Viticoltori De Conciliis:
trasformando il Cilento
di Luca Bonci
Paola,
Bruno, Gino, Giovanni, ma anche Pasqualone, la famiglia Verrone, Adele,
tutti gli altri di cui non ho memorizzato il nome, e che ho appena salutato,
insieme al Cilento, rimasto là, dietro lo Sterminator Vesevo,
ora che lascio anche Napoli correndo su un velocissimo Eurostar AV.
Sono loro i protagonisti di questa storia, di questa puntata nella povera
terra che da Paestum si estende montuosa ma sempre in vista mare, verso
sud. Il Cilento vero, almeno per quel che riguarda il vino, è
questo, quello che sempre ha il mare e la sua luce, così bella
in questo settembre, in vista. Così la pensa Bruno, e non è
difficile dargli credito, specialmente quando snocciola, con la sua
cadenza calma, chiarissima, le innumerevoli follie che sta architettando
in questa terra, i progetti che si rincorrono l'uno con l'altro, gli
esperimenti che ruotano intorno alla realizzazione centrale, quella
che ormai non può essere messa in dubbio, quella che compie ora
i dieci anni, che siamo qui a festeggiare.
Viticoltori
De Conciliis, questo sono Paola, Bruno e Gino, della famiglia, e
Giovanni, marito di Paola. Da poco il padre li ha lasciati, ma non senza
aver prima infuso in loro l'amore per questa terra, che senti nelle
loro parole, nella loro sottesa rabbia per quello che non va, per quanto
potrebbe essere più bella di quanto gia è. E nella loro
voglia di cambiarla, almeno dal punto di vista vitivinicolo, di cambiarla
non solo dando l'esempio, un già buon esempio, ma mettendosi
in gioco, inseminando con le loro idee senza troppo preoccuparsi di
raccogliere i frutti, senza sedersi sull'onda lunga di un successo già
arrivato, volendo essere come "un melograno maturo da spaccare
affinché i semi possano spargersi intorno." Una sfida contro
retaggi e problemi accumulati nel tempo, come in tutto il nostro sud,
e anche contro una sempre viva emigrazione, come Bruno, parafrasando
Ginsberg, ci racconta: "perché io ho studiato fuori ma sono
tornato, però ho visto le migliori menti della mia generazione
andare via, a Padova, Milano, Zurigo. Dei miei compagni di liceo la
metà non abita piu qui."
Gli ettari sono 28, di cui 12 di proprietà, e le bottiglie prodotte
un paio di centomila, non poche. Questi sono i numeri, ed è bene
dirli subito, per poi lasciar perdere, perché poco contano, che
certo non riescono a farci capire cosa succeda qua. E non credo lo capirete
veramente neppure continuando a leggere, seppure faccia del mio meglio,
ché l'unico modo è quello di venire qui, a Prignano Cilento,
a parlare, parlare, parlare, e a camminar le vigne, magari tra un tuffo
in mare e l'altro.
Paola
amministra, Giovanni sta in cantina, Gino esegue e coordina il lavoro
in vigna, Bruno fa "i casini" come dice lui, ovvero mette
il naso ovunque, trascinato dalla sua irrequieta voglia di ricerca e,
certo, le decisioni sono collegiali, "ma il mio voto conta il doppio,"
scherza mentre ci mena tra una vigna e l'altra assaggiando l'aglianico
che quest'anno un po' infame ha cotto senza ancora averlo fatto maturare.
"Abbiamo sospeso la vendemmia, tireremo fino ad ottobre, anche
se la maturazione tecnica era già arrivata, con 13,5-14 gradi
potenziali, ma assaggiate... non c'è sapore, il vinacciolo è
ancora verde, non abbiamo la maturazione fenolica, e tanto meno quella
aromatica, quando nell'uva senti il sapore giusto, quello che l'aglianico
deve avere. Certo, puo darsi che si arrivi a 16 gradi, ma ce la faremo
comunque, l'acidità non manca certo nell'aglianico." E comunque
Bruno non ci dà troppe speranze per questa vendemmia, "abbiamo
avuto una settimana di scirocco, oltre i 40 gradi, e alla fine ci siamo
ritrovati con un uva che non era più lei, che non riconosco,
che non sappiamo come lavorare."
Stiamo
percorrendo le vigne di quella che Bruno chiama la loro prima cavia,
i primi proprietari che, già dal 1997, hanno affidato la gestione
delle proprie vigne e la propria uva ai De Conciliis, la famiglia Verrone.
