Appunto
(d)al Vinitaly

di Fernando Pardini
Il mio Friuli, prima parte
 
 
Le cronache
dal Vinitaly

Valtellina:
robusti valligiani


I nuovi bianchi del Castello del Terriccio

Il mio Friuli:
prima e seconda parte


Il percorso

Il percorso di oggi si snoda, virtualmente sia chiaro (ma è come se io fossi lì), tra i vigneti ed i vini del Collio Goriziano, piccolo e raccolto avamposto collinare italiano che in linea immaginaria procede da ovest verso est, piccolo ma grande nella memoria sognatrice del degustatore, patria - più di altre - di autentiche autenticità, come il carattere di confine che si porta appresso. Sul cammino incontriamo tre cantine - altre ne verranno - diverse per localizzazione e per stile, sulle quali ci è piaciuto soffermarci per ascoltare, annusare, imparare una volta di più la variegata proposta vinicola friulana, qui offerta nella sua veste più nuova: presente e futuro.



Ascevi LuWa

Mariano Pìntar è simpatico, confidenziale, discreto; ascolta attento e ribatte con gentilezza, senza irruenza. Netta l'idea che si trovi più a suo agio in campo o in cantina che non sotto i riflettori della ribalta, magari quelli di una kermesse internazionale. Succede, agli uomini di vigna. Dei suoi vigneti infatti è re e trova spalla amica nella figlia Luana, la cui Lu è stata presa in prestito per la composizione del nome aziendale: Wa sta invece per Walter, l'altro figlio. Ascevi, infine, è nome di vigna. Trentacinque gli ettari di proprietà, tutti in zona DOC Collio, dove sono le uve bianche a farla da padrone, e noi sui vini da esse ricavati poniamo l'attenzione. Mi vengono presentati su due linee (che corrispondono a vigneti diversi): Ascevi e Luwa, e qui di seguito ve ne d˜ commento ed impressione. Come sempre, e purtroppo (che volete, il tempo è tiranno!), limitate saranno le degustazioni, che mi hanno reso, almeno in questo caso, il quadro assai chiaro. Intanto mi par di percepire grande attenzione in campo, per esempio acchè sia perfetta la maturazione delle uve, poi apprendo di pigiature soffici , lunghe macerazioni, uso esclusivo dell'acciaio, nel caso dei bianchi, per tutte le fasi della vinificazione.

Il Collio Pinot Grigio Ascevi 2000 è giallo paglierino chiaro screziato da venature verdoline, limpidissimo e pure consistente, assai. Molto presente l'impianto olfattivo, fresco, tendenzialmente minerale, intriso di note vegetali "verdi" e balsamiche. Riesce ad esprimere, senza sbalordire, finezza ed aitanza. In bocca il vino ha nerbo acido ed è sapido, ma non difetta di sostanza dolce né di sviluppo potente. Chiaro appare il quadro, non molto complesso ma vivido, tipico e abbastanza lungo: grandemente sul frutto direi, il che lo rende perlomeno piacevole.

Il Tocai Friulano Ascevi 2000 è giallo scarico e assai denso. I profumi si dipanano con buona intensità e mostrano progressione limitata ma interessante, soprattutto ben sfumata, su toni di frutta a polpa bianca e minerale. Buon frutto e ancora tipicità si ritrovano al palato dove, nonostante qualche appannamento a centro bocca, il nostro mostra doti di apprezzabile eleganza accanto ad una sapidità tutta giovanile.

Due impressioni due infine per altrettanti sauvignon: il Collio Sauvignon Luwa 2000 è giallo chiaro e abbastanza denso. I profumi sono tipici, precisi ed intensi nei toni vegetali che al vitigno attengono, e richiamano sambuco, foglia di pomodoro, peperone, con eleganti risvolti minerali e floreali a contorno che ne accentuano la finezza e rendono il quadro meno ingessato del solito. In bocca si mostra di buon peso, ha corpo, è coerente e progredisce senza cedimenti verso un finale non incredibile che suggella una prova precisa e dal buon portamento. Senza miracoli.

