Rassegna
 
 

Appunti gaiolesi

L’appuntamento è d’obbligo, soprattutto quando il luogo dell’incontro è la rassegna dei vini di Gaiole in Chianti, e così ci ritroviamo ancora una volta nella piazza principale del paese, ancora una volta al cospetto della summa enologica di questa prestigiosa sotto-zona toscana.

Il che ha voluto dire 19 aziende sistemate bene in fila in altrettanti stand, "pronte all’assaggio" e con condizioni climatiche finalmente godibili e adatte per poter fare una sana "passeggiata" del gusto.

L’attesa dobbiamo dire quest’anno era assai fremente, perché in questa occasione sarebbero state presentate, giovani giovani, le sospirate Riserve 1997 assieme chiaramente al Chianti Classico d’annata (cioè il 1998) e, per chi ha potuto e voluto, ai vini da tavola o supertoscani.

Rischiando la logorroica ripetitività di chi ha la memoria corta ribadiamo che il tempo, specialmente in queste occasioni, ci sta dietro (o sul collo) ed è tiranno per cui gioco forza l’attenzione si è concentrata soltanto su alcune aziende lì presenti cercando comunque e sempre di fornire un quadro quanto meno esaustivo dell’insieme.

Naturalmente intendendo che il quadro è fatto sempre e comunque di sensazioni e suggestioni che abbisognano, a definitivo suggello di oggettività, di assaggi "a bocce ferme", che avverranno via via nel futuro, e che per tale ragione dovranno essere giustamente meditati.

Ma adesso via con il resoconto che, seguendo rigidamente l’ordine di apparizione sul campo, inizia dai vini proposti dalla cantina Wilhelm (la proprietà è svizzera), una realtà giovane del territorio sulla quale non ho nascosto elogi grazie ai vini assaggiati l’anno precedente (si veda e si legga la nostra rassegna sul Settembre Gaiolese 1999).

Intanto non c’è il vino d’annata che ancora non è pronto per cui all’assaggio compare dapprima il Chianti Classico Riserva Colombaio di Cencio 1997 (sangiovese 90% merlot 10%) che presenta un rubino scuro, carico e assai denso a fronte di una olfazione intensa e persistente, abbastanza ampia e ancora un po’ vinosa, sicuramente brillante, bilanciata e fine, fatta anche di sensazioni floreali (violetta), piccoli frutti rossi, note leggermente erbacee, rovere "dolce" .

In bocca si mostra di buona freschezza e sapidità, saporito e speziato (pepe in primis). Buona e levigata la trama tannica, che arrotonda assai la beva la quale si dipana lunga e calda, senza cedimenti e con note erbacee (crude) sparse qua e là. Vino chiantigiano new style di sicuro successo internazionale, visto appunto lo style (comunque ben curato).

Sulla stessa linea "internazionale" gioca le sue carte , per la verità di ottimo livello qualitativo, il Futuro 1997, blend di sangiovese (45%) cabernet sauvignon (40%) e merlot (il resto). Il rosso rubino è carico e fitto così come ampii, vinosi e fini sono i profumi, a cui aggiungiamo intensità e buona persistenza olfattiva insieme a riconoscimenti di ciliegia, erba tagliata, vaniglia, pepe, salvia e leggerissimo goudron. La bocca è morbida e densa, sicuramente concentrata e di peso, con corpo caldo e pochissimo cedimento, dentro la quale ci stanno note fruttate assai coerenti e toni cioccolatosi di rimando. Finale degno e massa tannica di livello per un vino giovane e di sicuro successo (sempre con ammiccamento spiccato al gusto imperante ma, per fortuna, con discreto "spirito toscano").



Il simpatico Isidoro Zerial ci guida invece all’assaggio dei due chianti classici d’annata de Le Miccine, piccola realtà gaiolese che si sta via via costruendo le basi e di cui abbiamo avuto modo di parlare già.

