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"Perché i migliori vini Toscani non sono DOC?"
Il Tirreno, 20/6/2000
 
 
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Nuova «doc» per i grandi vini toscani
I produttori lanciano la proposta
nel corso di un convegno a villa Bottini
Vi hanno preso parte enologi, giornalisti ed esperti che hanno anche provato alla cieca dodici specialità

d.a.

LUCCA. Convegno enologico a Villa Bottini per una nuova denominazione dei vini più pregiati. Una volta si andava dal contadino a rifornirsi di vino, ogni acquirente aveva quello di sua fiducia, si comprava a damigiane e ciascuno lo imbottiglaiva da sè. Del resto, lo smercio in bottiglie era sporadico, specialmente in Toscana era in uso il classico fiasco impagliato (e le enoteche si chiamavano, non a caso, fiaschetterie).
Il fiasco è stato poi sostituito, in molto casi, da contenitori simili, nudi, chiamati «dame». Ma intanto si andava generalizzando l'uso delle bottiglie, in vario formato, su cui apporre etichette con diciture esplicative fra cui, ad un certo momento, quella di «doc». Questo marchio, poi ribandito con la «garanzia», venne a contraddistinguere legalmente le zone viticole di origine e gli uvaggi, stabiliti per decreto, con cui fare il vino, ad esclusione di altri. Ma i disciplinari imponevano dei limiti, per cui certi produttori, seguendo le indicazioni del mercato e l'evoluzione dei gusti dei consumatori, cominciarono a fare vini con uvaggia di loro propria ideazione, che però, essendo al di fuori delle regole, non potevano avere la denominazione controllata, ma chiamarsi genericamente «vini da tavola». Vini spesso di gran pregio perché scaturiti da accurate sperimentazioni, creazioni di enologi sapienti.
Però, siccome la «doc», specialmente sul mercato estero, ha pur sempre un significato di prestigio, ci si è chiesti se non sarebbe conveniente, per produttori, riunire sotto una «doc» speciale i vini accertati di qualità superiore.
Su questo tema si è tenuto, ieri, un convegno a Villa Bottini, che ha registrato una folta rappresentanza di operatori del ramo.
Erano presenti ristoratori (Romano Franceschini, anche vignaiolo); giornalisti (Emiliano Lucchesi di «Ex Vinis», che ha portato l'adesione di Luigi Veronelli e Gianfranco Grossi de «Il Sommelier»); enologi che curano vini lucchesi (Alberto Antonini, Maurizio Castelli, Stefano Chioccioli, Nicolò D'Afflitto, Luca D'Attoma), e numerosi altri, fra cui, naturalmente, la generosità dei produttori del Consorzio delle Colline lucchesi, che ha organizzato il convegno col concorso della Provincia di Lucca. Si è cominciato con la degustazione «alla cieca» di dodici grandi vini, di cui si doveva individuare se erano toscani o forestieri (non da tutti azzeccati nemmeno fra gli esperti) e si è concluso con un pranzo di enogastronomia lucchese, servito dal catering «Il cuore».
Nel frattempo introdotta dal dottor Giampiero De Andreis si è sviluppata la discussione che ha trovato la maggioranza dei produttori favorevoli alla proposta di un «iter» legislativo per giungere ad una «doc», che potrebbe essere dei «Grandi Vini Toscani», per i prodotti di selezione.
Non sono mancate le riserve sull'indispensabile necessità di un ulteriore denominazione vinicola, tanto i prodotti eccezionali si impongono da sè, e si è affermato (come da Carlo Macchi dell'Arcigola) che bisogna difendere anche i «buoni vini quotidiani», che potrebbero essere messi in sottordine, e sono la più gran parte, da prodotti «aristocratici» d'ottima concezione, ma non facilmente alla portata economica di tutta la gente. Ci saranno altri incontri, approfondimenti dell'argomento e decisioni da prendere.

 

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