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Tutto il vigore del Piave nel Raboso 1997 Walter Nardin

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Tutto il vigore del Piave nel Raboso 1997 Walter Nardin
di Mario Crosta

Questa volta il Piave non mormora affatto al nostro passaggio. Dopo più di due mesi invernali senza pioggia, nel suo imponente alveo scorre soltanto qualche rigagnolo molto tranquillo, fra dune di ciottoli e pozze d’acqua pura e trasparente come il cristallo, dove si specchiano qua e là i vigneti. Sull’argine si snoda la tortuosa stradina che è la gioia dei bambini in bicicletta e dei raccoglitori di brusandoli, gli asparagi selvatici, ma anche il tormento dei conigli selvatici che, intontiti dal sole, si rifugiano goffamente tra i rovi dopo aver annusato l’aria dello straniero.

Sono questi, insieme alle consuete ronde di oche in ricognizione, i custodi quotidiani delle spettacolari vigne rubate veramente al placido fiume in tanti anni di faticoso e geniale consolidamento degli argini. Terreni poverissimi, tutta finissima sabbia e bianchi ciottoli arrotondati. Sabbia che permette alle radici delle viti di penetrare in profondità per non dipendere dalla capricciosità delle precipitazioni e non soffrire di siccità, ciottoli che il senno sopraffino degli anziani espone al sole intorno ai ceppi per accumulare calore durante il giorno e rilasciarlo lentamente durante la notte. Questi ceppi, prevalentemente di Raboso, autoctono e tradizionale, come sono disposti ed allevati qui non lo sono in nessun’altra parte del mondo. Tronchi solidi che si arrampicano per catturare meglio la luce del sole, con tralci perfettamente allineati. Da lontano sembrano tanti reggimenti di fucilieri, ora capisco forse perchè gli Austriaci qui hanno perso la Grande Guerra, assaliti dai bersaglieri che, in mezzo alle vigne, sembravano appunto moltiplicarsi...

Poco lontano, dopo uno slalom tra allevamenti di pesce ed antiche fornaci, spicca dal suo silenzio la chiesa medioevale dei Templari in Tempio di Ormelle, che richiama nella sua pace assoluta in mezzo ai campi coltivati gli echi di ben altre guerre, le antiche Crociate per conquistare prima e difendere poi il Santo Sepolcro, che qui facevano tappa obbligata. Nell’ospedale annesso, l’acqua purissima e quei famosi coni di raggi magnetici di cui si scrive in quel periodo aiutavano le preghiere a curare le ferite e non soltanto quelle del corpo, ma soprattutto quelle dell’animo. Questo Piave non è soltanto un bel fiume od un mito, ma una vera oasi ricca di tranquillità bucolica, paesaggi di grande profondità visiva e culturale, storica, religiosa e contadina, un territorio fantastico per rigenerare le forze ed il credo nella vita, fra gente generosa come i suoi vitigni e gagliarda come i suoi vini.

Il Raboso, il grande, magico, versatile Raboso, scalpitante come una cavalla ancora da domare, è vino d’altri tempi, un passo indietro verso il futuro, come la nostra guida, il prof. Giovanni Cargnello, Granduca (presidente) della Confraternita Colle di Giano e direttore della Sezione Tecniche Colturali dell’Istituto Sperimentale per la Viticoltura di Conegliano, ama dipingere con le sue parole. Azzeccate davvero, certamente indovinate perchè una volta qui si era soliti perfino impiantare i vigneti alternando vitigni diversi nell’ambito dello stesso filare. Soltanto in tempi più recenti i vignaioli hanno capito in pieno l’esigenza di una coltivazione più razionale ed hanno rinnovato completamente i vigneti, ripulendo la tradizione dai retaggi che la possono soffocare e mutando profondamente il profilo produttivo dei vini del Piave.