Intanto è assente la riserva 1997 (motivi di irrisorietà della produzione), che Isidoro stesso ci dice essere fantastica e per questo ancor più ce ne dispiacciamo, mentre apprendiamo che il futuro prossimo vedrà una piccola rivoluzione in cantina (già palpabile - si mormora - con la produzione 1999), una espansione (e meno male) dei vigneti, un probabile passo che andrà verso la scelta di produrre un unico chianti classico d’annata, che non incontri per la sua strada uve come canaiolo e mammolo (come adesso) bensì semmai malvasia nera, vitigno a cui l’azienda tiene molto e che già viene impiegato per la versione Da Gino.

Diciamo subito, a onor del vero, che ci è apparsa sotto tono la prova di insieme: il Chianti Classico Da Gino 1998 è poco convincente nel colore e nella densità. Così come caratteristica di questa cantina, e di questo vino in particolare, aromaticamente si fa apprezzare soprattutto nell’equilibrio che mostra tra frutto (poco intenso) e legno e nella intrigante ma un po’ secca nota speziata.

In bocca resta certamente godibile ma la trama tannica e la concentrazione fruttata lasciano un po’ a desiderare e fanno scivolare via troppo presto un vino che nel complesso sta ben al disotto della media qualitativa (peraltro non esaltante ma sporadicamente più che buona) dei chianti classici 1998 presentati dalle altre cantine gaiolesi.

Va un po’ meglio il Chianti Classico Le Miccine 1998 sia nell’aspetto visivo, comunque non esaltante, sia nell’approccio olfattivo, più brillante e presente, soprattutto grazie alle intriganti note speziate, accompagnate da sentori floreali e toni di rovere, su quadro non molto intenso né persistente ma tutto sommato abbastanza fine.

In bocca si comporta con poco dinamismo e mostra trama tannica asciugata, non ha peso e struttura superiori, è solo godibile, ora, con sotto una scorta per il futuro che non rende ottimisti.



Allo stand de Il Palazzino manca oggi l’anima, ossia Alessandro Sderci (meritato riposo prima della "tempesta" vendemmiale) ma al simpatico fattore della casa e alla giovanissima nipote non mancano di certo affabilità e simpatia.

Già assaggiato di recente (maggio 2000) ritento con piacere (e per riprova) l’approccio e l’ascolto al Chianti Classico Il Palazzino 1998 che si presenta con un rubino netto abbastanza denso, un naso fine, fruttato e speziato, dai profumi intensi e abbastanza persistenti. In bocca ricorda molto lo stile di questa cantina, con la sua trama tannica forse essenziale ma assolutamente non dura né sovra estratta che accompagna la beva senza palesi cedimenti né d’altro canto sussurri verso "l’alto". Il vino è sapido e pepato, non è estremamente fruttato né morbido ma caratteriale quello sì, per cui si fa rispettare.

Più che buono il nuovo approccio al Chianti Classico Grosso Sanese 1997 che pare in questa annata avere imboccato strade di rinascita.
Il rubino è molto bello, carico e assai concentrato.
Il naso è oltremodo pervaso da toni "dolci", fruttati e speziati nello stesso tempo, di buon equilibrio, assai ampii.

In bocca inizia a dare belle soddisfazioni: la suadenza e l’eleganza sue proprie sposano struttura, frutto e buona concentrazione, regalando massa tannica di assoluto vigore e rispetto, dolce e tendenzialmente morbida, in pieno equilibrio con il rovere (che spinge ancora) e tale da allungare il vino verso un finale saporito e caldo: un Chianti questo (meditiamo bene che di chianti si tratta) di rinnovata pregnanza.


La cordialissima Alessandra Mauri è ormai abituata a far le veci di Sean ‘O Callaghan in ogni occasione pubblica per cui da lei, con fare ormai sicuro, mi vengono portati all’assaggio i vini di Riecine.

Anche qui piccola premessa: l’attesissima Riserva 1997 non s’ha da bere perché ufficialmente è già terminata (solo 5000 le bottiglie prodotte).

