Barbaresco 2005,
forse non indimenticabili ma diamogli tempo per esprimersi!
di Roberto Giuliani
roberto.giuliani@lavinium.com
ALBA (CN) - Ancora
prima della loro uscita, i Barbaresco 2005 rischiavano di essere messi
in un angolo dalla grande attesa dei Barolo 2004. Le ragioni sono ovvie,
l'annata 2004 è una delle più riuscite di questo decennio
e lasciava presagire dei grandi nebbiolo già in vigna, era quindi
naturale che i riflettori ad Alba Wines Exhibition 2008 fossero puntati
soprattutto sui Barolo, ma il vino si sa, è cosa viva, non di
rado offre inaspettate sorprese. E poi la 2005 non è affatto
un'annata "minore", semmai ha caratteristiche diverse, i problemi
che può presentare sono legati più a qualche difficoltà
di equilibrio fra acidità, tannino e polpa, dobbiamo ricordare
che tutto il periodo estivo è stato caratterizzato da andamenti
irregolari con zone dove non si è vista ombra d'acqua e altre
dove la pioggia ha superato le medie stagionali, agosto ha presentato
temperature decisamente più basse della media, settembre ha avuto
un inizio molto piovoso seguito fortunatamente da una condizione climatica
ideale per la maturazione fenolica e degli zuccheri. A inizio ottobre
si sono ripresentate le piogge ma buona parte delle aziende ha fatto
in tempo a raccogliere prima, trovandosi le uve con la giusta maturità.
Insomma una vendemmia non lineare, dove conta moltissimo il lavoro in
vigna e dove si evidenziano maggiormente le differenze microclimatiche.
Differenze che si ritrovano perfettamente nel calice, dalla degustazione
rigorosamente alla cieca dei 70 Barbaresco 2005 effettuata il 7 e 8
maggio nella consueta cornice del Palazzo Mostre e Congressi di Alba.
Come
sempre i vini vengono proposti raggruppati per comune, questo consente
di comprendere meglio le differenze espressive dei diversi territori
e, in casi come questo, posso dire senza timore di smentita che erano
molto evidenti. I vini più equilibrati e piacevoli, con una struttura
salda ma senza particolari spigolature vengono sicuramente dalle vigne
situate a Barbaresco, vini che hanno dimostrato in molti casi una notevole
gamma espressiva, energia, complessità, ricchezza di sfumature,
notevole articolazione e ottima corrispondenza gusto-olfattiva, con
alcune punte di eccellenza come il Morassino di Cascina Morassino,
selvatico, avvincente, fitto, con una gran bella materia al palato,
tannino deciso ma pulitissimo e un finale terroso e intenso. Altrettanto
convincente l'Asili di Michele Chiarlo, del quale sono
rimasto parzialmente sorpreso visto che da un po' di tempo non riusciva
più a convincermi; lo stile di Chiarlo è preciso, ben
definito anche se a volte non riesce ad emozionarmi, ma in questo caso
il Barbaresco appare decisamente riuscito, con un'inusitata ricchezza
di frutto, ciliegia e prugna in particolare, ma anche una bellissima
florealità, note di cuoio, liquirizia e una bocca setosa, sapida,
lineare. Molto bene anche l'Asili di Ca' del Baio (Cascina
Vallegranda), dalla trama olfattiva molto particolare, con note
di pesca gialla, tè, lampone, un palato ricco, dal tannino nervoso
ma pulito, tanta freschezza ed eleganza. Ottima prestazione anche del
Roncaglie dei Poderi Colla e del Maria di Brun
di Cà Romè, il primo con un colore granato perfetto,
di grande fascino, dal naso fitto e stimolante e un tessuto setoso e
avvolgente in bocca, il secondo è un tripudio di fiori che si
mescolano a note di prugna e liquirizia, bocca ricca di polpa e un finale
minerale di grande bellezza. Più aggressivo al palato il Martinenga
dei Marchesi di Gresy (Tenute Cisa Asinari), in parte
per una trama appena sottile, che è un po' il limite dell'annata,
ma con una eleganza che lo contraddistingue sempre e una possibilità
evolutiva certa. Niente male il Vigneto Loreto di Albino Rocca,
dallo stampo floreale arricchito da piccoli frutti e una materia elegante
e di grande bevibilità. Ancora meglio il Rabajà
di Castello di Verduno, quest'anno il più convincente
fra i produttori di questo storico sorì (ma mancava all'appello
il grande Giuseppe Cortese), con un tessuto cremoso, ottima materia
e un tannino finissimo con un finale lungo e appena amarognolo. Il Rabajà
di Cascina Luisin appare ancora penalizzato da un naso piuttosto
restio e alla ricerca di una sua definizione, mentre all'assaggio dimostra
la stoffa e l'eleganza del cru con una trama ricca di mineralità
e un tannino quasi vellutato. Appena sotto tono per una materia più
esile e qualche spigolo acido-tannico il Rio Sordo di Cascina
delle Rose, ma il carattere c'è tutto e il tempo lo renderà
uno dei vini più piacevoli da bere. Buono anche il Vitalotti
di Carlo Boffa, forse un po' old style ma con una trama
olfattiva giocata su belle note di lampone e ciliegia e un tessuto gustativo
intenso e appena scorbutico. Un bel bouquet floreale che si arricchisce
in bocca di una trama gradevole e appena dolce rende più convincente
il Palazzina di Montaribaldi del Sorì Montaribaldi,
al momento poco pulito e con un tessuto scorbutico e legnoso. Merita
una menzione il Barbaresco annata dei Produttori del Barbaresco,
una vera sicurezza, è evidente che la selezione fatta a monte
produce sempre ottimi risultati.
