La provincia che
va. Locanda Giustiniani a Fauglia
di Fernando Pardini
Ci
sono posti a cui manca un niente per diventare magici. Te ne accorgi
da subito. Sono sensazioni, colpi d'occhio, barlumi, che si insinuano
e rodono. Sai già che li ricorderai con affetto, con una bramosia
del ritorno che salirà tanto più chiara sarà la
lontananza. Per i posti che vi racconto oggi ad esempio già il
contorno gioca, e bene, le sue carte. Una campagna incantata e assorta,
di piccoli borghi e tempo lento, un sali scendi inframezzato da boschi,
vigneti e oliveti, una ripetuta tendenza di dimore signorili sulla via,
un sostanziale silenzio di natura. Il tutto espresso con la coerenza
compatta di una campagna che sogna di non essere soltanto acquarello
o cartolina, bensì anche vita e pensieri. Ci troviamo in Toscana,
nel Chianti pisano, un Chianti tutto da scoprire. Profonda e vasta la
sua terra, spesso molto bella eppure al di fuori del main stream di
tendenza. Meglio così. Minori le interferenze, migliore la trasparenza
e la verità. Ecco, è a proposito di verità, ed
oltre il contorno, che tra le "cose" da scoprire va annoverata
la Locanda Giustiniani. E' un garbato ristorante in vena di intuizioni
gourmandes e con un prevedibile futuro "sulle spalle"
questo, accasatosi con discrezione e buon gusto nella magione solida,
squadrata e seicentesca -blasone mediceo- che incontri appartata dopo
sterrate di vigne e campi a due passi da Fauglia: Tenuta Giustiniani.
Intorno alla locanda un resort anche ambizioso ma nel quale il ruolo
del ristorante è fermamente indipendente e non secondario nel
pensiero dei proprietari. E' stato così che in una giornata ottobratica
tempestosa e inquieta, con molto grigio e pioggia attorno (pioggia grigia
anch'essa), quel posto ci ha accolto cullandoci, facendoci sentire a
casa, al riparo, lui così soffusamente luminoso, pulito, riservato.
Mi si è rivelato in una sala da pranzo spaziosa, fiera del suo
camino e della sua architettura primaria dai rimandi rinascimentali,
delle sue pareti a tinta chiara e del suo soffitto. La vetrata apre
alla campagna più verde che c'é. Più in là,
una piccola sala d'intima e privata suggestione, sorvegliata dalle bottiglie
disposte attorno. Tavoli ben distanziati, colori candidi, suppellettili
di onorabile decoro. La cucina, in mano ad un valente cuoco di origini
calabresi ma da tempo trapiantato in Toscana, Roberto Di Franco,
è chiaramente improntata sul tocco lieve (ma sicuro) per una
panoramica meditata e gustosa sostanzialmente terragna, che prende le
materie prime della zona (uova, verdure, carni bianche e rosse e loro
derivati, tartufo, anatre, piccioni ed agnelli) e le coniuga secondo
ricette ispirate, non complesse ma arrangiate con sapienza assolutamente
non banale, tesa a non sminuire mai l'impronta dei singoli ingredienti
della composizione - quasi un suggerimento a provarne la qualità,
tastarne gli umori e le consistenze. Ciò che ne ottieni è
una idea di cucina in dinamico sommovimento, equilibrata, saporita,
sincera. L'ambiente elegante e distensivo, il servizio cortese saldamente
in mano alla maitre-sommelier Nicoletta Lombardi, l'efficace
ricerca estetica della presentazione, la mano spesso ispirata di certe
preparazioni, lasciano di umore leggero, predisposti al dialogo, e con
la voglia di tornare.
Nei
ricordi miei ho una fonduta di taleggio, uovo in camicia e tartufo
scorzone di ispirazione "nordica" e autunnale, bellamente
"propiziatoria" verso ciò che seguirà, assai
più aderente alle suggestioni di una campagna così. Lo
spaghetto alla chitarra (tirato a mano) con scalogno cotto
nel sale, guanciale di Cinta Senese e scaglie di pecorino toscano
,per esempio, è una commistione benemerita di freschezza
ed armonia dai lontani vagheggiamenti ciociari, e racchiude in splendido
amalgama i contributi di materie prime ottimamente maritate; il sincretico,
polposo quanto perfetto nella tessitura e nel punto di cottura carré
d'agnello con germogli di spinaci, puré di scalogno e riduzione
al Chianti della Tenuta mi offre contrasto, seduzione e curiosità.