Si comincia così dal Chianti Classico Riecine 1998 che si presenta in puro stile Riecine.
Rubino netto di bella cromaticità, solo limpido e piuttosto concentrato, si rivela al naso fruttato e fragrante, con sentori di amarena e spezie ben bilanciati e peculiari, e note aromatiche che portano ad una certa balsamicità dell’impianto, comunque fine.
Carico e concentrato in bocca, è caldo e di corpo, morbido, sapido e ancora assai fresco, vinoso direi, oltre che coerente.
Il finale si compiace degno e lungo per un vino che spunta un bel risultato, se confrontato con le altre proposte d’annata gaiolesi.

Molto buono e lusinghiero il riassaggio del Chianti Classico Riserva Riecine 1996 che a dispetto del tempo e dell’annata regala sensazioni vitali, di buon contrasto e presenza, al punto da farmelo prediligere alla Gioia 1996 la quale, assaggiata di recente, mostra classe ma frutto in discesa e asciugatura alle porte.

Niente di tutto questo invece per la Riserva 1996, dal rubino compatto, spesso e nitido.
I profumi sfiorano l’ampio e seppure non particolarmente intensi conservano fragranza da vendere e dentro vi riconosci in progressione amarena, visciole e spezie fini, in lodevole melange.
Buona la consistenza in bocca, che è ancora di ottimo contrasto acido e buona la trama tannica, che sorregge lo sviluppo di un vino non travolgente ma saporito e godibile, e conduce a un finale tipico e piacevole, da ottimo prodotto gaiolese.

Ritorna infine di elevato livello, lo si sente anche adesso che è molto giovane, La Gioia 1997, dal rubino cupo, limpido e denso.
La gamma aromatica è da subito espressiva e ben sfumata, peculiare e complessa, sfiora l’ampio e soprattutto fa prevalere, anche in questa prima sua fase di vita, il frutto al legno, con un equilibrio e un fondente chiaramente da raggiungersi ancora.
La bocca è sapida e densa, di sviluppo e peso superiori alla media, di trama tannica possente e levigata insieme, abbastanza morbida e cremosa, senza dubbio fruttata.
Vino di bella fattura e straordinariamente comunicativo, a cui il tempo non lederà: sarà, finalmente, Gioia.

È molto tempo che mancavo l’appuntamento con Rocca di Castagnoli ed i suoi vini (i ricordi si perdono ad alcuni ottimi Stielle di diversi anni fa) quindi quale migliore occasione.

Il Chianti Classico Rocca di Castagnoli 1998 non ha estrema fittezza nella espressione cromatica e visiva, i profumi però sono fragranti e fini anche se non troppo intensi né persistenti.
La bocca è troppo asciutta, poco polposa, eppure esprime un certo carattere e tutto sommato una buona finezza gustativa.
La trama e il peso non sono quelli di un vino di classe superiore e il finale non si compiace più di tanto.

Senza dubbio più convincente il Chianti Classico Riserva Poggio A’ Frati 1997 che ad un rosso rubino sporchino e piuttosto denso associa profumi intensi, di peculiare impatto fruttato e speziatura, con sentite note vegetali e erbacee (?), comunque non spiacevoli.

La bocca è corposa e fitta ma ancora dura, per via di un tannino marcato e aggressivo e una nota cruda e vegetale (?) ancora da assorbirsi.
La lunghezza e lo sviluppo, assolutamente non banali, lasciano margini per un bilanciamento futuro delle varie componenti: il vino è caratteriale e potente e nel finale si concede a lungo, soltanto che ancora è troppo amaro. (Per inciso, lo Stielle non era in degustazione, solo in bella mostra, peccato).


Premessa: Francesco Martini di Cigala, azienda San Giusto a Rentennano, è veramente un personaggio. Fine premessa.

Da San Giusto a Rentennano assaggio in sequenza: Chianti Classico S.Giusto a Rentennano 1998 dal rubino non acceso e abbastanza denso.
Spettro olfattivo un po’ evoluto (da frutta surmatura) per un vino della sua età e comunque non mancante di peculiari qualità, resta da realizzare ancora il fondente tra le parti.
La bocca al solito è possente e densa, non ammette cedimenti ma per l’armonia e l’equilibrio dobbiamo attendere, di armi il vino ne ha. Vedremo.

