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E' un Chianti
classico il vino «più toscano»
Roberto
Bernabò
Il vino più toscano? E' il Chianti classico '97 Riecine. A giudicarlo,
in un «pacchetto» di dodici vini - merlot, sangiovese, cabernet
e syrah - come quello più ricco del segno della propria terra, è
stata una «giuria» di enologi, produttori e giornalisti. Per
carità, non si è trattato di un vero «panel»
di degustatori ma piuttosto di un divertissement. Una sorta di gioco che
ha introdotto il convegno-provocazione voluto dal Consorzio dei vini delle
Colline Lucchesi per discutere del futuro del vino toscano. Ovvero di come
provare a dare un'identità unitaria, che rappresenti uno strumento
di guida al consumatore, nel mare magnum dei vini importanti prodotti nel
Granducato e che sono fuori dalle Doc. L'idea insomma di incominciare a
discutere della nascita di una sorta di super DOC «Grandi vini di
Toscana» che italianizzi la fortunata etichetta «Supertuscans»
e attraverso un meccanismo di sottozone faccia da contenitore per i cru
della produzione regionale. Allargando dunque quanto accaduto finora solo
col Sassicaia che ha avuto la sua «sottozona» nella DOC Bolgheri.
Ma è ovvio che questa è oggi poco più di una provocazione
e ben lo sapeva il Consorzio Lucchese. Che un merito comunque l'ha avuto.
Riuscire a portare allo stesso tavolo per discutere - sotto la guida di
Ernesto Gentili - davvero il meglio dell'enologia toscana ed il fior fiore
degli enologi che qui lavorano. Risultato? Che i tempi ovviamente non sono
maturi per un'operazione del genere, perché il mercato del vino
oggi premia più i Supertuscans che la maggior parte delle DOC e
dunque per i produttori starne fuori è una necessità per
strappare prezzi più alti. Ma soprattutto che la nostra enologia
è ancora troppo giovane - sul piano della qualità - per riuscire
a mettere ordine nella deregulation con cui è cresciuta. In fondo
sono passati sì e no 20 anni dai tempi del caro vecchio fiasco.
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