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I grandi vini della Terra di Lavoro

La provincia di Caserta, segnatamente l'agro Falerno, è stata la culla della prima "DOC" al mondo, il vino più famoso dell'antichità che fu, in assoluto, il Falerno. In un piccolissimo territorio nella zona tra Mondragone, Falciano, e Carinola, ai piedi del monte Massico e che si estendeva lungo l'asse dell'Appia, si concentravano non solo il Falerno ma lo Statano, il Caleno, il Cecubo, il Petrino, il Faustiano, il Razzese ed ancora il Sinuessano, il Caietano, e il Capuano. Sulla bontà di questi degnissimi figli di Terra di Lavoro sono state scritte centinaia e centinaia di pagine, di versi e di leggende. Poi, per duemila anni, questa terra non ha fatto più parlare di sè, gettando nel dimenticatoio una cultura enologica di così grande prestigio.

La nascita di tre DOC, il Falerno (1989), l' Asprinio (1993) e il Galluccio (1997) ha naturalmente "influenzato" positivamente la vitivinicoltura anche se le aree e le produzioni DOC sono ancora alquanto limitate. Per una dissennata politica agricola, poi, negli anni '60-'70 c'è stato un fiorire di varietà che con la storia, il clima e l'ambiente casertano non avevano nulla a che spartire, poi finiti tra i vitigni autorizzati: Sylvaner, Gewurtztraminer, Riesling renano, Veltliner, Trebbiano, Sangiovese, Pinot, Cabernet sauvignon, Barbera. Ma la vera forza di questa vocatissima area della Campania felix è sicuramente rappresentata dai vitigni autoctoni dove oltre ai già noti Aglianico e Piedirosso, a bacca rossa, e Falanghina ed Asprinio, a bacca bianca, spiccano altri vitigni dimenticati, tipici ed esclusivi di questo territorio: il Pallagrello bianco e rosso ed il Casavecchia, su cui molte aziende stanno ora puntando.

Per quanto concerne la DOC Falerno attualmente ci sono due aziende leader: l'innovativa Villa Matilde, seguita dal winemaker Riccardo Cotarella, e la tradizionalista Michele Moio condotta dal padre del famoso enologo campano Prof. Luigi Moio (sembrerebbe, da quel che quest'ultimo spesso racconta, che il padre non gli permetta di metter mano ai suoi vini ...nemo profeta in patria).

Di Villa Matilde è lo splendido, corposo ed elegante, pluridecorato Vigna Camarato (3 bicchieri, 5 grappoli, 3 stelle e ben 92 punti guida Veronelli) da uve aglianico 100%. Altro fiore all'occhiello dell'azienda il Vigna Caracci, uno dei mie bianchi preferiti, a base falanghina, che coniuga una notevole struttura con una beva altrettanto piacevole. Ma non vi deluderanno anche gli altri vini, seppur meno blasonati, di Ida e Salvatore Avallone: i DOC Falerno del Massico (bianco e rosso) e gli IGT Roccamonfina Aglianico, Falanghina, Piedirosso, Terre Cerase, Pietre Bianche e il Cecubo. Da non dimenticare infine "il primo vino campano da meditazione" (Veronelli): l'Eleusi passito.

Tutt'altro approccio per i vini di Moio in quel di Mondragone. Innanzitutto a cominciare dal vitigno di riferimento dell'azienda che, strano a dirsi, è il Primitivo. Fu impiantato in questa zona agli inizi del '900 quando un gentiluomo, il barone Falco, si decise a "importarlo" dalla vicina Puglia e dimostrò da subito di aver trovato un ambiente adatto alle proprie esigenze. Su questo vitigno, previsto pertanto a giusto titolo anche dall'attuale disciplinare del Falerno rosso, l'azienda Moio da anni lavora e punta i propri sforzi. Sono ben tre i vini a base primitivo prodotti: appunto il Falerno rosso DOC, "scoperto" quest'anno anche da Luca Maroni oltre che dall'AIS (4 grappoli) e naturalmente da Veronelli che da anni spende parole di lode per i vini di questa azienda, in particolare il Gaurano da uve primitivo surmature ed il Moio 57 (che prende il nome dalla straordinaria vendemmia del 1957 che si verificò a Mondragone).

