Novità campane
al Vinitaly
di Fabio Cimmino
Come
ogni anno eccomi qui a raccontarvi le ultimissime dal padiglione Campania
al Vinitaly. Una nuova struttura completamente rinnovata non senza qualche
strascico polemico. La spesa realizzata (svariati milioni di euro) ha
fatto sobbalzare più di qualcuno dalla sedia mentre alcuni produttori
hanno lamentato la scarsa funzionalità business degli
stand.
Anchio vorrei dire la mia senza, però, scomodare i colori
politici oppure discorsi demagogici che mi sembrano, onestamente, fuori
luogo. Sono dellidea che quei soldi si sarebbero, semplicemente,
potuti spendere, non dico di meno, ma sicuramente meglio, attraverso
una più efficace promozione e privilegiando obbiettivi di medio
lungo-termine. Sono, infatti, daccordo con chi mi ha fatto notare
che la spesa di altre regioni si aggira, più o meno, sulla stessa
cifra. Penso, pertanto, che quei soldi andassero investiti senza esitazione
per il comparto del vino campano e non dirottati altrove come fors qualcuno
avrebbe auspicato. Solo che si sarebbe potuto impiegarli diversamente.
Pagare un architetto famoso ed una spettacolare(?), quanto improbabile,
struttura avveniristica ha, secondo me, dilapidato una somma che avrebbe
potuto finanziare una serie di iniziative di più largo respiro.
Tutto qui. In merito alla poca praticità degli spazi destinati
ai singoli espositori anche in questo caso non si può non essere
daccordo seppur la cosa non mi è sembrata così catastrofica
o determinante ai fini del business
Sicuramente avrei puntato maggiormente sul pubblicizzare la catalanesca,
lintrigante vitigno bianco del Vesuvio, finalmente autorizzato
e promosso da uva da tavola alla produzione di vino. E vero, qualcuno
obietterà (se non mi sbaglio tra questi proprio lo stesso Prof.
Moio che sta portando avanti gli studi sul potenziale di questuva
in vinificazione) che i produttori interessati sono ancora troppo pochi,
i prodotti in purezza idem, e che la qualità degli stessi non
è ancora particolarmente significativa. Sarà pure così
ma, per me, rimane unoccasione persa. Cominciamo proprio da alcuni
di questi produttori che esordivano, in taluni casi, sia alla manifestazione
che con unetichetta di catalanesca in purezza.
Ho
già recensito su questo stesso sito la versione passita delle
Cantine
Olivella insieme agli altri vini prodotti prodotti dalla stessa
cantina sotto la Doc Lacrima Christi. Lazienda agricola Annunziata,
seguita dal bravo Maurizio De Simone, presentava lAureo
2006 dal naso molto peculiare con precursori intriganti di idrocarburi
mentre in bocca, come hanno mostrato quasi tutti i campioni assaggiati,
ottenuti da questo vitigno, non riesce a mantenere le aspettative, non
avendo, diciamo così, la stessa presenza. Le Tenute
Pizzo della Monaca di Terzigno appartengono alla famiglia Casillo
(che per la cronaca sono attivi nello stesso settore della mia famiglia
- quello tessile - ed essendo quasi concorrenti non nascondo mi venga
un po di soggezione a parlarne in questa veste) e possono contare
su 25 ettari di vigneto su ben 125 complessivi per una produzione di
circa 60/70000 bottiglie. La catalanesca in purezza 2005 mostra tratti
ossidativi ed è ancor più estroversa nei profumi rispetto
alla precedente. La bocca conferma un profilo evanescente. Stesso discorso
per il Lacrima Christi bianco 2006 (che già prevedeva un saldo
di questuva in attesa delle autorizzazioni
) dal frutto più
giovane ed integro in cui manca, però, sempre il guizzo al palato.
