Piccole denominazioni crescono: 
la doc Colli di Luni
 
I capitoli dell'inchiesta:

Podere Terenzuola:
"La mia piccola Alsazia"

Azienda Agricola La Colombiera:
"Sulla strada del nuovo Terrizzo"


Ottaviano Lambruschi:
rigore e passione


Azienda Il Torchio:
sotto il torchio ci sta la schiettezza
Il titolo di questa inchiesta vuole racchiudere in sé l'idea di proporre delle zone a denominazione di origine cosiddette "inferiori", non tanto per la qualità dei loro prodotti, che inferiore a volte non lo è davvero, quanto per il fatto di non essere sulla bocca di tutti per ragioni che vanno dalla scarsa conoscenza, al mercato, alla eventuale difficoltà di reperimento fuori zona dei loro vini, e chi ne ha più ne metta.

I capitoli che seguono vogliono servire da sprone e indirizzo a chi voglia avvicinarsi ai vini di quei territori e vogliono descrivere degustazioni che ci hanno coinvolto direttamente nelle zone di origine; zone che, come nel caso dei Colli di Luni, paiono in costante (som)movimento alla ricerca di una visibilità e di una qualità intrinseca che non possa lasciar adito a dubbi.

Come in tutte le piccole denominazioni le piccole aziende fanno spesso da traino e ossatura per innovazione e proposta, e noi a queste, che in altri lidi si chiamerebbero proprietaires-récoltants, ci siamo indirizzati nel tentativo di donare uno spaccato assolutamente non esaustivo ma speriamo esauriente su ciò che bolle in pentola, o meglio nei tini di quelle terre in questo inizio secolo. Occorre anche dire che la denominazione Colli di Luni è oltremodo caratterizzata dai piccoli produttori, visto che le aziende grandi qui fanno cinquantamila bottiglie, e sono tante.

A questo proposito abbiamo notato, e ci è parso molto interessante, che ogni piccolo produttore ci ha comunicato idee molto personali (sia originali, sia apprese dai "maestri" d'oltralpe) che spesso non vuole rivelare e che quindi non riferiremo perché frutto di tanta fatica e sperimentazione, e ci ha mostrato una cura "artigianale" dei dettagli che grandi aziende non si possono certo concedere (ricordiamo, ad esempio, lo studio meticoloso da parte di un produttore di metodi di imbottigliamento che "stressino" il vino il meno possibile) 

Tornando a ritroso nel tempo e nei discorsi queste terre, dal punto di vista della doc, comprendendo 15 comuni nella provincia di La Spezia e 3 nella provincia di Massa-Carrara costituiscono terre di confine, liguri e toscane, anche se da considerarsi prevalentemente liguri. Talmente liguri che anche i vignaioli toscani si sentono tali. Qui ci troviamo nella Riviera Ligure di Levante e le valli interessate dalle viti sono quelle dai terreni calcarei del basso corso del Magra e del Vara.

Furono gli Etruschi a coltivare i vigneti per primi, poi lasciati alle cure dei Romani che nei pressi dei loro celebri insediamenti producevano il Lunense. Molto tempo è passato e tante stagioni, belle e brutte, hanno attraversato le viti e le uve di questi luoghi. Cambiamenti che quasi sempre accompagnavano (o ne erano sintomo) di mutate condizioni sociali. Vi furono periodi in cui molte terre vennero abbandonate, fino a tempi recenti in cui, il crescente interesse commerciale per i vini delle vicine Cinque Terre, ha di nuovo portato ad interessarsi al patrimonio dei Colli di Luni, che da sempre davano vini bianchi di maggiore qualità, in grado in molti casi di competere con i grandi Vermentini della costa ligure di Ponente. 

Eh già, perché la storia e la fortuna di questi vini si è fondata e si fonderà sul Vermentino, che costituisce vitigno principe per ogni bianco della zona, a cui si affianca il Sangiovese, spesso assemblato con Ciliegiolo, Canaiolo e altre varietà a bacca nera per il Colli di Luni Rosso, che il nascente disciplinare prevederà anche in versione Riserva.

È il 1989 che inaugura la nuova denominazione di origine Colli di Luni a riconferma di una ritrovata vitalità che intende consolidare la tradizione secolare della vigna lavorata. Da allora gli investimenti da parte dei produttori e le idee (con la materia prima) non sono mancate. I capitoli che seguono vogliono testimoniare questo.
 
 

Il protagonista di questa inchiesta: il Vermentino

 

Quali potrebbero essere i vitigni a bacca bianca che l'Italia possa sentire come "suoi" e che siano capaci di produrre grandi vini? In epoca di ricerca e di valorizzazione dei vitigni autoctoni, questa è una domanda che spesso si sente porre.

Da una parte c'è chi ritiene (ma non sono molti ...) che una soluzione del problema potrebbe essere la valorizzazione (sostenuta da adeguata ricerca clonale) del Trebbiano, che in alcuni casi dà in effetti ottimi prodotti; dall'altra chi afferma che i vitigni francesi, quali Chardonnay, Sauvignon e Pinot, in tutto il Nord-Est vengono considerati ormai "nostrani", anche se probabilmente non lo potranno mai essere completamente.

Può essere il Vermentino un candidato per la realizzazione di grandi vini bianchi italiani? Sicuramente un primo requisito ce l'ha: è un vitigno di grande personalità che riesce a dare ottimi risultati vinificato in purezza e, quando scelto come componente di un uvaggio, arricchisce il risultato finale. Può dare vini strutturati, profumati, anche opulenti. 

Sfortunatamente ha anche un grosso limite, che più di un produttore da noi visitato ha messo in risalto: la bassa acidità fissa del Vermentino rende i suoi vini irrimediabilmente poco longevi, perché, con l'invecchiamento essa raggiunge ben presto livelli tali da rendere il vino carente di una delle componenti fondamentali nella degustazione.

Comunque, detto questo, possiamo affermare di aver assaggiato in generale vini di grande qualità e personalità, che giustamente i produttori tendono a vinificare in acciaio, per non renderli simili a tanti altri prodotti che arrivano dall'Italia e del mondo. Abbiamo assaggiato anche rossi interessanti, ma ci sembra che proprio il Vermentino possa dare grandi soddisfazioni agli appassionati di vino, italiani e non.
 

Illustrazione iniziale: il Castello Malaspina presso Fosdinovo (SP)
 

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