Una collaborazione complessa, non un vero e proprio affitto, tanto che
i Verrone quasi gestiscono in proprio la vigna, anche se è continua
la supervisione di Gino e lo scambio di opinioni, in quello che i protagonisti
definiscono uno "scontro dialettico." E a dimostrare che non
si tratta di un affitto arriva, proprio con il festeggiamento del primo
decennale, il lancio del Verrone 2003, vino aglianico prodotto
sempre dai De Conciliis, con parte delle uve che la famiglia Verrone
gli conferisce, ma che esemplifica il ruolo di trascinamento che i nostri
hanno deciso di intraprendere, funzionando quasi da incubatore, mettendo
lo zampino nelle vigne altrui, ma non per sfruttare, bensì per
spingere, per trasformare il Cilento vinicolo, e non solo a loro immagine,
ma mescolando le loro opinioni a quelle dei loro "collaboratori",
siano essi proprietari di vigna o piccoli conduttori che chiedono la
loro consulenza.
La tenuta dei Verrone (che oltre a essere la prima cavia sono anche
i collaboratori più importanti, con quasi sette ettari in produzione
e con le loro uve che vanno anche nel vino di punta dell'azienda, il
Naima) è solo la prima tappa di un giro che ci porta su e giù
per le alte colline del Cilento, purtroppo quest'anno arse non solo
dal sole ma anche dalla paurosa serie di incendi estivi, per visitare
alcuni dei frutti dell'inseminazione.
Le
vigne di Zero, ad esempio, a conduzione biodinamica da due anni
e che danno un Aglianico particolare, con surmaturazione e parziale
appassimento delle uve. Due piccoli corpi di vigna compatti, esposti
a nord per raggiungere la surmaturazione con meno rischi di cottura.
O le vigne, molto belle, appena piantate su tre appezzamenti di fronte
al mare, a sud di Prignano. La prima è forse quella più
sperimentale, costruita su un'erta collinetta appena riterrazzata con
imponenti lavori di contenimento. Quì il sesto di impianto è
inferiore al metro quadro, 70 centimetri per 100, una misura che implica
una lavorazione manuale della terra, e le viti cresceranno ad alberello,
seppur aiutate da una struttura di contenimento, per constrastare i
forti venti di mare.
Gli
ancor piccoli tralcetti verdi spuntano dal flysch cilentano (un corpo
di marne grigio scuro coperte da uno strato, qui molto sottile, di argilla
e arenaria) e sono incredibilmente verdi, nonostante l'estate siccitosa
e l'assenza di ogni irrigazione. "Ma non abbiamo dovuto fare nemmeno
un trattamento, neppure rame e zolfo," ci dice quasi incredulo
Bruno. Un microclima invidiabile dunque, e tre anni ancora, per vederne
che ne verrà fuori.
Siamo invece già alla produzione sulla collina successiva, in
un terreno ancora non loro ma di un "collaboratore" che lo
ha messo a disposizione. Qui siamo al quarto anno dall'impianto, e il
vitigno è il primitivo, "perché bastano pochi metri
ma le marne qui sono acide, e allora ci serviva un vitigno diverso,
non potevamo rendere ancora più aggressivo il finale di un aglianico,
ho voluto provare un vino <a trazione anteriore>, come il primitivo,
che cresce subito in bocca ma che magari manca un po' nel finale. Finale
che qui gli sarà dato dalla terra, dalla mineralità di
queste rocce acide."
Ma non si pensi di essere di fronte a una semplice espansione della
produzione, a uno sperimentare ovunque si possa. La ricerca c'è
ma non è senza anima, è mossa da criteri razionali e passionali
insieme, e quando chiedo: "ma perché fare un vigna proprio
qui?" la risposta, sicura, è "perché è
bello qui!" Un criterio estetico, che non è certo il solo,
ma che porta a non accettare tutte le proposte: "ci deve essere
un senso, qualcosa di unico."
Associare
empirismo a intuizione, razionalità a sentimento, e, naturalmente,
scavare nelle radici del Cilento, come per quelle viti ritrovate nell'ortale
della castello, in rovina, dell'antico feudatario del luogo: "volevamo
piantare qualcosa vicino a Tresino, in un bel piano che finisce a picco
sul mare, e il pastore del luogo mi arriva con un piccolo grappolo colto
tra i rovi. Erano piante di vite che avranno avuto più di duecento
anni, le abbiamo riprodotte in 500 esemplari. Il primo anno dopo l'innesto
sul piede americano avevamo avuto quasi paura di aver fatto un buco
nell'acqua, erano partiti dei tralci enormi e dei grappoli di due chili
l'uno! Ma era forse solo uno squilibrio ormonale, ora la vigoria si
sta stabilizzando e ne faremo presto un vino."
"E poi c'è l'aglianico di Monteforte, un clone che vogliamo
sviluppare, e la mia idea di fare un fiano sopra gli 800 metri di altezza.
Ho trovato già il posto, ma ci vuole un collaboratore, anche
finanziario. Perché chi mi conosce lo sa, il mio cruccio sono
i vini bianchi, non ne sono mai contento, e penso che solo andando in
alto si possa raggiungere una finezza maggiore, i profumi che cerco."
