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la doc Colli di Luni, Capitolo IV Sotto il torchio ci sta la schiettezza |
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Introduzione Podere Terenzuola: "La mia piccola Alsazia" La Colombiera: "Sulla strada del nuovo Terrizzo Ottaviano Lambruschi: rigore e passione |
Giorgio Tendola
è un "prodotto" del territorio in cui è nato: là tra
i dolci declivi che scendono alla piana di Luni, nella Liguria di Castelnuovo
Magra che con le case del borgo e il mastio del Palazzo Vescovile che fu
dei Vescovi-Conti di Luni (acerrimi nemici dei marchesi Malaspina) sovrasta
le vigne, spesso le persone crescono in quel modo: con il loro dialetto
sarzanello ampiamente sottolineato, la schiettezza apparentemente
burbera ma assolutamente sincera, i modi sornioni e furbeschi allo stesso
tempo e un grande rispetto per il prossimo che vale. E così ci è
parso lui. Su quei declivi sorgeva un Torchio e fino a dieci anni fa, anche se c'era una produzione vinicola per consumo proprio e per fornire qualche damigiana alle vicine osterie, l'attività prevalente, gestita dal padre, era quella di olivicoltore e frantoiano, fino a che non è subentrato lui, il Giorgio, ormai non più di primo pelo, con il suo "peso" e le sue idee, a decidere di intraprendere seriamente l'attività di vignaiolo imbottigliatore dei propri vini. Ma ora fare olio di qualità costa troppo e il lavoro non viene abbastanza riconosciuto, e dunque il nome Il Torchio dato all'azienda vinicola ha soltanto il significato di identificare una tradizione, uno status che fu. Naturalmente arriviamo che Giorgio è al lavoro: "a potare, che vuoi fare di questi tempi", ma l'ospitalità e la giovialità si fanno apprezzare, così come l'eloquio, pure colorito. Comincia a raccontare dell'estensione dei suoi vigneti, pochi ettari che creano un continuum attorno alla sede aziendale, disposti a raggiera dentro una conca che scende mai ripida verso la valle. Sono esposti a sud, a mezza costa, con il mare presente sullo sfondo, sempre, giorno e notte. Solo in piccola parte si trovano più in alto, appena sotto il paese di Castelnuovo, circondati da boschi, in un lieu-dit chiamato Linèro. La produzione attuale si aggira sulle cinquantamila bottiglie che si dividono fra il prevalente Vermentino dei Colli di Luni, il Colli di Luni Rosso, il Bianco da Tavola Linèro e un niente di Grappa del Torchio. La cantina si trova nei piani bassi della sua bella casa, si gioca sullo stretto ma con accorta precisione; alcuni dei tini in acciaio sono dislocati all'aperto, opportunamente protetti, assieme alla pressa. È proprio da lì che le uve bianche, raccolte in cassetta, dopo vendemmia manuale, passano a macerare sulle bucce. Intanto le uve vermentino derivano da una serie di cloni del tipo "tralcio rosso" come da quelle parti li chiamano e da vendemmie mai tardive; il sesto di impianto è un Guyot che ben si presta a ottimizzare il prodotto e nello stesso tempo a rendere maggiormente economico il lavoro in vigna potendo fare a meno di potature verdi (il Guyot usato ha 5 gemme fertili, quelle più vicine al tralcio a cui ben si adatta la vigorìa del vermentino). Le rese si attestano fra i 70-80 quintali per ettaro, e non c'è bisogno di diradamenti, molto meglio lasciare poche gemme. In vigna le analisi e le cure di Giorgio sono particolarmente attente a verificare che l'acidità sia quella giusta al fine di decidere il momento della raccolta, e questo per il problema ormai noto della bassa acidità fissa che questa uva si ritrova. Particolarmente orgoglioso delle sue idee in materia di vinificazione poco si addentra ma fa intuire nell'eloquio la dedizione con cui affronta questo lavoro: intanto è un amante del freddo ovvero sfrutta appieno quello che secondo lui il freddo può apportare al vino in termini di