Il Lacryma Rosso 2005 vede protagonisti un 85% di piedirosso
ed un 15% di aglianico, con una bella frutta rossa matura ed i primi
segnali di unevoluzione positivamente riuscita. Breve ma interessante
parentesi, prima di spostarmi altrove, in un'altra azienda della provincia
napoletana per conoscere la falanghina di Licola. Secondo il
disciplinare dei Campi Flegrei le vigne di DAlterio non rientrano
nella zona doc anche se siamo negli immediati dintorni. La burocrazia
del vino costringe, così, i fratelli Antonio e Gerrardo DAlterio
a proporre la loro falanghina, Furano, come Campania IGT. Cinque
ettari per 25.00 bottiglie. Età media delle vigne: 7 anni. Lapproccio
e limpostazione di questa falanghina è in linea con quella
flegrea. Naso chiuso e poco esuberante, più stretta al palato
con quella caratterizzante nota sapido-marina che ci ricorda la vicinanza
al mare ed i suoli di natura vulcanica. Presentato anche un Greco dalla
discreta riconoscibilità varietale. Uscirà a breve, infine,
una riserva di falanghina affinata in botti di rovere.
La sempre più prolifica provincia di Benevento, questanno,
si presentava con ben quattro nuove realtà. Il Sannio dedica
circa 15.000 ettari alla vite ed offre 1.400.000 quintali duva.
Numeri da capogiro sui quali riflettere. Vigne di Malies è
lazienda agricola della famiglia Foschini che a Guardia
Sanframondi, dai quattro ettari di proprietà produce, attualmente,
circa 12.000 bottiglie. Le vigne hanno mediamente 6-7 anni detà.
I vini offerti in degustazione, tutti Doc e dellannata 2006, prevedono
falanghina, fiano e greco in purezza per i bianchi, un taglio di cabernet
e sangiovese ed un aglianico in purezza per i rossi. Adeo nasce da uve
greco e gli aromi che si percepiscono al naso sono ancora fermentativi,
fruttati senza risultare, però, eccessivi o caricaturali. Discreta
è la corrispondenza varietale al palato caratterizzato da una
buona sapidità, anche in questo caso, piuttosto condizionata
dai ricordi dei lieviti. Stesso discorso per lOpalus, da
uve falanghina, dove si ripropongono aromi fruttati e fermentativi,
di ananas agrumi e di mela verde, che nonostante la maggior intensità
risultano comunque ben veicolati e già equilibrati nel contesto
gustativo dinsieme. Il tutto è supportato al palato da
discreta verve acida e sapidità. I rossi sono ottenuti da due
cru: Vigna Pietra Orlando e Vigna Fragneto. Merus
vede limpiego di sangiovese e cabernet ed è un rosso ricco
di frutto, visciole, ciliegie marasche, con qualche leggera nota di
confettura, tannico e piuttosto crudo al palato dove comunque mostra
doti di buona freschezza. Segue la stessa filosofia di vino-frutto anche
laltro rosso da uve aglianico, Patre, che sarà imbottigliato
a Giugno per uscire a d Ottobre. Il naso non è ancora ben delineato
e la trama tannica fitta ed astringente. Anche in questo rosso cè
qualche sentore crudo e vegetale che tradisce la giovane età
delle vigne.
Torre a Oriente si trova a 20 km da Benevento, a Torrecuso, nello
splendido contesto collinare del massiccio del Taburno. Lazienda
si estende su circa 10 ettari vitati. I vigneti sono tutti iscritti
alle Doc Taburno e Sannio con prevalenza di vitigni aglianico e falanghina.
Letà media delle vigne è 10-12 anni (da quelle più
giovani di 7 a quelle più vecchie di 15). La giovane proprietaria
Patrizia Iannella si è affidata alle mani dellenologo
Mario Ercolino. Sono circa 20.000 le bottiglie prodotte. Gioconda
è un bianco Igt al 70% falanghina ed al 30% malvasia. Al naso
si avverte insistente laromaticità della malvasia ed al
palato un leggerissimo residuo zuccherino. Più interessante la
falanghina in purezza, Taburno Doc, Siriana, caratterizzata da
correttezza e pulizia olfattiva. Gli aromi fruttati sembrano già
essersi liberati dei tipici sentori post fermentativi offrendo una maggiore
riconducibilità varietale. Rosinello è un rosato daglianico
dal naso piuttosto debole e non particolarmente espressivo. Gli aromi
ritornano meglio dal palato, per via retrolfattiva, con curiose e precise
suggestioni di frutta bianca. Janico è un aglianico affinato
in barriques di 2° e, soprattutto, 3° passaggio. Anche in questo
caso il naso è poco espressivo e leggermente smaltato mentre
al palato risulta tannico ed astringente. Sembra aver subito una leggera
rifermentazione oppure si tratta di carbonica residua. Dai 2006 passiamo
allunico 2005 in degustazione: U barone è
laglianico di punta dove risulta più evidente linfluenza
del rovere che in questo caso è di primo passaggio e che si riflette
al palato in un generoso mix di frutta rossa e vaniglia. La titolare
dichiara di essere un ex-conferitrice della Feudi di San Gregorio.