Il Collio Sauvignon Selezione Ascevi Ronco dei Sassi 2000 è anch'esso assai scarico nel colore. Molto più fine e sfumato invece ci appare nel quadro aromatico che se ne trae, giocato su preziosi ricami minerali, vegetali e floreali, che ammiccano a foglia di pomodoro, timo, salvia sclarea, finanche al biancospino. La bocca è sapida, di buona rispondenza gusto-olfattiva, fresca, persistente, con finale convincente e sincero. Grande struttura e peso per un vino che chiude l'incontro con Pintar e famiglia - sempre troppo breve - e suggella una prova di squadra confortante con picco sicuro nel Ronco dei Sassi, che ammicca a spirito di terra e del quale sentiremo riparlare - o almeno - noi lo faremo.


Castello di Spessa

Stile molto diverso incontri - te ne accorgi da subito - nei vini di Castello di Spessa, dove l'input strategico pare indicare nella ostentata struttura, nella ricerca di complessità aromatiche e gustative, nella concentrazione e nella potenza l'obiettivo per il riconoscimento e la peculiarità. Te ne accorgi anche dagli intenti espressi e perseguiti: selezione accurata in vigna, piccola resa per ceppo, criomacerazioni, contatti prolungati sulle fecce e, perché no, elevazione in carati. Più che altro ne hai un'idea compiuta assaggiando i vini, che nella mia passeggiata virtuale tra parchi e vigne di quest'angolo sognante del Collio, ho limitato a tre. Tanto per capirci qui sono presenti vini del 1999 e non del 2000 e questo la dice lunga su metodo e maniera.

Il Collio Tocai Friulano Castello di Spessa 1999 è giallo paglia netto, abbastanza acceso, limpidissimo e di consistente visuale. Non troppo focalizzati né nitidi ci appaiono i profumi, sostanzialmente fruttati e minerali su base intensa e di media progressione. In bocca ostenta grande struttura e densità, bella pienezza gustativa, morbidezza e lodevole progressione aromatica, che lo conducono ad un finale di mandorla.

Il Collio Sauvignon Cru Castello di Spessa 1999 è di un giallo paglia carico e denso e riesce, sotto l'evidente concentrazione alcoolica, a sprigionare profumi che oltre all'intensità sanno offrire spunti eleganti. Sicuramente caldo l'approccio olfattivo, pungente nella sua etereità, ampio e variegato, seppur lontano dalla aerea veste aromatica dei sauvignon più usuali. Certo frutto di un blend clonale ricercato a priori: 40 cloni in unico vigneto, raccolti con rese di circa 1Kg a pianta, criomacerati, stazionati sulle fecce nobili molto a lungo e commercializzati sotto forma vinosa dopo un anno dalla vendemmia. In bocca ostenta struttura e peso superiori, offrendo grande avvolgenza, concentrazione fruttata, calore e morbidezza per un finale molto lungo che chiude una prova quanto meno riconoscibile e peculiare. Diversa.

Concludo con un altro dei cru aziendali: il Collio Pinot Bianco di Santarosa 1999, che fermenta poi affina nel rovere, per un anno intero. Il giallo è carico, denso, e illumina; i profumi, intensi, riescono ad essere assai bilanciati tra frutto e rovere quindi appetibili e fini: con riconoscimenti di frutta a polpa gialla e fiori di campo, speziatura di vaniglia e burro. In bocca il vino è caldo e morbido, di peso apprezzabile, per˜ è meno piacevole del previsto per via di frequenti rimandi tostati e vanigliati, oltremodo fumé, che ledono a parer mio all'aspetto, da sempre aggraziato e gentile, del pinot bianco. Mi appare grande la sostanza, interessante lo sforzo, ma omologante il risultato.