estrazione, profumi, limitato stress (si pensi alla chiarifica). Ammette di essere rimasto sorpreso da cosa quei matti di vignaioli alsaziani riescano a tirar fuori dalle uve Sylvaner e ammette anche che da loro (da alcuni di loro, quelli seri che non usano zuccheraggi) si può veramente imparare. Intanto le sue uve Vermentino le trattiene a lungo sulle bucce inibendo la fermentazione con la criomacerazione: poi solo il mosto fiore passa in altri tini, dove la fermentazione alcoolica ha da avvenire lentamente, a temperatura controllata, per dare un Vermentino Colli di Luni come lui desidera avere; il resto viene pressato soavemente da un polmone pneumatico e il succo estratto va insieme alle uve del podere Linèro, per dare vita al Bianco da Tavola omonimo. L'affinamento procede in acciaio (no assoluto alla malolattica) dove i vini riposano fino al momento dell'imbottigliamento, che avviene tra i mesi di marzo e aprile dell'anno successivo alla vendemmia. Anche Giorgio ribadisce che questi vini sono da bersi in estrema giovinezza, che a due anni dalla vendemmia perdono gran parte del loro fascino fatto di aromi primari e di freschezza, e che non si inventino balle o poesie in proposito. Insomma, si scorge una cura meticolosissima, scientifica dei dettagli che salvaguardino l'integrità dei profumi che assicurino la massima naturalezza del prodotto, dietro la quale si scorge un "pensiero forte": cassette e non bigoncie per non rompere gli acini; diraspare senza schiacciare, l'uva deve rimanere intera finché non la si mette a temperatura di circa zero gradi; nessun filtraggio, basta il freddo; procedure rapide per eliminare contatti con l'aria; imbottigliamento delicato, per gravità, che elimini ogni stress per il vino.
Poi lui ci indica su in alto la posizione del vigneto di Linèro, circondato dai boschi e sovrastato dal campanile di Castelnuovo Magra: lì ci stanno impianti piuttosto vecchi con diverso materiale ampelografico all'interno, che lui è solito assemblare per ottenere il bianco da tavola, sì proprio un bianco e non una doc perché qui l'apporto del vermentino è limitato, visto che altre uve concorrono a delinearne le caratteristiche: albarola su tutte ma anche greco, albana e, guarda un po', sauvignon blanc. Possiamo qui assaggiare il Linèro 1998: al giallo paglierino cristallino e di media consistenza si associa al naso una gamma aromatica ben sfumata e particolare, che all'inizio è tendenzialmente fruttata (albarola) poi vira sui riconoscimenti floreali, che permangono più a lungo, fatti di sambuco e fiori di campo su nuances biscottate molto interessanti. In bocca è ancora abbastanza fresco, sapido e ben equilibrato: soprattutto regala buoni corpo e pienezza e non concede cedimenti fino alla fine, dove si compiace non lungo ma coerente.
È proprio vero che la presenza di Giorgio Tendola tiene la conversazione sempre accesa, tra una battuta verace e l'altra, ma gli sguardi del visitatore non possono non soffermarsi ogni tanto (in silenzio) su quelle note di colore rappresentate da tutti i vari diplomi, diplomini, attestati ufficiali, importanti e meno importanti, appesi alle pareti della sua cantina, che stanno a sottolineare le qualità riconosciute ai vini de Il Torchio; e il buon Giorgio, che pare con sufficienza vedere alle alchimie mediatiche sul mondo del vino, in realtà strizza volentieri lÕocchio (giustamente aggiungiamo noi) a tutti quei diplomi, che lo hanno fatto apprezzare aldilˆ del piccolo mondo familiare delle vigne e della cantina, e si inorgoglisce a mostrarli con malcelato compiacimento: al "burbero" sarzanello la riconoscenza sul lavoro svolto non dispiace poi tanto e noi ci aggiungiamo al coro: complimenti e buon lavoro al Giorgio, alla sua schiettezza, e soprattutto ai suoi vini. Azienda Agricola Il Torchio
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