A Treiso la situazione appare leggermente più discontinua, con
alcuni casi di tannini ancora aggressivi e acidità più
spiccate, sebbene i risultati siano più che soddisfacenti. Merito
soprattutto dell'ottima prestazione di casa Rizzi, il vulcano
Ernesto Dellapiana, coadiuvato dal sempre più intraprendente
figlio, Enrico, ha sfoggiato un Pajorè Suran di
grande fascino, dai sentori di viola spiccati, una balsamicità
struggente e un tannino di grande finezza, seguito a breve distanza
dal Nervo Fondetta, dai tratti selvatici e pepati e una trama
meno voluttosa ma comunque piacevole e ben definita. Ancora un bel risultato
da Cà del Baio con il Valgrande, floreale al naso,
sapido e fruttato al palato, con una trama in continua progressione.
Sempre incisivo e dalla trama tannica fitta equilibrata da una bella
fruttosità e da piacevoli note di legno di liquirizia, il Vigneto
Nervo di Pertinace. Un naso stimolante di fiori secchi e
accenti salmastri apre le danze del Cichin di Ada Nada,
mentre al palato chiede solo tempo per equilibrarsi e smussare un tannino
ancora nervoso. Ottimo anche il Rocche Meruzzano di Orlando
Abrigo, dal carattere selvatico e scuro, con note di prugna e liquirizia
evidenti, tannino fitto ma setoso e persistenza notevole. Non mi dispiace
il Cà Vanin di Rivetto dal 1902, dal naso molto classico,
floreale e di piccoli frutti, mentre al palato conferma una buona qualità,
tannino non eccessivo, solo una materia un po' esile ma è molto
piacevole e di lunga persistenza. Non sfigura il Barbaresco annata (proveniente
però da comuni diversi) di Armando Piazzo, un produttore
che nonostante i grandi numeri riesce a proporre sempre vini convincenti
e di grande bevibilità, tanto da aver fatto un bis con il Sorì
Fratin, proveniente dalla frazione di Alba, San Rocco Seno d'Elvio,
ancora più interessante, speziato, di grande freschezza al palato.
Dei tre Barbaresco provenienti dalla stessa frazione merita una segnalazione
anche il Sanadaive di Marco e Vittorio Adriano, un'azienda
che lavora molto bene e sta dando ottimi risultati, profumi di viola,
ciliegia, amarena, bocca intensa con tannino ancora nervoso e un finale
che chiude asciutto, ma è solo un effetto della gioventù
del vino, sono certo che in meno di un anno troverà un ottimo
equilibrio.
Per quanto riguarda i Barbaresco di Neive, sembrano i vini che hanno
maggiormente sofferto, dove ad un'acidità spiccata e a tannini
a volte piuttosto verdi e astringenti non ha fatto da contraltare un
volume e uno spessore sufficienti a restituire quella morbidezza e ampiezza
necessarie. Nonostante questi tratti che rimandano quantomeno a futuri
assaggi, mi ha fatto piacere ritrovare il Campo Quadro di Marina
Marcarino (azienda Punset), in condizioni assai migliori
da quanto avevo rilevato nelle ultimissime annate: ritrovo quella trama
fine e pulita che me lo aveva fatto apprezzare in passato, certamente
non con la profondità di un 2001, ma comunque ben fatto e di
buona eleganza. Lodevole la prova del Serra Boella dei F.lli
Barale, dalla buona consistenza lascia supporre che si sia risparmiato
le piogge di ottobre, molto fine al naso con belle note di frutti di
bosco, pepe, cuoio e liquirizia, il consueto tannino deciso e una nota
sapida finale che non guasta. Bene anche il Froi di Massimo
Rivetti, non generoso al naso ma con una buona forza e dinamicità
al palato. Si fa piacere anche il Canova di Fabrizio Ressia,
meno nitido e incisivo del solito ma con una buona materia e un finale
che riesce ad equilibrarsi molto bene. Il Vigneto 'L Ciaciaret Gallina
di Antichi Poderi dei Gallina si fa apprezzare per il bouquet
improntato su piccoli fiori, ciliegia e fragolina di bosco, una bocca
setosa con buona ricchezza di frutto e un tannino ben calibrato. Merita
una segnalazione anche il Gallina di Oddero, forse il
Barbaresco più baroleggiante, con un carattere deciso, improntato
su note di prugna, liquirizia, cannella, palato deciso, con qualche
amaritudine di troppo ma pur sempre intenso e di lunga persistenza.
Mi aspettavo qualcosa di più dal Barbaresco di Romano Bonino,
caratterizzato da una volatile eccessiva, con note che denotano tratti
eterei e acetici marcati, mentre in bocca recupera mostrando un tessuto
di tutto rispetto, piacevolezza e buona persistenza. Infine segnalo
di Domenico Filippino il Sorì Capelli, che ho preferito al San
Cristoforo, più verde e meno strutturato.
Nelle immagini: i vigneti dell'azienda Rizzi e dell'azienda Cascina delle Rose
19 giugno 2008