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Testata registrata presso il Tribunale di Lucca - ISSN 1592-2855

 
 
Viticoltori De Conciliis: trasformando il Cilento

di Luca Bonci

Paola, Bruno, Gino, Giovanni, ma anche Pasqualone, la famiglia Verrone, Adele, tutti gli altri di cui non ho memorizzato il nome, e che ho appena salutato, insieme al Cilento, rimasto là, dietro lo Sterminator Vesevo, ora che lascio anche Napoli correndo su un velocissimo Eurostar AV. Sono loro i protagonisti di questa storia, di questa puntata nella povera terra che da Paestum si estende montuosa ma sempre in vista mare, verso sud. Il Cilento vero, almeno per quel che riguarda il vino, è questo, quello che sempre ha il mare e la sua luce, così bella in questo settembre, in vista. Così la pensa Bruno, e non è difficile dargli credito, specialmente quando snocciola, con la sua cadenza calma, chiarissima, le innumerevoli follie che sta architettando in questa terra, i progetti che si rincorrono l'uno con l'altro, gli esperimenti che ruotano intorno alla realizzazione centrale, quella che ormai non può essere messa in dubbio, quella che compie ora i dieci anni, che siamo qui a festeggiare.

Viticoltori De Conciliis, questo sono Paola, Bruno e Gino, della famiglia, e Giovanni, marito di Paola. Da poco il padre li ha lasciati, ma non senza aver prima infuso in loro l'amore per questa terra, che senti nelle loro parole, nella loro sottesa rabbia per quello che non va, per quanto potrebbe essere più bella di quanto gia è. E nella loro voglia di cambiarla, almeno dal punto di vista vitivinicolo, di cambiarla non solo dando l'esempio, un già buon esempio, ma mettendosi in gioco, inseminando con le loro idee senza troppo preoccuparsi di raccogliere i frutti, senza sedersi sull'onda lunga di un successo già arrivato, volendo essere come "un melograno maturo da spaccare affinché i semi possano spargersi intorno." Una sfida contro retaggi e problemi accumulati nel tempo, come in tutto il nostro sud, e anche contro una sempre viva emigrazione, come Bruno, parafrasando Ginsberg, ci racconta: "perché io ho studiato fuori ma sono tornato, però ho visto le migliori menti della mia generazione andare via, a Padova, Milano, Zurigo. Dei miei compagni di liceo la metà non abita piu qui."

Gli ettari sono 28, di cui 12 di proprietà, e le bottiglie prodotte un paio di centomila, non poche. Questi sono i numeri, ed è bene dirli subito, per poi lasciar perdere, perché poco contano, che certo non riescono a farci capire cosa succeda qua. E non credo lo capirete veramente neppure continuando a leggere, seppure faccia del mio meglio, ché l'unico modo è quello di venire qui, a Prignano Cilento, a parlare, parlare, parlare, e a camminar le vigne, magari tra un tuffo in mare e l'altro.

Paola amministra, Giovanni sta in cantina, Gino esegue e coordina il lavoro in vigna, Bruno fa "i casini" come dice lui, ovvero mette il naso ovunque, trascinato dalla sua irrequieta voglia di ricerca e, certo, le decisioni sono collegiali, "ma il mio voto conta il doppio," scherza mentre ci mena tra una vigna e l'altra assaggiando l'aglianico che quest'anno un po' infame ha cotto senza ancora averlo fatto maturare. "Abbiamo sospeso la vendemmia, tireremo fino ad ottobre, anche se la maturazione tecnica era già arrivata, con 13,5-14 gradi potenziali, ma assaggiate... non c'è sapore, il vinacciolo è ancora verde, non abbiamo la maturazione fenolica, e tanto meno quella aromatica, quando nell'uva senti il sapore giusto, quello che l'aglianico deve avere. Certo, puo darsi che si arrivi a 16 gradi, ma ce la faremo comunque, l'acidità non manca certo nell'aglianico." E comunque Bruno non ci dà troppe speranze per questa vendemmia, "abbiamo avuto una settimana di scirocco, oltre i 40 gradi, e alla fine ci siamo ritrovati con un uva che non era più lei, che non riconosco, che non sappiamo come lavorare."

Stiamo percorrendo le vigne di quella che Bruno chiama la loro prima cavia, i primi proprietari che, già dal 1997, hanno affidato la gestione delle proprie vigne e la propria uva ai De Conciliis, la famiglia Verrone. Una collaborazione complessa, non un vero e proprio affitto, tanto che i Verrone quasi gestiscono in proprio la vigna, anche se è continua la supervisione di Gino e lo scambio di opinioni, in quello che i protagonisti definiscono uno "scontro dialettico." E a dimostrare che non si tratta di un affitto arriva, proprio con il festeggiamento del primo decennale, il lancio del Verrone 2003, vino aglianico prodotto sempre dai De Conciliis, con parte delle uve che la famiglia Verrone gli conferisce, ma che esemplifica il ruolo di trascinamento che i nostri hanno deciso di intraprendere, funzionando quasi da incubatore, mettendo lo zampino nelle vigne altrui, ma non per sfruttare, bensì per spingere, per trasformare il Cilento vinicolo, e non solo a loro immagine, ma mescolando le loro opinioni a quelle dei loro "collaboratori", siano essi proprietari di vigna o piccoli conduttori che chiedono la loro consulenza.