Ottima sensazione invece quella lasciata in bocca dal Chianti Classico Riserva San Giusto A Rentennano 1997 dal rosso granato denso e dai profumi variegati e complessi, ancora tutti o quasi da "aprirsi" (come è tipico dei vini di questa cantina), divisi fra un fruttato non nitido, la lieve speziatura e il rovere con il suo "influsso".
Lo stesso dicasi per la bocca: segnatamente tannica e possente ma assai "ammiccante" a morbidezza (sorpresa!) ovvero affatto aggressiva (non più di tanto almeno), dona sapidità e calore (tanto) in ogni dove.
Di sviluppo e grassezza rimarchevoli, a parer mio abbisogna solo e soltanto di tempo per crearsi amalgama, fondente ed equilibrio tra le parti: si può certamente affermare trattarsi di un vino di grande spessore, oltretutto con retrogusto eccellente e godibile. Questo sì già da ora.


Si resta ai "piani alti" del gusto, e della pura espressione sangiovese, con il nuovo Percarlo 1997 (che ridendo e scherzando si è fatto 22 mesi di affinamento in carati di varia natura e passaggio).
Il granato è marcato e profondo, appena limpido e denso.
L’olfazione conduce a un quadro di estrema finezza aromatica, dove le componenti fruttate e terziarie realizzano un discreto equilibrio ma non offrono ancora nitidezza e ricchezza di sfumature all’insieme, nascoste come sono dalla potenza e dalla concentrazione, di struttura e di alcool, dell’impianto tutto. Solo il tempo e il riposo riuscirà, come è certo che ci riuscirà, ad armonizzarle dentro a uno spettro aromatico la cui ricchezza è palese e intuibile.
Al palato, as usual, il vino è masticabile e porta con sè trama tannica superiore, il rovere spinge ma non troppo perché il frutto c’è eccome; di ottimo livello appare il contrasto acido e lo sviluppo gustativo, cangiante e caleidoscopico il ruotare delle sensazioni, e ancora una volta ne discendiamo due conclusioni: che siamo di fronte a un vino da attendere, e che con ogni probabilità saremo davanti a un grande Percarlo.

Per l’unico vero fuori programma di questa tornata di assaggi gaiolesi il commento semplice, netto, deciso è il seguente: straordinario, parola che a caldo mi vien fuori poche volte.

Ebbene quando tocca tocca e mi è toccata rivolgerla al Vigneto La Ricolma 1997 di San Giusto a Rentennano, un merlot in purezza da poche bottiglie ancora ma dal futuro (e presente) radioso.
Sorprende l’estrema nitidezza e armonia delle componenti e la assoluta diversità nella proposta, che non vede il vino schiacciato, come spesso accade per quelli che chiamiamo grandi merlot, dai toni cupi, amari e cioccolatosi del rovere piccolo, specialmente in giovine età.

Il rubino, cupo (e di cupo c’è solo il rubino), è bello a vedersi così come la sua consistenza.
I profumi sono straordinari, di grande peculiarità e "spessore", sicuramente persistenti e realizzano un quadro olfattivo ampio e fragrante.
Si rincorrono e concorrono alla complessità del tutto un fruttato finissimo e marcato, suadenti sensazioni vegetali legate in modo assolutamente perfetto con il rovere, toni di caffè deliziosi e soprattutto ben amalgamati.
Al palato rivela eleganza sopra le righe, il frutto è brillante, ben presente e non lascia sopravanzare il rovere; il vino ha corpo e peso superiori nonché una massa tannica che ha pochi rivali per levigatezza, peso estrattivo e dolcezza.
Tendenzialmente morbido, saporito e caldo, è ricco di sfumature ed ha energie tali da prospettargli un grande avvenire.

Il simpatico patron di Rietine e la signora Galina non hanno portato con loro la riserva 1997, ché ancora è presto, per cui cominciamo dal Chianti Classico Rietine 1998 dal rosso rubino/violaceo piuttosto denso, che porta in sé almeno il 15% di merlot.