Rimaniamo a Torrecuso per incontrare ancora vini a base aglianico e
falanghina delle Cantine Tora. I vigneti occupano circa 7 ettari
per un totale di 30.000 bottiglie. Letà delle vigne oscilla
dai 10 ai 15 anni. I giovani titolari si sono affidati alla consulenza
dellenolgo Angelo Pizzi. La Falanghina Taburno Doc 2006
propone aromi intensamente fruttati, di frutta gialla esotica e frutta
bianca matura, buona la corrispondenza gusto-olfattiva. Sapido ed abbastanza
lungo nel finale. LAglianico Taburno Doc 2004 subisce un
lievissimo passaggio in barrique e dimostra di avere buona stoffa al
palato. Il naso è elegante e discretamente complesso: frutti
di bosco, viola, rosa, vaniglia, pepe nero e tabacco. La versione Igt
beneventano 2005 sconta qualche leggero problema di diluizione intuibile
già dal naso più flebile. E, però, sincero
specchio dellannata. Cè anche una terza versione,
Sannio Doc 2005, dal naso quasi muto ma non vuoto, delicatamente
floreale, e che sembra avere un passo decisamente più apprezzabile.
In questo caso il 60-70% delluva proviene da un vigneto di 22
anni detà, a raggiera, su suolo prevalentemente cretoso.
E sempre in quel di Torrecuso troviamo lultima delle new entry
beneventane. LAzienda Agricola Ariano Agnese che, con 7
ettari ed una produzione di circa 35.000 bottiglie, mi ha destato, così
come le Cantine Tora, unimpressione molto positiva. Un altro enologo,
più giovane ma altrettanto capace, Lorenzo Nifo segue i vini
di questa azienda etichettati da Giovanni Cocchiaro come La
Dormiente. Le vigne vanno dai 7-8 anni detà ai
15 anni per laglianico. La Falanghina Doc Taburno 2006
rifugge lostentazione del frutto e predilige sfumature floreali.
Al palato mostra buona corrispondenza gusto-olfattiva e varietale. Naso
leggermente problematico e difficile da decifrare, invece, nel caso
dellIgt sempre da uve falanghina. Con il rosato daglianico
2006 ritorna a mostrare buona personalità ed anche se non è
particolarmente intenso offre una generosa dose di frutta, anche in
questo caso bianca e fermentativa. I due Aglianico sono, rispettivamente,
etichettati come Igt 2005 e Taburno Doc 2004. Nel primo caso è
da apprezzare la discreta sincerità espressiva del naso con frutti
rossi in evidenza mentre al palato risulta tannico, abbastanza aggressivo
ed asciugante, leggermente diluito nel finale. La versione Doc è
decisamente più interessante al naso dove mostra note più
terziarie e minerali. Al palato pecca forse di un eccessiva magrezza
: è sempre piuttosto presente il tannino che combinandosi con
lacidità ne accorcia invece di allungare il finale.
Dalla provincia di Benevento ci spostiamo in quella di Avellino più
precisamente a Manocalzati dove degustiamo i vini di Historia Antiqua
che, con 15 ettari di vigna e più di 50.000 bottiglie, si è
trasformata da conferitore di uve a produttore con una propria etichetta
e la consulenza dellenologo Ottavio Santucci. La Coda di
Volpe 2006 offre una ricchezza aromatica ed una certa voluminosità
che non sembrano trovare nel finale di bocca la giusta dose di sapidità.