La tenuta dei Verrone (che oltre a essere la prima cavia sono anche i collaboratori più importanti, con quasi sette ettari in produzione e con le loro uve che vanno anche nel vino di punta dell'azienda, il Naima) è solo la prima tappa di un giro che ci porta su e giù per le alte colline del Cilento, purtroppo quest'anno arse non solo dal sole ma anche dalla paurosa serie di incendi estivi, per visitare alcuni dei frutti dell'inseminazione.

Le vigne di Zero, ad esempio, a conduzione biodinamica da due anni e che danno un Aglianico particolare, con surmaturazione e parziale appassimento delle uve. Due piccoli corpi di vigna compatti, esposti a nord per raggiungere la surmaturazione con meno rischi di cottura. O le vigne, molto belle, appena piantate su tre appezzamenti di fronte al mare, a sud di Prignano. La prima è forse quella più sperimentale, costruita su un'erta collinetta appena riterrazzata con imponenti lavori di contenimento. Quì il sesto di impianto è inferiore al metro quadro, 70 centimetri per 100, una misura che implica una lavorazione manuale della terra, e le viti cresceranno ad alberello, seppur aiutate da una struttura di contenimento, per constrastare i forti venti di mare.

Gli ancor piccoli tralcetti verdi spuntano dal flysch cilentano (un corpo di marne grigio scuro coperte da uno strato, qui molto sottile, di argilla e arenaria) e sono incredibilmente verdi, nonostante l'estate siccitosa e l'assenza di ogni irrigazione. "Ma non abbiamo dovuto fare nemmeno un trattamento, neppure rame e zolfo," ci dice quasi incredulo Bruno. Un microclima invidiabile dunque, e tre anni ancora, per vederne che ne verrà fuori.

Siamo invece già alla produzione sulla collina successiva, in un terreno ancora non loro ma di un "collaboratore" che lo ha messo a disposizione. Qui siamo al quarto anno dall'impianto, e il vitigno è il primitivo, "perché bastano pochi metri ma le marne qui sono acide, e allora ci serviva un vitigno diverso, non potevamo rendere ancora più aggressivo il finale di un aglianico, ho voluto provare un vino <a trazione anteriore>, come il primitivo, che cresce subito in bocca ma che magari manca un po' nel finale. Finale che qui gli sarà dato dalla terra, dalla mineralità di queste rocce acide."

Ma non si pensi di essere di fronte a una semplice espansione della produzione, a uno sperimentare ovunque si possa. La ricerca c'è ma non è senza anima, è mossa da criteri razionali e passionali insieme, e quando chiedo: "ma perché fare un vigna proprio qui?" la risposta, sicura, è "perché è bello qui!" Un criterio estetico, che non è certo il solo, ma che porta a non accettare tutte le proposte: "ci deve essere un senso, qualcosa di unico."

Associare empirismo a intuizione, razionalità a sentimento, e, naturalmente, scavare nelle radici del Cilento, come per quelle viti ritrovate nell'ortale della castello, in rovina, dell'antico feudatario del luogo: "volevamo piantare qualcosa vicino a Tresino, in un bel piano che finisce a picco sul mare, e il pastore del luogo mi arriva con un piccolo grappolo colto tra i rovi. Erano piante di vite che avranno avuto più di duecento anni, le abbiamo riprodotte in 500 esemplari. Il primo anno dopo l'innesto sul piede americano avevamo avuto quasi paura di aver fatto un buco nell'acqua, erano partiti dei tralci enormi e dei grappoli di due chili l'uno! Ma era forse solo uno squilibrio ormonale, ora la vigoria si sta stabilizzando e ne faremo presto un vino."

"E poi c'è l'aglianico di Monteforte, un clone che vogliamo sviluppare, e la mia idea di fare un fiano sopra gli 800 metri di altezza. Ho trovato già il posto, ma ci vuole un collaboratore, anche finanziario. Perché chi mi conosce lo sa, il mio cruccio sono i vini bianchi, non ne sono mai contento, e penso che solo andando in alto si possa raggiungere una finezza maggiore, i profumi che cerco."

