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I vini della Fattoria Prattico

La tenuta Sottomonte di Buttrio del Conte d’Attimis-Maniago

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La tenuta Sottomonte di Buttrio del Conte d’Attimis-Maniago
di Mario Crosta

Alle porte di Udine, che s’intravvede a una dozzina di chilometri, sul primo colle che sovrasta la strada per Manzano, a Buttrio, c’è un vigneto pittoresco e molto ordinato che profuma di fiori e di frutta, ma soprattutto di Storia. È il vigneto del Conte d’Attimis-Maniago, che comincia da un anfiteatro intorno alla cantina, risale e scavalca a settentrione la collina, ma si distende anche nel ridente pianoro a meridione. Oggi sono in tutto circa 112 ettari di filari magistralmente posati seguendo le curve di livello (per resistere meglio agli sfaldamenti di terreno che la pioggia potrebbe provocare) su gradoni e terrazze che ne contengono soltanto due o tre. Su in cima, vicino al castello, sotto un cipresso c’è una panchina e lo sguardo può ammirare le vigne, ma anche le ampie zone boscose che le rinfrescano, per spaziare sulla pianura fino al mare, che in alcune giornate si vede perfino scintillare e che ritirandosi in epoca preistorica ha lasciato qui dei suoli di marna, argilla e sabbia. Con il mare di fronte e Le Alpi Giulie alle spalle, il clima gode di un’ottima ventilazione ma è ben riparato dalle fredde correnti del nord.

Si vede subito la maestria, queste vigne si distinguono a prima vista da tutte le altre del territorio circostante. Rese ottimizzate da 3.000 fino a 4.000 ceppi per ettaro, che qui sono tanti, pali di buon legno per sostenere gli impianti, dovunque filo e tiranti di acciaio inossidabile, sistemi di allevamento e potatura diversificati a seconda del vitigno, dal guyot al doppio capovolto (detto cappuccina) fino al sylvoz, con qualche antico filare rimasto ancora da rimodernare e piantumato col sistema Casarsa. Un ordine davvero perfetto ed un’applicazione modello di tutte le novità tecniche a sostegno delle viti, dei tralci e dei grappoli, cosa che s’incontra raramente, ma che indica una riuscita suddivisione ed integrazione di compiti tra l’agronomo e l’enologo, due figure che qui sono separate.

Il responsabile della produzione Francesco Spitaleri, ottima scuola di Conegliano (di viticoltura e di enologia, come ci tiene a sottolineare) dove la mattina si faceva lezione ed il pomeriggio si andava o in cantina o in campagna a muovere intelligentemente le mani, si lascia andare un po’ alle confidenze. Secondo quest’uomo di grande competenza ed esperienza, al giorno d’oggi il lavoro da fare per produrre un vino di qualità elevata è così impegnativo che una persona da sola non ce la farebbe a seguire sia i vigneti che le cantine. Il conte Alberto sorride, ma annuisce, visti i risultati che vengono sì dal rispetto di questo maestro verso la tradizione vitivinicola friulana, ma anche da continui studi, aggiornamenti, esperimenti e (last but not least) sacrifici, a stretto contatto proprio con il suo famoso Istituto, a conferma che qui si fa sul serio, e sul campo, l’Università del vino, come mostrano i cartelli posti all’inizio dei filari di cloni sperimentali.

Pensavo che il profumo della Storia fosse anche un po’ polveroso, con un accenno di muffe qua e là, antichi retaggi e qualche riverenza di troppo alla conservazione ed all’antiquariato, cose che troppo spesso vengono mostrate ai visitatori da quelle aziende che non tolgono le ragnatele dai propri ereditati allori, invece qui è una brezza innovativa. L’accoglienza delle uve nella Tenuta Sottomonte, che di mattina presto avevo visto iniziare a raccogliere a partire dai filari più alti e prima delle 10 erano già arrivate con trattore e carrello alla pesa di accettazione, nonché tutto il percorso dei frutti, dei mosti e dei vini avvengono fin dall’inizio con un’igiene molto accurata. Mio figlio, sette anni, poteva intrufolarsi e toccare dappertutto, sotto lo sguardo attento della madre, che è medico in ospedale, e mai si è sporcato, come nemmeno ha starnutito, a conferma di un ambiente salubre al massimo anche per le persone. Questa igiene moderna in un ambiente in parte medioevale mi ha davvero impressionato, perchè non è per niente facile ottimizzare i processi produttivi sotto i vincoli delle Belle Arti o dei Beni Culturali. Non dimentichiamo che la cantina e parte dello stabile costruitoci sopra risalgono almeno a 500 anni fa.

