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Testata registrata presso il Tribunale di Lucca - ISSN 1592-2855

 
 
Pieve de' Pitti: un crescendo rossiniano

di Luca Bonci e Riccardo Farchioni

Spesso si commette l'errore di applicare al passato quello che ci si trova sotto gli occhi. Appena si arriva, a Pieve de' Pitti si vede subito la pieve accostata alla casa, e poi la campagna, le vigne sparse intorno, i boschi... E invece qui cinquecento anni fa era completamente diverso: era una grande "azienda agricola" nell'accezione di allora (oggi la si definirebbe forse come un piccolo borgo) con 500 ettari coltivati, sedici famiglie, quaranta persone, poderi, case coloniche, un frantoio interno... Poi: gli americani rasero al suolo quasi tutto, eccetto la villa costruita da Cosimo di Jacopo Pitti e il Castello di Pava, costruito per sorvegliare la via commerciale che collegava il porto di Vada alla città di Pisa. Fossati, e tunnel sotterranei per assicurarsi vie di fuga resistono ancora oggi, e anzi compaiono quando meno te li aspetti, appena viene tentato qualche lavoro edilizio, che sia un allargamento della cantina o una piscina.

Il presente risponde al nome e al volto di Caterina Gargari, che ci conduce quasi per mano fra le vigne e il suo gesto si dirige lontano, nello spazio, ai colli vicini ricchi di testimonianze storiche, e nel tempo, alle origini del borgo dove lei ora vive, stregata dalla campagna solo da pochi anni, da quando a inizio millennio si rifugiò nella villa comprata trent'anni prima, per scrivere la tesi di laurea. Era infatti il 1971 quando il nonno di Caterina acquistò la villa, fu per avere una dimora estiva e, sì, anche per far vino, che all'epoca significava piantare a Chianti, ovvero vigne miste di sangiovese, canaiolo, trebbiano... Anche se all'inizio si vollero far le cose per bene (fu Giacomo Tachis a progettare i vigneti), le rese erano piuttosto alte e il risultato era un vino franco da bere in casa e vendere sfuso.

Ma il "ritiro" di Caterina, e la sua tesi, le fecero riscoprire storia e passione per la vigna, tanto che da allora lei non ha più lasciato la casa nel comune di Terricciola e alla fine è stata anzi tutta la famiglia che l'ha seguita. La tenuta si è rianimata, e se continua la partecipazione, con altri confinanti, ad una delle più grandi tenute faunistico-venatorie della zona, ecco che arriva il vino in bottiglia, ufficialmente dal 2001, con i due rossi Cerretello (un Chianti Superiore che aveva avuto in realtà una "prova" già nel 2000) e Moro di Pava, e poi con novità che si susseguono di anno in anno. Si impiantano nuovi vigneti, si razionalizzano quelli vecchi, mirando a produrre Chianti senza l'utilizzo delle uve bianche, ma si tenta anche un recupero delle vigne vecchie di trebbiano, frontiera estrema degli "autoctonisti" toscani.

Oggi sono 27 gli ettari di vigna in produzione. In parte di nuovo impianto, in parte di vecchio: a sangiovese (il vigneto Cerretello, che risale al ''71, ottimo per collocazione, baciato dal sole e dalla brezza marina, dà luogo al Moro di Pava, vino di punta aziendale) e a trebbiano. E poi si continua ad piantare (nel 2008 è prevista la nascita del Podere Scopaiolo), anche sperimentando varietà internazionali, come cabernet, syrah, merlot, petit verdot, che andranno a rendere più accattivante il rosso più semplice dell'azienda, l'Appunto, un vino fresco, da consumo estivo. Una estensione quindi già considerevole, che unita alla razionalizzazione del lavoro in vigna e cantina ha portato a una rapida crescita della produzione: dalle 5000 del 2001 alle 80.000 nel 2006, quasi raddoppiando ogni anno.