Una ricerca che sembra irrequieta, ma raccontata con un passo calmo,
così come la calma detta le regole che in azienda si sono dati:
"non vogliamo diventare un'industria, vogliamo crescere ma senza
snaturarci, non alzarci troppo presto la mattina, avere il tempo per
un bagno in mare..." e per fortuna oggi non è un giorno
diverso, e anche a me tocca un tuffo, tra una vigna e un'altra, in un'acqua
limpidissima popolata da pesciolini per nulla intimoriti, anzi, intenti
ad assaggiarci i piedi, forse alla ricerca di qualche pellicina da strappare.
Dieci
anni dunque, esperimenti in corso e esperimenti abbandonati o sospesi,
e accanto a questi i vini che ci sono, le realtà già consolidate,
o quasi. Il Fiano Vigna Perella e l'Aglianico Naima in
primis, ma anche i meno ambiziosi Donna Luna (ancora fiano e
aglianico) che condividono su registri più semplici la facilità
di beva dei primi due. Sì, perché se vogliamo trovare
uno stile comune di questi vini bisogna guardare alla loro bevibilità,
al voler essere vini da pasto, così come Bruno, Gino, Giovanni
e Paola li vogliono. Realtà consolidate o "quasi",
dicevo, perché (ci credereste?) anche il pluricelebrato Naima
è in evoluzione, o meglio, questo 2004 avrà un gemello,
una parte del vino che, mentre il resto veniva imbottigliato, è
andato a finire in un vaso tronco conico in legno (prima utilizzato
per l'Antece, un fiano vinificato in rosso) e lì è
rimasto un anno. Uscirà tra un po', noi lo abbiamo sentito spillato
dal legno, e per il momento è tutto un programma!
Bene, è andata come mi immaginavo, la vulcanica attività
De Conciliis, la cinghia di trasmissione che sta rivoluzionando il Cilento
vinicolo per disseminazione e intromissione, non poteva essere resa
troppo bene in parole, anche se ne ho già utilizzate un sacco
e ancora avrei da raccontarvene, ma forse ora vorrete sapere dei vini,
anche se mi sembra ancora più riduttivo raccontarvi di quelli,
piuttosto che farveli assaggiare in compagnia di chi li ha fatti, ma
tant'è...
IGT Paestum Fiano Vigna Perella 2003. Paglierino marcato e profumi
minerali e idrocarburici, fieno e carne bollita. Bocca elegante, francese,
bella risalita finale, minerale e acida.
IGT Paestum Fiano Antece 2004. Qui l'uva fiano è vinificata
con le bucce e poi tenuta sui lieviti con batonage per sei mesi in legno.
Infine in bottiglia senza chiarifica né filtrazione. Il paglierino
è marcato e i profumi sono di pasticceria, frutta secca e buccia
di limone essicata. Fresco è l'ingresso in bocca e piacevole
la dinamica che porta a un finale scorrevole e leggero, screziato da
leggera tannicità.
IGT Paestum Aglianico Donnaluna 2006. Rubino lucente e naso
largo, di frutta rossa, diretto e franco su sfondo minerale. Note di
fragola matura, invadenti, quasi piacevolmente intossicanti, vinose.
Al gusto semplice, forse monocorde, ma bevibilissimo, con una simpatica
entrata in campo finale dei tannini che ne esalta ancora di più
la piacevolezza di beva.
DOC Aglianico Cilento Verrone 2003. Rubino intenso, compatto,
e naso di grande integrità, profondo, screziato da una leggera
nota sintetica lascito dell'affinamento in legno e ricco di confettura
di more. Già l'ingresso in bocca è bello, ma migliore
è la risalita sapida e acida, e l'allungo finale, di tannini
liquiriziosi e finissimi.
IGT Paestum Aglianico Naima 2000. Rubino vivo e lucente, naso
di sedano, minerali, spezie, pepe, poi tanta mora un po' in confettura,
grafite e sangue. Toni profondi e bella presa in bocca, sapidità
e leggera affumicatura, tannini tessuti stupendamente.
IGT Paestum Aglianico Naima 2004. Rubino compatto e intenso
che sfuma nel porpora. Naso che appare inizialmente monolitico, su note
di frutta nera e una scia di legni aromatici ancora marcante, poi si
apre con profumi floreali, di viola, cenni mentolati, di sedano. Bocca
che parte anch'essa un poco sommessa, liquida, bellamente bevibile e
cresce poi in un finale dai tannini rotondi e poderosi, dalla bella
succosità. Senza quasi accorgersene si rimane attanagliati tra
inviluppo tannico e polposità del frutto, per un tempo lungo,
lunghissimo.
Viticoltori De Conciliis
località Querce, 1
84060 Prignano Cilento (Salerno)
Tel 0974 831090
www.viticoltorideconciliis.it
27 settembre 2007
Immagini: uno dei pannelli della mostra fotografica
creata per celebrare il decennale dell'azienda; Gino, Paola e Giovanni;
Bruno; Antonio Verrone; la vigna di Zero; gli alberelli in vista mare;
uva aglianico; Naima 2000