La Storia comincia nel 1140, quando dieci colonie di Buttrio vennero date in dote ai Benedettini perchè potessero trarci vino ed olio, e fino a qualche anno fa la tenuta contava ancora dieci colonie. Il centro aziendale era già abitato nel ‘300. Nel ‘500 la chiesetta che fa parte integrante adesso dell’edificio padronale, dove abita il conte Alberto con sua moglie Paola, la mamma Laurette ed i figli Fabio e Guido, stava 50 metri più su e siccome stava crollando per gli smottamenti di terreno, venne ricostruita a pochi passi dalla cantina, di cui si hanno notizie di un restauro fatto a metà del ‘500, quindi il vino vi maturava certamente già da molto prima. È nel 1585 che, in seguito a un matrimonio, alla famiglia dei conti d’Attimis-Maniago viene assegnata in eredità quest’azienda di Buttrio, che ha assunto l’aspetto attuale nel ‘700, come riportano i documenti di restauro della chiesetta, in data 1765, dove già si parla di pizolit, cioè del vino Picolit, che vi si produceva per il Senato della Serenissima.

Eh... sì, ero venuto qui proprio per vedere le piante di questo autentico gioiello friulano che è in attesa della DOCG. Di fianco alla casa, per tenerla meglio d’occhio dato l’alto valore delle sue uve, sta la vigna dove nasce questo vino. Il ceppo più antico è stato reperito su un poggio un po’ più lontano, peccato che mi si è bruciato il rullino e non posso farvelo vedere in fotografia.
Ma la vigna, da buoni friulani, ce l’avevano a portata di schioppo e dei cani da guardia, proprio come gli alberi da frutta che ho visto ben curati intorno al cortile, tra cui un rarissimo pero di „pirùzz”. Questa è una varietà che risale nei secoli ed è praticamente quasi scomparsa, pur essendo molto gustosa, come mi dice Gianfranco Gambaro, l’export manager, che a quelle perine fa il filo da un pezzo. Si dica quello che si vuole, ma gli aromi dei fiori e dei frutti che circondano una vigna qualche cosa lasciano nel vino che ne esce, secondo me.

Non vogliatemene se ero troppo emozionato nel vedere e toccare quei grappoli di picolit, alcuni con qualche acino soltanto accanto ai piccioli vuoti di tutti gli altri che non sono mai nati, perchè questa pianta soffre appunto di aborto floreale, una strage che avviene ogni anno. Da qui si ricavano poche centinaia di bottiglie al massimo, un record è stato nel 1995, con 650 bottiglie, ma da mezzo litro! Nel 2002 tra tutte le vigne di picolit, cioè da 1,16 ettari, se ne sono ricavate 990.

Ma tornando alla Storia, proprio a pochi metri dalla vigna di picolit, sono alcuni alberi secolari a ricordarmela, con i fori dei proiettili ben in vista, sin dalla seconda guerra mondiale che di qui è passata furiosa come la prima, lasciando il segno ancora adesso. E proseguendo nella visita il conte Alberto, che è innamorato della sua casa, ci gioca fin da bambino e ne conosce ogni angolo, ci porta in un solaio, sopra la piccola barricaia, usato per l’appassimento delle uve per i vini Picolit e Verduzzo. Sotto il tetto, con le tradizionali finestre da aprire quando il tempo è secco e da chiudere quando è umido, due ampi locali. In uno dei due noto un condizionatore industriale per la ventilazione. Alberto sorride, ma ci capiamo subito: la voglia di modernità e di computerizzazione gliel’ha fatto costruire, ma si è rivelato un impianto inutile, non funziona, non lo fanno andare più perchè con anni di esperimenti si è poi appurato che il vecchio sistema, quello di salire e scendere le scale per spalancare o serrare molte finestre a mano con santa pazienza, funzionava molto meglio e continua ad essere applicato.