Vitigni e cloni selezionati, impianti più fitti e pochi grappoli per ceppo, cimature attente, giuste sfogliature e diradamenti per garantire uniformità di esposizione solare e vendemmie più sane ed omogenee. I risultati qualitativi sono straordinari, specialmente in riferimento al bilancio della nostra visita ad una delle migliori aziende del Piave, la Walter Nardin, nata nel 1922, meno di dieci ettari, 8 ettari e mezzo di vigneti specializzati in produzione, circa 140.000 bottiglie l’anno prodotte. Padre e figlio che riescono anche a divertirsi lavorando insieme duramente, come pochi sanno fare, razza Piave, ma con un sorriso che si allarga spesso e volentieri fino alle orecchie.

Mentre i rossi da degustare si scaldano un po’, perchè qui l’aria frizza anche dentro le case, ci vuole il camino a volte anche d’estate, un bel bianco da benvenuto, floreale nei profumi e minerale nei sapori, molto interessante e luminoso, apre e chiude subito il tema degli ottimi vini da aperitivo. La gente del posto bada al sodo, quando si beve tra uomini forti, i vini forti cominciano a giocare. Anche i formaggi, se non sono embriaghi, cioè ubriachi, affogati un mese, uno e mezzo fra le vinacce, non son degni di stare in tavola. E quindi via alla degustazione con una serie di delizie rosse prodotte dall’eccezionale vitigno Raboso, secondo un ordine di assaggio che parte proprio dal vino con le caratteristiche organolettiche più vicine a quelle della buccia d’uva ancora selvatica, non domata, un vino rosso pieno con una genuina voglia di esplodere in tutte le sue espressioni gusto-olfattive, che fanno a spintoni una con l’altra per conquistarsi il primo approccio, monelle come i bambini quando suona la campanella e corrono tutti insieme gioiosamente fuori dalla scuola.

Tanta vitalità e freschezza, un collare di bella schiuma rossa nel bicchiere, vino brioso, rinfrescante, di corpo sostenuto, che è sempre stato storicamente associato e non a caso alle allegre grandi bisbocce dei nostri Alpini. Subito dopo segue un Raboso frizzante di colore rosa antico, per pulire elegantemente la bocca con dei profumi di viola e fruttati, predomina il lampone con la fragolina di bosco, per preparare il palato ai successivi rossi di grande struttura. Ma è talmente gustoso e profumato da far discutere nel frattempo del progetto di un Raboso spumante ancora da realizzare, forse in collaborazione con una famosa cantina di Castello Roganzuolo. Progetto ambizioso e che fa onore a chi l’ha promosso e a chi lo realizza. Come cliente potenziale ci metterei subito la firma, visti i risultati di questo sorprendente gioiellino, che anticipa un grande Malbeck aperto in onore dell’ospite, la prima dimostrazione di come si sanno dominare i tannini, un vino che mette a tacere perfino gli orologi puntati tutti sull’ora della vicina Santa Cresima.

Arrivano due bottiglie di Raboso, annate diverse, ma non solo. Questi due vini sono il frutto di una grande attenzione alla maturazione fenolica e già con il primo emerge una spiccata tipicità assolutamente locale. Nel variegato territorio della DOC Piave c’è chi sa lavorare con metodo e scientificità per ottenere appunto l’ottimale maturazione fenolica di quest’uva rabbiosa della terra dei sassi del fiume, che privilegia sempre più la peculiarità territoriale ed è stata adottata dai sindaci della zona (Cimadolmo, Ormelle, San Polo di Piave, Ponte di Piave, Vazzola ed altri) per realizzare in primis l’avvincente progetto della Denominazione Comunale d’Origine (De.C.O.), il vino del Sindaco. Il primo Raboso proposto è un portabandiera di questa frazione di territorio su cui si stanno applicando in vigneto quelle culture-colture che valorizzano in pieno l’uva. Ma è anche il frutto degli studi sull’impiego del gelo al fine di ottenere vini di alto pregio, ricerche in cui l’epoca di vendemmia è stabilita usando la tecnica di analisi sensoriale e degustazione dell’uva dopo un corso tenuto a tecnici ed imprenditori a Conegliano ed a Ormelle su vendemmia tardiva e molto molto tardiva (per esempio il 6 novembre e il 30 dicembre), doppia maturazione ragionata, appassimento sulla pianta e tradizionale moderno in fruttaio (non in cassette o cassettoni) con vinificazione dopo la metà di marzo.