La Falanghina Beneventana Igt 2006 è rustica e ruspante
nellapproccio olfattivo mentre sembra aver perso il piglio acido
che dovrebbe contraddistinguerla al palato. Il Fiano di Avellino
Docg 2006 è di stampo tradizionale anche se non particolarmente
intenso ma di buona corrispondenza varietale confermata anche al palato
che sconta un po di diluizione. Il Greco di Tufo ha una naso meno
profumato, più difficile da afferrare, che può apparire
debole ma che sarebbe, forse, più giusto definire delicato.
Lacidità è più spiccata al palato anche se
continua a mancare visibilmente un valido supporto sapido. LAglianico
Doc 2005 è il primo vino ad ispirare più consistenti
vibrazioni positive grazie alla frutta rossa matura, anche in confettura,
al naso ed un finale succoso, dolce, di liquirizia al palato. Sopperisce
così a qualche limite espressivo con una sincerità dimpostazione
nellinterpretare unannata più difficile. Il Taurasi
è affinato in barrique nuove di 1° passaggio compromettendo
lattacco iniziale con folate di vaniglia che tendono a sovrastare
una materia prima apparentemente interessante, come riscontrabile a
bicchiere vuoto. Al palato si confermano i toni dolci del rovere , un
po ruffiani e banalizzanti con un tannino piuttosto asciugante.
Da aspettare.
A Sturno conosciamo lazienda Terre Irpine che acquista
le uve bianche a Lapio per il suo Fiano di Avellino e a Chianche quelle
per il Greco di Tufo mentre divide le uve rosse ottenute da circa un
ettaro e mezzo di proprietà tra due etichette e 15.000 bottiglie
di Aglianico. Lenologo Fortunato Sebastiano si occupa delle
operazioni di cantina. Il Greco di Tufo mostra qualche segno di cedimento
e di incertezza al naso penalizzato dalla temperatura di servizio. Il
Fiano, sfruttando la miglior definizione interpretativa di cui gode
il vitigno, ha naso più cangiante ed originale, delicato quasi
elegante nei modi e con una migliore tenuta al palato. LAglianico
2004 mostra un frutto non sempre integro, come se di bacca rossa
schiacciata, di cui viene inevitabile conferma anche al palato. Il Primo
della Corte è la versione barricata dove risulta
sensibile la presenza del legno fin dalle prime nasate. Anche al palato
sembra sensibilmente condizionato ed eccessivamente ammorbidito
dai toni del rovere.
La Cantina Colline del Sole a Torrioni ci regala finalmente un
Greco di Tufo degno di tale nome e ci fa venir voglia di ribattezzare
il vino riferendoci al territorio dorigine come al Greco
di Torrioni. Andiamo con ordine. Cinque ettari di vigna per un
totale di circa 45.000 bottiglie, uno dei titolari Iommazzo Roberto
in cabina di regia in cantina. Nella Falanghina Beneventana Igt 2006
il frutto è fermentativo ed il profilo ancora tutto primario
. Il Greco Igt 2005 pur non completamente privo di una sua personalità
lascia però qualche dubbio. Il Fiano di Avellino 2006
ottenuto con criomacerazione per spingere sullaromaticità
pure lascia qualche perplessità. Il Greco di Tufo 2006,
invece, pur scontando sempre una certa gioventù al naso riesce
a farsi apprezzare per la freschezza e la mineralità del palato.
LAglianico Irpinia Igt 2005 offre un naso di frutta rossa
matura e morbidezza alcolica al palato dove pure risulta leggermente
rustico e segnato da un leggero residuo di carbonica. Meglio il Taurasi
2002 che pur non particolarmente più espressivo offre un
profilo dai contorni più precisi ed austeri. Fa barrique per
un anno e mezzo, al palato il tannino è asciugante ed aggressivo.
Da Avellino a Salerno non corrono poi tanti chilometri.
A Sarno la Casa Vinicola Mareschi trasforma le uve di alcune
importanti denominazioni regionali in circa 75.000 bottiglie. Non tutte
le aziende che trasformano uve acquistate e che non dispongono di vigne
di proprietà sono da mettere al bando. Soprattutto quando si
affidano a persone competenti ed appassionate in questa non facile attività.