La voglia di modernizzare ha ugualmente soltanto sfiorato le vasche di cemento vetrificato dove i vini si assemblano ed affinano prima dell’imbottigliamento, infatti il 99% dei vini passa di qui. Ma dappertutto ci sono le sonde di un computer per il controllo e la regolazione delle temperature e delle pressioni. C’è da dire che tutto ciò che non soddisfa, tutti i vini che non riescono perfettamente, l’azienda non li imbottiglia. Poiché la Tenuta Sottomonte è un’Azienda Agricola, può destinare parte della produzione ad essere venduta sfusa, quindi in damigiane oppure in fusti di alluminio per impianti alla spina. Ed è qui che finiscono tutti i vini che vanno benissimo sulla tavola ed hanno una clientela anche affezionata al Bianco ed al Rosso, roba buona (beninteso) ma non ritenuta degna della DOC. La denominazione Colli Orientali del Friuli è riservata infatti ai bianchi Tocai Friulano, Ribolla Gialla, Sauvignon, Malvasia, Pinot Grigio, Pinot Bianco, Picolit, Verduzzo Friulano Tore delle Signore, Ronco Broilo bianco (da uve pinot bianco e chardonnay coltivate qui sin dall’800) ed ai rossi Refosco dal peduncolo rosso, Schioppettino, Tazzelenghe, Cabernet, Merlot, Pinot Nero, Vignaricco (da merlot, cabernet sauvignon e schioppettino). Si fa anche un Novello Igt ed uno Spumante brut metodo Charmat. Oltre 400.000 bottiglie in tutto.

Questi signori vini vengono imbottigliati sotto vuoto con azoto insufflato ed affinati da 4 settimane ad un anno sottoterra, nella cantina di mattoni a volta rifatta a metà del ‘500 e solo all’atto dell’ordinazione vengono etichettate e incartonate. Cartoni orizzontali per i vini migliori, verticali per tutti gli altri. Da Neris si fanno fare la grappa con una parte delle vinacce, mentre le altre vanno a Nonino, del resto quest’azienda è a soli 6 km da qui. In un ampio locale tra questa cantina e quella delle grandi botti di rovere, fra i mobili antichi e le pavimentazioni originali ottimamente mantenute, mio figlio trova dei giocattoli lasciati dai figli di Alberto. Buon segno; se fin da piccoli possono giocare fra le bottiglie e le botti, quando diventeranno adulti saranno già a metà strada per essere buoni vitivinicoltori. Ma l’impronta della gioventù (ecco quello che ancora mi stupisce di quest’azienda, che ha un passato profondo e ben mantenuto eppure vive una giovinezza come pochissime altre) la si vede anche nei vigneti che visitiamo per le ultime curiosità. Ragazze e ragazzi che piantano paletti con delle bande biancorosse per segnare fra i filari il percorso di una gara di ciclocross, per esempio, proprio vicino ad un’antica corte del ‘600, una casa colonica con la sua intera area gelosamente conservata, protetta e nascosta. Oppure il grande caseggiato in ristrutturazione per ricavarne camere per gli ospiti, che diventerà una struttura agrituristica, un albergo insomma, vicinissimo alla sede degli uffici. Ed anche un’innovazione nel vino: da tutte le uve autoctone rosse (come schioppettino, tazzelenghe, pignolo ed altre, ricercate dappertutto e piantumate qui come varietà rare) nascerà presto un nuovo vino che qualificherà l’azienda ed il lavoro di ricerca dell’Istituto di Conegliano che vi ha selezionato dei cloni. Ma siamo già al futuro...


Visita dell’8 settembre 2004
Foto tratte dal sito www.colliorientali.com:
Il vigneto del Conte d’Attimis-Maniago;
vigneti della Tenuta Sottomonte;
vigneti di Buttrio;
grappoli di picolit

25 settembre 2004

   

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