La DOC Galluccio vede invece protagoniste altre due aziende. Da un lato la emergente Telaro (Coop Lavoro e Salute), che è composta da un team di ben sette fratelli ed altri giovani viticoltori, ed ospita tra l'altro un campo sperimentale della regione con un ottantina di vitigni diversi, di varie parti d'Italia. Tra i prodotti di punta, il Galluccio bianco e rosso (rispettivamente da falanghina e aglianico), gli IGT Roccamonfina Falanghina e Aglianico, il Novello e il Friello, un vino dolce frizzante (prossimamente anche in versione ferma) con il quale i Telaro stanno cercando di rilanciare l'Aleatico. Assolutamente da non perdere poi l'Ara Mundi una riserva aglianico 100% e la Falanghina V.T. (vendemmia tardiva) molto interessante. Dall'altro lato, più ancorata alla tradizione vinicola locale e familiare, la produzione di Galluccio bianco e rosso e degli IGT Falanghina e Aglianico della Fattoria Prattico.

La valorizzazione dell'Asprinio di Aversa, con i suoi magnifici vigneti ad alberata, è invece nel mirino di altre aziende. La Casa Vinicola Cicala, con il suo cru Vignamelia, l'azienda Magliulo e soprattutto i Borboni, con il Vite Maritata ed il Luna Janca, sono state tra le prime aziende a puntare su questo particolare vitigno dalla grande forza acida e dal corpo piuttosto debole seppur dal carattere deciso, caratteristiche che lo rendono ideale, tra l'altro, per la spumantizzazione (da provare il metodo charmat dell'azienda i Borboni). All'Asprinio d'Aversa, invece, la Caputo di Teverola ha deciso di affiancare dapprima i vini del Vesuvio, successivamente i vini dell'Irpinia, poi per completare la produzione, i vini dell'area napoletana ed i vini delle colline del Sannio. Particolarmente interessanti alcuni nuovi vini aziendali la cui vinificazione è stata portata avanti secondo la logica dei cru: il Fescina (asprinio) il Frattasi (falanghina), il Vignola (greco di tufo), lo Zi' Corrà (aglianico) e il Clanius (aglianico beneventano).

Fuori dai circuiti legati alle DOC troviamo la Fontana Galardi con il "monumentale" Terra di Lavoro di Cotarella. Vino di grande struttura, osannato dalla critica nostrana e d'oltreoceano, che seppur risulta essere prodotto da uve aglianico e piedirosso mostra un gusto spiccatamente internazionale (con note marcatamente vegetali cabernet-merlot per intenderci). Uno dei migliori vini italiani, peccato per l'esiguo numero di bottiglie, solo 6000 esemplari.

A Caiazzo alla Vestini Campagnano la scommessa è stata, invece, quella di lavorare su vitigni antichi oggi poco noti ma con grandi potenzialità: pallagrello (bianco e rosso) e casavecchia. Il primo è stato confuso per diverso tempo con il coda di Volpe, solo di recente le analisi del DNAm condotte dall'istituto di San Michele all'Adige su forte insistenza della stessa Tommasina Vestini Campagnano, hanno potuto definitivamente risolvere la questione attribuendo al Pallagrello bianco una sua distinta e ben precisa identità. Ottimi e ricchi di personalità, ad ogni modo, anche i vini prodotti da questa azienda, sia il pallagrello bianco Le Ortole che il Pallagrello rosso ed ancor più interessante ma più impegnativo il Casavecchia (rosso premiato quest'anno con i 5 grappoli AIS).

Un cenno a parte meritano i due spumanti metodo classico prodotti da Villa San Michele: il Greco Brut ed il Don Carlos (in versione sia brut che demi-sec), ma da non perdere anche la Falanghina ferma, dotata di una concentrazione e piacevolezza veramente straordinari.

Per concludere un breve sguardo a quelli che verranno... Castello Ducale già sul mercato da questa primavera, mentre solo dal 2002 potrete bere i vini della Ponte Pellegrino di Michele Alois a Pontelatone ed infine l'Alepa della famiglia Ricci a Caiazzo: presto saranno in commercio Falanghina e Aglianico.

Fabio Cimmino
(15/5/2002)

   

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