Così ha fatto Mareschi con lenologo Giovanni di Giovanniantonio.
Bisogna, comunque, affiancare i contadini, fin dallinizio, nella
gestione del vigneto per poter ottenere una materia prima di qualità
affidabile. E necessario, poi, organizzare con cura le operazioni
di vendemmia e di trasporto in cantina per salvaguardare gli sforzi
nel vigneto. Ultimo, molto importante, uscire con dei prezzi sensibilmente
inferiori ai piccoli artigiani ed altre realtà che possono vantare
una tradizione familiare, la conduzione in proprio del vigneto e la
vinificazione sul posto. Questultimo obiettivo, ripeto non trascurabile,
è stato perseguito con grande insistenza dai giovani proprietari
di questazienda che puntano, soprattutto, su un listino abbordabile
per la diffusione dei loro prodotti. Coda di Volpe 2006 completamente
muta al naso ma sorprendentemente espansiva in bocca. Il Lacrima
Christi Bianco 2006 è abbastanza tipico con la sua nota di
biancospino e la marcata sapidità anche se non eccelle in personalità.
LAglianico Beneventano Igt 2006 contempla un 20% di sangiovese
e mostra di avere una buona complessità nonostante ancora giovanissimo.
LAglianico Pompeiano 2006 è più aperto e
profumato si affida più al tannino che allacidità
per poter sostenere la tensione della beva.
Rimaniamo nellareale vesuviano per i vini dellazienda Donna
Grazia, di Trecase dove Francesca Saviano moglie di uno dei
Saviano dellomonima storica casa vinicola ha presentato i suoi
primi vini prodotti con lenologo Antonio Pesce. I vini
risultano ancora work in progress , semplici e no
frills(senza fronzoli) lasciando intravedere notevoli margini
di miglioramento. Interessante il Lacrima Christi rosato, da
piedirosso ed aglianico, dalla beve spensierata e disincantata. Il Lacrima
bianco, da uve falanghina e caprettone, ed il Lacrima Rosso sempre da
aglianico e piedirosso mostrano, invece, ancora qualche esitazione di
troppo. Erano presenti, per la cronaca, anche altre nuove aziende di
trasformazione di cui dopo aver assaggiato i vini preferisco temporaneamente
sospendere il giudizio in attesa di ulteriori e più felici riassaggi.
Infine citazione dobbligo per una conferma da parte di un produttore
esordiente, Regina Viarum, che avevo assaggiato casualmente,
per al prima volta, allultimo wine festival di Merano. Si tratta
di un piccolissimo produttore che, a regime, dovrebbe produrre circa
6000 bottiglie. Il primitivo del Massico, Barone 2003, nasce
da una vigna piuttosto vecchia di ben 40 anni d'età e ciò
spiegherebbe la forte carica di mineralità facilmente rintracciabile
nel dna gustativo del vino, un tratto distintivo che mi ha da subito
molto affascinato. Al di là dell'apprezzabile profilo organolettico
mi ha colpito anche la matrice stessa del vino che vede l'impiego in
purezza di uve primitivo quando nella zona la scelta delle aziende esordienti
sembra quasi sempre privilegiare l'aglianico. Un rosso dal naso ricco,
ampio ed allo stesso tempo austero e tradizionale, profondo senza troppe
concessioni a ruffanismi e modernità. Quando ho appreso che il
vino viene affinato in barriques nuove stentavo quasi a crederci per
come egregiamente il vino dimostra di aver assorbito e digerito il rovere.
Al palato si conferma una mineralità nitida che mi aveva fatto
pensare fin dall'inizio sulla provenienza da vigne vecchie. L'azienda
nonostante le piccolissime dimensioni dispone anche di un vigneto secolare
che viene vinificato separatamente a partire dal 2004 e che, visti i
parametri straordinari, di alcol e zuccheri, raggiunti in quest'ultima
vendemmia è stato destinato alla realizzazione di un rosso dolce.
Campania Felix a tutti!
L'immagine dello stand (progettato da Gae Aulenti) è tratta da
www.vinitalycampania.com
12 aprile 2007