Una ricerca che sembra irrequieta, ma raccontata con un passo calmo, così come la calma detta le regole che in azienda si sono dati: "non vogliamo diventare un'industria, vogliamo crescere ma senza snaturarci, non alzarci troppo presto la mattina, avere il tempo per un bagno in mare..." e per fortuna oggi non è un giorno diverso, e anche a me tocca un tuffo, tra una vigna e un'altra, in un'acqua limpidissima popolata da pesciolini per nulla intimoriti, anzi, intenti ad assaggiarci i piedi, forse alla ricerca di qualche pellicina da strappare.

Dieci anni dunque, esperimenti in corso e esperimenti abbandonati o sospesi, e accanto a questi i vini che ci sono, le realtà già consolidate, o quasi. Il Fiano Vigna Perella e l'Aglianico Naima in primis, ma anche i meno ambiziosi Donna Luna (ancora fiano e aglianico) che condividono su registri più semplici la facilità di beva dei primi due. Sì, perché se vogliamo trovare uno stile comune di questi vini bisogna guardare alla loro bevibilità, al voler essere vini da pasto, così come Bruno, Gino, Giovanni e Paola li vogliono. Realtà consolidate o "quasi", dicevo, perché (ci credereste?) anche il pluricelebrato Naima è in evoluzione, o meglio, questo 2004 avrà un gemello, una parte del vino che, mentre il resto veniva imbottigliato, è andato a finire in un vaso tronco conico in legno (prima utilizzato per l'Antece, un fiano vinificato in rosso) e lì è rimasto un anno. Uscirà tra un po', noi lo abbiamo sentito spillato dal legno, e per il momento è tutto un programma!

Bene, è andata come mi immaginavo, la vulcanica attività De Conciliis, la cinghia di trasmissione che sta rivoluzionando il Cilento vinicolo per disseminazione e intromissione, non poteva essere resa troppo bene in parole, anche se ne ho già utilizzate un sacco e ancora avrei da raccontarvene, ma forse ora vorrete sapere dei vini, anche se mi sembra ancora più riduttivo raccontarvi di quelli, piuttosto che farveli assaggiare in compagnia di chi li ha fatti, ma tant'è...

IGT Paestum Fiano Vigna Perella 2003. Paglierino marcato e profumi minerali e idrocarburici, fieno e carne bollita. Bocca elegante, francese, bella risalita finale, minerale e acida.

IGT Paestum Fiano Antece 2004. Qui l'uva fiano è vinificata con le bucce e poi tenuta sui lieviti con batonage per sei mesi in legno. Infine in bottiglia senza chiarifica né filtrazione. Il paglierino è marcato e i profumi sono di pasticceria, frutta secca e buccia di limone essicata. Fresco è l'ingresso in bocca e piacevole la dinamica che porta a un finale scorrevole e leggero, screziato da leggera tannicità.

IGT Paestum Aglianico Donnaluna 2006. Rubino lucente e naso largo, di frutta rossa, diretto e franco su sfondo minerale. Note di fragola matura, invadenti, quasi piacevolmente intossicanti, vinose. Al gusto semplice, forse monocorde, ma bevibilissimo, con una simpatica entrata in campo finale dei tannini che ne esalta ancora di più la piacevolezza di beva.

DOC Aglianico Cilento Verrone 2003. Rubino intenso, compatto, e naso di grande integrità, profondo, screziato da una leggera nota sintetica lascito dell'affinamento in legno e ricco di confettura di more. Già l'ingresso in bocca è bello, ma migliore è la risalita sapida e acida, e l'allungo finale, di tannini liquiriziosi e finissimi.

IGT Paestum Aglianico Naima 2000. Rubino vivo e lucente, naso di sedano, minerali, spezie, pepe, poi tanta mora un po' in confettura, grafite e sangue. Toni profondi e bella presa in bocca, sapidità e leggera affumicatura, tannini tessuti stupendamente.

IGT Paestum Aglianico Naima 2004. Rubino compatto e intenso che sfuma nel porpora. Naso che appare inizialmente monolitico, su note di frutta nera e una scia di legni aromatici ancora marcante, poi si apre con profumi floreali, di viola, cenni mentolati, di sedano. Bocca che parte anch'essa un poco sommessa, liquida, bellamente bevibile e cresce poi in un finale dai tannini rotondi e poderosi, dalla bella succosità. Senza quasi accorgersene si rimane attanagliati tra inviluppo tannico e polposità del frutto, per un tempo lungo, lunghissimo.

Viticoltori De Conciliis
località Querce, 1
84060 Prignano Cilento (Salerno)
Tel 0974 831090
www.viticoltorideconciliis.it

27 settembre 2007

Immagini: uno dei pannelli della mostra fotografica creata per celebrare il decennale dell'azienda; Gino, Paola e Giovanni; Bruno; Antonio Verrone; la vigna di Zero; gli alberelli in vista mare; uva aglianico; Naima 2000

 
 
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