Tra i dessert, che sceglierete da apposita carta, appare azzeccato il
parfait al fondente nero con cuore di lampone e salsa di cachi
, preceduto da un pre-dessert "traditore" come un leggiadro
fromage blanc ai frutti di bosco .
Tra
gli altri piatti, da non dimenticare la simpatica ideazione di un classico
della cucina campagnola toscana come i fegatini di pollo, qui trasformati
in uno sformatino di fegatini con crema di porri e tegoline di pane
arrostito. Così come i saporiti, sinceri ravioli farciti
all'anatra, il suo fondo come salsa e tartufo scorzone. Nel menù
non mancano le suggestioni sul Mucco Pisano, razza bovina autoctona
di crescente notorietà, sul piccione, proposto con una salsa
al Passito, uva fragola e tortino di patate, sul vitello, pensato in
filetto avvolto nella pancetta croccante, con funghi arrosto e pecorino
liquido ad esaltare. Sì, ti resterà un ricordo di calda,
rilassante serenità, per una idea di cucina solida e preparata,
con le carte in regola per crescere ed esaltarsi ancora. Il menù
qui si fa cangiante con le stagioni nuove, ed è diviso in antipasti,
primi e secondi piatti, 4-5 pietanze per tipologia.
Il
menù degustazione veleggia sui 38 euro con vino della casa abbinato
(a proposito, la Tenuta Giustiniani è storicamente un'azienda
vitivinicola da poco votata ad una radicale rivisitazione della propria
produzione, con l'ausilio di enologi d'esperienza e con in testa una
idea forte di territorio, declinata anche negli impianti nuovi nel nome
di sangiovese, malvasia nera, colorino, canaiolo...) altrimenti alla
carta ne spenderete poco più di 40 per un pasto completo, allietato
pure da amouse-bouche e pre-dessert. Pani fatti in casa a tratti
irresistibili (leggi grissineria), così come le paste, già
ti fanno capire della serietà. I prezzi strategicamente ben compressi
per una cura del tutto impensabile in altri lidi (che spesso e volentieri
si contorcono negli svolazzi e nelle inconclusioni, quasi divorati dalla
loro stessa ambizione) fanno il resto.
Quanto
ai vini, la carta è in via di rifondazione dopo il recente cambio
di gestione e conserva alcuni refusi della gestione passata, con nomi
importanti soprattutto toscani ed una articolazione ancora incerta della
proposta. A questa però, ne son certo, Nicoletta provvederà
quanto prima. Tra le cose che non ti aspetti, quindi da cogliere al
volo, un Collio Bianco Beli Grici 1999 dell'amato Renato Keber
da Zegla, che ha accompagnato senza colpo ferire le aeree composizioni
terragne dello chef. Incuriosito infine dalle esperienze vinicole di
casa, lancio il mio saluto con il Bricco di Busso 2003, il cru
aziendale della Tenuta Giustiniani alla sua prima uscita dopo l'intervento
di Attilio Pagli nella conduzione agronomico-enologica dell'affaire.
A base prepotente di sangiovese, dietro qualche ingenuità cantiniera
rivela un respiro niente male, figlio di una materia prima da non sottovalutarsi,
e che troverà forse nel futuro un equilibrio espositivo migliore
per regalarci una beva complice neanche troppo ovvia, in odor di sofficità.
Locanda Giustiniani - Via Puntoni 1 - 56043 Fauglia (PI) - Tel. 050.659262
www.tenutagiustiniani.it
13 ottobre 2005
Visita effettuata nel mese di ottobre 2005.
Nelle foto, nell'ordine: l'ingresso della locanda, la fonduta, gli
spaghetti alla chitarra, il carré d'agnello, il parfait.