Se l'attività in vigna è abbastanza frenetica anche nel resto dell'azienda si tiene al passo: così registriamo la produzione d'olio d'oliva (nonostante le gelate si siano progressivamente portate via trentamila ulivi, da registrare un'ottima produzione di monocultivar da olive razza), la recentissima apertura di un servizio agrituristico in un bel rustico nelle vicinanze della villa e i progetti di risitemazione della cantina (dove alle barrique si stanno gradualmente sostituendo i tonneau), la parte rimasta forse più indietro nella filiera vinicola, che sarà ammodernata seguendo i criteri della bioarchitettura, banco di prova di una nuova tesi di Caterina, stavolta di dottorato. Una cantina che tenterà di replicare le caratteristiche favorevoli in fatto di inerzia termica delle attuali vasche in cemento, dove riposano i vini di pregio dell'azienda, e sarà quindi termoregolata tramite impianti radianti nei pavimenti e areata tramite tecniche di ventilazione naturale.

E proprio in cantina iniziamo a spillare i campioni dell'ultima vendemmia: un cabernet sauvignon dalla bella ampiezza aromatica (si avvertono prugna, mirtillo, ribes, pepe) e con una notevole concentrazione e dolcezza di frutto, ma che si percepisce ancora leggermente ispido e rigido nel finale; un merlot con profumi "in divenire" ma già bellamente sapido e succoso, un syrah dal naso incerto fra il confetto e la caramella di frutta, corposo, con tanta materia che spinge e già sorprendentemente equilibrato ed estroverso. Ma è il sangiovese che andrà a finire nel Chianti Superiore Cerretello a lasciarci l'impressione più peculiare, frutto di una vendemmia avvenuta dal 12 al 22 ottobre scorso da vigne abbondantemente policlonali: si presenta con profumi, dolci, di ribes e carne fresca, sapido, vivo e di freschissima e spiccata aromaticità; quello che colpisce è la scorrevolezza e la fragranza della beva, forse ancora un pochino ispida, ma fine nei tannini. Un vino che ha fatto solo cemento, non ha conosciuto lieviti selezionati, e che a bicchiere vuoto regala seducenti sensazioni di aglio e rosmarino.

La risalita nel bel prato di fronte alla villa porta all'assaggio dei vini in commercio.

L'Aprilante 2006 è un Bianco di Toscana IGT composto da un 60% di malvasia e da vermentino ottenuto da una vigna nuova posta volutamente verso nord est, per mirare ai profumi con un clima fresco. Vinificato in acciaio, ha un naso ampio, che spazia dagli agrumi alla frutta gialla e alla confettura di zucca, arricchito da una scia minerale. Fresco e senza pretese di struttura si prolunga discretamente nel finale.

Il Tribiana 2006 (che assaggiamo dalla bottiglia n. 676 delle 1500 prodotte) è il vino fortemente voluto da Caterina, frutto di una vendemmia tardiva di trebbiano che fermenta in tonneau di primo passaggio, come è ancora fin troppo evidente al naso. Un'influenza del rovere che ha tempo di ridursi prima dell'uscita in commercio a settembre, e che comunque lascia trasparire un naso ricco, tra il floreale e il marino, con cenni di pesca gialla, mela renetta e agrumi. Analogamente, al palato l'attacco è monopolizzato da note terziarie che poi si stemperano a favore di una bella trama vellutata

L'Appunto 2004 è composto da sangiovese al 70%, un 20% di cabernet sauvignon e malvasia nera. Il rubino è limpido e lucente, il naso è vivo, di erbe aromatiche e liquirizia. Scorrevole la beva, leggera e punteggiata da note verdi, con un sicuro nerbo acido.

Il Chianti Superiore Cerretello 2005 è un po' il vino simbolo dell'azienda, seppur non quello più importante. ha colore di media intensità, ed un naso guizzante di erbe aromatiche e menta piperita, oltre naturalmente ad un buon corredo di frutta rossa. Più corposo del rosso precedente, ne ripercorre tuttavia la freschezza e la leggerezza sul palato in un contesto assai più elegante e profondo. Un vino leggero, floreale ma anche fruttato, vivo, bevibilissimo.

Il Moro di Pava 2004 uscirà solo a gennaio, è prodotto in 4500 bottiglie, ha 14,5% di alcol e affina in barrique e tonneau di secondo, terzo e quarto passaggio. Un sangiovese dal colore rubino intenso e dal naso serioso, fatto di frutta rossa matura, e dove l'austerità cede a qualche venatura cioccolatosa. Pieno e ricco al gusto, si allarga bene e, anche se lo si percepisce ancora un po' disunito, piace la positiva apertura e il passo leggero, fino ad arrivare al finale ancora marcato dal rovere.

14 agosto 2007

 
 
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