L’impatto olfattivo è pregnante e fitto ma eccede in toni ridotti che ne ledono fragranza e finezza.
La bocca presenta buon contrasto, è sapida e caratteriale, non estremamente fine e si concede abbastanza in un finale di buona trama e sviluppo. Nella media.

Sicuramente degno di nota, sempre tenendo in considerazione la vendemmia, il Chianti classico Riserva Rietine 1996, dal colore rubino scuro, limpido e denso.
Buono lo sviluppo aromatico, che offre aspetti peculiari e non banali , di buona intensità e discreta persistenza, a cui manca, e sarebbe bene averla, nitidezza e ricchezza di sfumature.
Più convincente è la bocca: potente e densa, mostra vitalità e ardore tannico ancora da spendere, e questo è positivo.
Di corpo e caloroso, è un vino che sorprende per "vivacità" e brillantezza, soprattutto gustativa, e per il fatto che bene o male è un sangiovese in purezza chiantigiano vendemmiato nell’anno 1996.

Bella la prova e con essa le sensazioni offerte dal Tiziano 1996, il vino bandiera della casa, con la sua particolarità di essere frutto della vinificazione di merlot e lambrusco, presenti qui in taglio paritario.
Il colore è rubino netto, carico e denso assai.
Sfodera gamma aromatica fine, abbastanza ampia, fruttata, di buona intensità e discreta persistenza, oltremodo peculiare con quelle note caffeose a dir poco deliziose.
Lungo e caratteriale in bocca, si presenta coerente e saldo in corpo caldo e tendenzialmente morbido.
Non manca di una certa grassezza e mostra vitalità e contrasto degni di nota. Bella presenza di sé.

Allo stand della Fattoria Valtellina (Giorgio Regni per chi ha la memoria lunga) il pacato e simpatico enologo svizzero Andreas Stossel ci guida all’assaggio mentre ci dice che il chianti d’annata non è ancora pronto quindi non è presente in degustazione.

Cominciamo quindi dal Chianti Classico Riserva Giorgio Regni 1997 dal rubino violaceo denso e dai profumi vinosi, fruttati intensi e abbastanza duraturi con penetranti risvolti "dolci".
La bocca presenta bel contrasto e un carattere fruttato di giovanile esuberanza, la struttura ha peso e allappa un po’ mentre si dipana.
In complesso è bilanciato e godibile, lo ricorderemo per la marcata tipicità.

Il Convivio 1997 (sangiovese 80%, cabernet sauvignon 20%) è scuro per essere di color rosso rubino e sicuramente è denso.
I profumi sono intensi e spingono assai, seppure non molto eleganti per via di quei ripetuti toni ridotti (che comunque spariranno più in là) e quelle note animali; lo spettro pur tuttavia risulta abbastanza fine e fruttato.
In bocca si mostra giovane e vinoso, coerente, assai più morbido della riserva ma anche con minor brillantezza e spinta.

Sicuramente concentrato nel frutto e di buona dolcezza, un contrasto acido maggiore ne avrebbe giovato al dinamismo, che ora fa sfociare il vino in un buon finale, e basta.

La rassegna ufficiale degli assaggi termina quà, quella non ufficiale annovera un assaggio meditato del Chianti Classico Podere di Stignano 1997 dell’azienda San Vincenti, peraltro non visitata nel corso della manifestazione.

Lo voglio sottolineare qui a chiosare l’argomento e l’articolo ma ne riparleremo in un prossimo appunto al vino: inaspettata sorpresa (positiva si intende) è stata quella suscitata da questo vino, per spessore, complessità e bella presenza.

È stato il suggello di una piacevole giornata, né calda né affollata, trascorsa in uno dei paradisi del berebene toscano e terminata che le stelle apparivano già in cielo, assieme alle luci e alle ombre gettate sul selciato dalla Badia A Coltibuono e dal suo paesaggio attorno, veri e propri "monumenti" alla serenità e alla meditazione (anche di matrice pagana, come quella da me professata).

[FP]

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