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| La Lucchesia |
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Cantine
Aperte 1999: quest'anno pagine di giornali sono state dedicate all'evento,
e noi, che lo seguiamo ormai da tre anni, non potevamo che essere contenti
ma anche un tantino egoisticamente preoccupati da un eventuale affollamento
delle cantine. Ebbene, questa preoccupazione non si è alla fine dimostrata
fondata, anche se dobbiamo dire che la visita ad una cantina di grande bellezza
(Villa Maionchi) è stata scoraggiata dalla presenza di un enormi
autobus di turisti tedeschi.
La prima fattoria visitata è stata la Colle Verde, in località Matraia, nel pieno delle colline lucchesi. Dall'edificio dove è situata la cantina si dominano le vigne (impianti del 1990-91) che, nella giornata di sole che ha accompagnato in Toscana questa edizione di Cantine Aperte, davano l'impressione di essere immerse in un catino caldo e umido. In piena lucidità siamo stati
in grado, anche per la mancanza di distrazioni gastronomiche, di apprezzare
dei vini veramente esemplari per equilibrio e ricchezza di profumi. Iniziamo
dal bianco delle colline lucchesi (Terre di Matraja 1997) che è
poi quello che ci ha impressionato di più. Trebbiano e Chardonnay
la composizione, leggero passaggio in botte grande. Lo Chardonnay "cresce
ovunque" e Trebbiano perché con il solo Chardonnay "non c'è
lotta" Profumi vivi, eleganti ed intensi di banana e difrutti esotici
erano confermati in bocca ed accompagnati da una pienezza e morbidezza
davvero notevoli. Come dire, una esemplare (una delle migliori, a nostra
memoria) congiunzione di un frutto ricco con un intelligente uso del legno.
La versione di questo bianco in cui lo Chardonnay (o tutti e due?) è
passato in barrique (Brania ) mostra un certa prevalenza delle note speziate
su quelle del frutto rendendo il vino così un po' monocorde. Il
rosso delle colline lucchesi (Terre di Matraja Rosso) è forse ancora
un po' giovane e presenta un tannino un tantino aggressivo già
quasi all'attacco in bocca; il suo corrispettivo passato in barrique (Brania
Rosso) e contenente il 10% di Syrah presenta profumi interessanti
e profondi di mora e pepe. Le discussioni con il tenutario della fattoria sono state stimolanti, anche perché pervase da una certa vena di anticonformismo. Possiamo ricordare soprattutto un elogio del Trebbiano, sul quale non si fanno abbastanza ricerche clonali, cosa che invece ormai avviene in modo massiccio per quel che riguarda il Sangiovese. L'inserimento di Chardonnay nel bianco è motivato dalla volontà di dare al vino una struttura che venga mantenuta, diciamo, oltre il terzo anno di vita, e non per carenza di profumi del vitigno bianco italiano per eccellenza. La struttura del Trebbiano tende infatti a calare vistosamente dopo questa soglia di tempo, ma questo difetto potrebbe essere ovviato probabilmente, appunto, con delle opportune ricerche di selezione clonale. Addirittura, all'assaggio dalla barrique il Trebbiano risulta più ricco dello stesso Chardonnay. Osservazioni veramente forti che dovrebbero far riflettere. La seconda meta delle nostre visite è stata la fattoria di Valgiano. è una delle cantine di spicco della lucchesia; i suoi vini sono il Giallo dei muri (bianco delle colline lucchesi), e i due rossi Rosso dei palistorti e lo Scasso dei Cesari. Quest'ultimo era esaurito, e nonostante sia un vino di grande successo, questa volta la ragione era anche un'altra, e cioè una partita di tappi difettosi che ha costretto al ritiro dal mercato di una grossa percentuale di bottiglie. Questa esperienza, non certo felice, avendo riguardati il vino di punta dell'azienda, ha portato ad una parziale adozione di tappi di silicone per il vino bianco (di meno lunga durata in cantina). Nell'uvaggio del Giallo dei muri entrano
a far parte Trebbiano, Vermentino, Chardonnay (in barrique). E' un vino
fresco dai profumi originali che ricordano a tratti un Moscato.
Alla Fattoria di Fubbiano siamo stati accolti da una simpatica e comunicativa signora che ci ha invitato a visitare una mostra di stampe che aveva come soggetti personaggi che avevano a che fare con il mondo del vino (ricordiamo ad esempio una rappresentazione di Bacco di Guido Reni). Passiamo ai vini della fattoria. I rossi: all'olfatto non particolarmente espressivi, in bocca piuttosto morbidi, dove ci è sembrato percepire leggeri sentori di liquirizia, nonostante i non lunghi passaggi in legno. La filosofia della cantina ci è sembrata essere improntata sulla semplicità, e sulla naturalità del prodotto, e assolutamente contraria a tutte le tecniche di esaltazione "artificiale" dei profumi; altro cardine, il mantenimento della tradizione vinicola della lucchesia, che trova la sua peculiarità nella lunga consuetidine con una molteplicità di vitigni, alcuni dei quali oggi si definiscono "internazionali". Le vigne sono tutte storiche, e vengono coltivati anche vitigni aromatici quali l'Aleatico e il Moscato d'Asburgo. Gli assaggi sono stati accompagnati da una scelta gastronomica veramente notevole: formaggi di varie qualità, fra cui ci ha colpito lo stagionato in fossa, lardo, pancetta, un memorabile manzo marinato, e poi una vera finezza, una eccellente mostarda di frutta. La fattoria di Camiliano si è
confermata un vero esempio di ospitalità in cui la gioia di lavorare
in un posto da favola, facendo (bene) una cosa che piace fare, contagiavano
gli ospiti fin dall'inizio. La stessa impressione ci fu data quando la
visitammo nell'edizione 1997, ma ora la scelta dei vini si è ancora
di più ampliata, con scelte che fanno trasparire intelligenza nelle
strategie e abilità. Siamo stati accolti come al solito nel cucinone
della villa, dove ogni ben di Dio poteva essere gustato: prosciutto tagliato
sul momento, salame, formaggio, torte di verdure e al cioccolato. La scelta
dei vini era molto ampia: bianco delle colline lucchesi, Sauvignon, Chardonnay,
Vermentino; i rossi Sangiovese, Nerio (Cabernet Sauvignon). L'impronta
generale dei vini bianchi ci è sembrata la pulizia dei profumi
e la buona rispondenza al palato; ricordiamo che sono tutti vini fatti
esclusivamente in acciaio e a temperatura controllata.
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