, Stefano Rizzi (fattoria Le Pupille) per la Maremma, Michele Satta per la zona di Bolgheri, e dai loro interventi una cosa ci è sembrata chiara: la stragrande maggioranza è daccordo sul fatto che dar voce al territorio è il primo dovere del produttore di vino, e per fare questo non ci possono essere vincoli di vitigno. In altre parole, nessuno si sogna più di dire che, siccome si è in una certa regione, si deve vinificare una certa uva. Questa opinione è stata espressa con disarmante chiarezza per esempio da Luca Di Napoli, che ha aggiunto: "il terroir si esprimerà al meglio solo se lo terremo ÇpulitoÈ, senza chimica", ossia usando metodi biologici e biodinamici. Sulla stessa lunghezza d'onda l'enologo Niccolo' D'Afflitto: "la Toscana è la regione con la più grande difformità di terreni. Le DOC si devono adattare: "come enologo pianter˜ quello che meglio si adatta alla terra e lascerò in seconda linea le esigenze del marketing". In questo contesto, grande importanza è stata data al diradamento in vigna da parte di Vasco Grassi della Fattoria del Buonamico e di Andrea Franchetti della Tenuta di Trinoro, che lo considera ingrediente fondamentale per il successo di un vino. Ma, come ha fatto notare Ernesto Gentili in finale di discussione, quando si parla di vino, in Toscana si finisce per discutere animatamente di Sangiovese. E a questo proposito segnaliamo un serrato scambio di opinioni fra l'enologo Luca D'Attoma, fiero sostenitore delle potenzialità (anche di invecchiamento) del Sangiovese, se realizzato con le moderne concezioni di lavoro in vigna e vinificazione, e Johan Innerhoffer, della Winecellar, fondatore del festival vinicolo di Merano, ora négociant, che ritiene questo vitigno capace di dare buone sensazioni per la sua carica di frutto, ma da gustare nei primi (massimo) dieci anni di vita. Al termine sono stati letti gli esiti delle degustazioni. In generale il vino straniero è stato individuato dalla maggioranza dei degustatori (anche se il Sassicaia ha disorientato non poco) dando ragione a chi dice che il territorio prevale sul vitigno. Segnaliamo inoltre che il vino che meglio è stato riconosciuto come "toscano" è stato il Chianti Classico di Riecine, con circa l'80% delle schede. Il convegno si è concluso con un magnifico pranzo, servito nei bellissimi ambienti della Villa.
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