La Boatina

Restiamo in casa, se così si pu˜ dire, per assaggiare i vini de La Boatina. Non solo perché siamo ancora nel Collio ma soprattutto perché la proprietà e la conduzione enologica sono le stesse del Castello di Spessa. Certamente diversa la zona o meglio la sottozona: La Boatina, come sottozona, è antica ma ci appare rivalutata sotto molti aspetti dalle cure ultime della proprietà Pali. Qui, rispetto alle altre due cantine percorse oggi, troviamo (finalmente?) un esempio di blend in bianco, ma non di quei blend anonimi senza capo né coda che a volte si incontrano, bensì quei blend che possono fare piccola storia. Ma andiamo per ordine, che nello stand si è serviti e riveriti da un sommelier dell'AIS, gentile e premuroso.

Il Collio Pinot Bianco La Boatina 1999 è giallo netto, di buona luminosità e trasparenza, di apprezzabile densità. I profumi sono intensi, non troppo nitidi, e giocano su una prevalente base fruttata che richiama il melone e la mela cotta su fondo leggermente floreale e burroso. In bocca è sapido e fresco, nervoso e scattante, di medio peso, leggermente ammandorlato nel finale.

Il Collio Sauvignon La Boatina 1999 è giallo paglierino lucido e assai denso. I profumi, non troppo aromatici, sono delicati e fragranti, soprattutto ben sfumati nei toni vegetali e floreali, ma il meglio di sé mi pare lo dia al palato grazie alla progressione, all'avvolgenza, alla sostanziale rotondità, alla succosità e alla vividezza del contrasto acido. Bilanciato e preciso, senza dubbio accattivante.

Il Collio Bianco Perté 1999 - eccoci ordunque al blend - unisce pinot bianco, sauvignon e tocai in grande misura, uve che sono state raccolte manualmente entro la prima settimana di ottobre, quindi in ritardo. Macerazione a freddo, pressatura soffice e decantazione statica, controllo termico della fermentazione per l'80% della massa, il rimanente 20% procedendo in barrique per 9 mesi, affinamento ulteriore di 4 mesi in bottiglia, sono altri particolari. Qui mi si presenta giallo verdolino con riflessi oro, allettante e lucido, pure denso.

Ammettiamo ed annotiamo problemi di olfazione legati a cause esterne (i bicchieri, ripetutamente, ahinoi) che ledono alla generale sensazione di complessità aromatica che traspare all'approccio. Al palato per˜ percepiamo bene come esso si offra caratteriale e strutturato, con aromi di bocca compositi, viranti dalla frutta secca al caramello, peculiari ed avvolgenti. Grande potenza e buon passo ne contraddistinguono lo sviluppo, per un vino diverso e da tener d'occhio, che potrebbe essere pure da meditazione, e che ci dispiace non poterlo focalizzare nella sua interezza a causa di quei problemini olfattivi di cui dicevamo. Dovevamo comunque citarlo, in attesa di un doveroso esame supplementare. Possiamo già affermare per˜ che ne sentiremo riparlare. Eccome.

Una divagazione molto qualificante, che esce dall'alveo dei bianchi secchi ma che trova pur'essa origine e fondamento nei due nobili vitigni - bianchi - che la compongono è il Pèrle 1999, da uve picolit e verduzzo raccolte ad ottobre inoltrato ed appassite per alcuni mesi sui graticci. Una volta pressato, il mosto finisce, travasato, nei cigarillos nuovi di Allier da 117 litri dove si fa la prima fermentazione e pure la seconda, poi finisce in botte per un tempo variabile, comunque attorno ad un anno, per concludere l'affinamento - e sono diversi mesi - in bottiglia. Oggi lo trovi giallo dorato vivido e denso con gamma aromatica ben espressa, intensa, ampia, di discreta finezza, dove vi riconosci la frutta secca, la confettura dolce di albicocca, il legno di rosa ed il miele d'acacia in melange composito e già bilanciato. In bocca è dolce e mai smaccato, piacevole, morbido ed elegante nel passo. Ritornano sensazioni di frutta secca e di soave caramello, per un finale a tratti vellutato, che porta ad altra beva. Magari con un buon formaggio erborinato - come abbiamo fatto, compiaciuti e felici - noi quel giorno. Ma il viaggio friulano deve continuare quindi... A presto

 

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