L’uva del vino successivo è stata vendemmiata il 23 dicembre, dopo tre giorni di temperature arrivate perfino a -11°C. In pratica è un Raboso eiswein (vino da ghiaccio) con l’uva gelata non per ottenere più zuccheri, ma per far maturare a piacimento ed in modo controllato i polifenoli dell’uva ancora sui tralci, per domare l’aggressività dei tannini in vigneto anziché con la tecnologia classica di cantina. Questo meraviglioso vigneto ha più di 40 anni e la forma di allevamento della vite è la storica Bellussi, con sesti d’impianto di metri 3,5 x 7, che arrivano a comprendere circa 2200 ceppi per ettaro. La resa della vendemmia 1997 è stata di 104 quintali per ettaro. La fermentazione è stata fatta in contenitori d'acciaio inox. Questo Raboso ha avuto una prima maturazione in vasca di cemento, quindi ha fatto 24 mesi di barriques di secondo ciclo ed altri 12 mesi di vasca di cemento prima di essere imbottigliato, poi altri 6 mesi di affinamento in bottiglia prima di essere messo in vendita.

La bella giumenta è stata domata, osserva compiaciuto il prof. Cargnello. In effetti è un grande vino di eccellenza organolettica, più permane nel bicchiere e prende ossigeno e tanto più libera tutti gli aromi ed i gusti di frutti rossi e neri in ordinata successione, non è un mazzo rimescolato di carte ed è il fiore all’occhiello di quest’azienda. Rosso rubino carico con riflessi granati, bouquet ampio e pieno che ricorda le violette di campo, la mora selvatica e, marcatamente, il profumo della marasca, sapore secco, carnoso, austero, sapido, lievemente acidulo, pienamente appagante. Un vino tipico ed eccezionale, frutto di tanto lavoro dei Nardin, ma anche delle sinergie messe in campo sulla qualità come espressione di tutte le risorse del territorio da parte dell’associazione Plavensi, della scuola enologica, della confraternita Colle di Giano, enti locali, associazioni, istituzioni e privati. Un vino che ribadisce il vivo interesse della comunità della Terra di Ormelle per la concretizzazione della De.C.O. e che è stato messo in commercio con grande coraggio per sottoporlo al giudizio severo del mercato.

Il nostro è stato espresso da un grande e riverente silenzio. Qui si fa la Storia, non ci sono parole. Lasciando un pochino di vino sul fondo del bicchiere per una mezz’oretta e avvinando un po’ il bicchiere, si avvertono anche quegli aromi complessi che la vendemmia tradizionale non riesce a far estrarre completamente dall’uva, veramente favolosi. Questo specifico stile di vinificazione ha prodotto un vino ben strutturato, equilibrato e maestoso, straordinariamente ricco e complesso, sicuramente longevo e che migliorerà ancora affinandosi ulteriormente in bottiglia. L’esperienza dei nostri anfitrioni, palati sopraffini, consiglia di stappare la bottiglia anche due o tre giorni prima, il tempo della tradizione trasmessa di padre in figlio.

Compare una forma di formaggio embriago a nobilitare questo vino, si parla di questo e di altri esperimenti e qui la simpatia prende il sopravvento, salta fuori un bianco Sauvignon da una barrique, ancora non filtrato, poi una bottiglia di spumante che fa sorridere, era un vino difettoso cui sono stati aggiunti lieviti di un altro vitigno per spumantizzarlo e vedere come va a finire. Con noi si diverte anche il professore ed ha ragione; lo champagne fa male, ma questo spumante fa bene soprattutto al morale, con tutto l’entusiasmo che sprizza da questa fervida generazione di vignaioli che non disperde le eredità tramandate, ma si rigenera nelle tradizioni enologiche e si presenta alle nuove sensibilità dei consumatori facendo della qualità la misura del loro piacere.

6 novembre 2003

 

   

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