Franco Pacenti,
l'anima candida di Canalicchio
di Fernando Pardini
A
Franco Pacenti non fa difetto la cordialità, questo è
certo. Così come è certo che le rappresentanze, i formalismi
e i salamelecchi dell'accoglienza convenzionale sono assai lontani dal
suo mondo. Perché il suo mondo, te ne accorgi da subito, dimora
nella conca beata del Canalicchio, accudita dall'alto del colle dalla
sagoma forte di Montalcino, e qui la gente è abituata al ragionare
di campagna, con tutti i rituali, le ritrosie, le timidezze e le ingenuità
del caso. Difatti, se ti accosti con curiosità, senza presupponenze
e puzze sotto al naso, vedrai che dall'esperienza di un incontro ne
trarrai una idea di condivisione e candore, oltre che di privilegio.
La conca del Canalicchio d'altronde ci mette del suo per generare racconti
e favorire amicizie. Se provieni da nord lungo il biscione snodato e
verde chiamato Cassia e vuoi deviare alla ricerca di Montalcino, Canalicchio
lo riconosci come uno stato d'animo- confortevole e pacato - da quando
i tuoi battiti si fanno più naturali e la strada si ingentilisce
salendo via via. Comprenderai, nello sguardo che si allarga e nel cuore
che si acquieta, un paesaggio intero, agreste ch'é tutto dire,
accoglierti e assorbirti, mentre la parola "bucolico" finalmente
si svestirà di tutto il corredo di mielosità e sentimentalismi
per trasformarsi in naturalezza sbandierata e smisurata......Non ci
sono dubbi, sei arrivato. Sfumando lievi nella geografia, diciamo che
ci troviamo nella zona nord della denominazione Brunello, una delle
classiche. Zona a maturazione lenta e meditata, spesso risparmiata da
eccessive arsure, qui i vini crescono teneri e armoniosi, senza la muscolarità
e la grinta tannica di altri lidi, in una veste tanto carezzevole, rigorosa
ed elegante però da far la differenza. La conca del Canalicchio,
di Sopra e di Sotto, ha visto crescere ed affermarsi diversi interpreti
al suo interno. Uno di questi si chiama, appunto, Franco Pacenti, figlio
e nipote di vignaioli, nato (forse) vignaiolo per diritto acquisito.
La
sua azienda, nella confusione dei Canalicchi che può assalire
il viaggiatore distratto, desidera che sia chiamata oggi Canalicchio,
perché Canalicchio di Sopra (dove pure ha sede) è il nome
con il quale si firma attualmente l'azienda parente, dirimpettaia, quella
dei discendenti dello zio paterno Primo Pacenti per intenderci, dopo
la divisione dei poderi intervenuta in famiglia qualche tempo addietro.
Poi c'é Canalicchio di Sotto, un tutt'uno con la sagoma timida
e silenziosa di Maurizio Lambardi, ma questa è un'altra storia.
Franco
Pacenti - oggi pimpante quarantasettenne - è un esempio calzante
di schiettezza e simpatia, imprinting certo dei luoghi in cui è
vissuto. Fin da piccolo istintivamente restio agli studi, molto più
propenso all'aria aperta e al lavorio dei trattori, è stato avviato
ben presto alla campagna e ai suoi doveri, mentre pian piano l'azienda
si specializzava nel vino, dopo aver vissuto anche di promiscuità
colturale e bestiame. Dal 1988 o giù di lì ne è
diventato l'anima. Lui ama lavorare e la sua giornata forse conta più
di 24 ore. Non importa. La generosità e la voglia di fare sopravanzano,
con l'incredibile piglio del contadino che pare non meravigliarsi mai
laddove tu ti struggi, sogni e inquieti. La tua meraviglia è
la sua normalità, così è per tutti. Una cosa è
certa, parlando di vino: qui si declina ogni cosa nel nome esclusivo
del sangiovese. Nessuna concessione, nessuna scorciatoia. Accade così
che nel silenzio e nella perseveranza si crescano piccoli gioielli liquidi
dall'amorevole attaccamento territoriale, figli della tradizione e di
una sincera vocazione a far le cose perbene. Dai suoi Brunello hai in
dono la veracità e la tenerezza, una commistione di umori bellamente
naturale, senza orpelli, dedicata e sincera, che riesce a strappare
-con gli anni, l'esperienza e le vigne che crescono- un quid di espressività
e carattere sempre più conclamato, da elevarli a rango e classe
superiori. Qui non hai compagnie cantanti ne marketing imperante a favoleggiare
e sedurre, hai la scorza di persone semplici che scorazzano su e giù
per la vigna in ogni stagione ( se non ricordo male siamo attorno ai
10 ettari), si infangano le scarpe, fanno il vino, lo vendono, lo comunicano,
lo presentano, lo vivono. Qui hai persone che vogliono semplicemente
vivere la loro terra, la cui lingua dev'esser "sangiovesa".
Questo é.
Il vino che ne deriva viene declinato in quattro versioni: Brunello,
Brunello Riserva, Rosso di Montalcino e Bersaglio, quest'ultimo un igt
derivato dalle vigne più giovani e vinificato esclusivamente
in acciaio per ricercare agilità e sorrisi, sapidità e
conforto giovanile di vino quotidiano. Intransigente la scelta di vinificare
in modo tradizionale i Brunello, con ragionate e prolungate macerazioni
sulle bucce e lunghi affinamenti in legno medio-grande. Poca scienza
a supporto, molto empirismo e sana praticità. Ma la veste tradizionale
dell'azienda non significa immobilismo.
Mi
si para dinnanzi una cantina di vinificazione appena battezzata, spaziosa,
precisissima, ordinata con nuovissimi vasi vinari in acciaio a temperatura
controllata ed annesse sale di stoccaggio ed imbottigliamento, uffici
e tutto il resto: l'investimento di una vita dinnanzi alla struggente
e contundente vista delle vigne. Resta, a ricordo ed immagine storica,
la piccola, sentimentale cantina di "invecchiamento", che
dimora ancora nel casale di famiglia. Sarà, ma più li
conosco e più in quei vini c'é un sentimento che mi affascina,
a riflettere la genuinità dei personaggi. Dal Brunello di
Montalcino 2000 un naso di carattere, nudo e fascinoso, selvatico
e umorale, con trasparenze e chiaroscuri, così come il suo colore,
ed una bocca che travolge e coinvolge per rigore e consapevolezza, snodandosi
piena e succosa, calda e generosa, lunga e volitiva. Nella tenerezza
tattile che la infonde, tutta la dolcezza di cui è capace il
Canalicchio. Dal Brunello di Montalcino 1999, che ancor oggi
dichiaro senza pentimento tra le massime espressioni del territorio
per quella annata, una circuizione di bosco umido e minerale da saper
unire tempra a sfumatura, per una bocca tonica, spessa e vestita a festa,
di elegiaco candore ed impronta tannica dolce e matura. Dal Rosso
di Montalcino 2003 un abbraccio ferroso, sanguigno e caloroso, da
cui realizzarne un'idea di sostanziale integrità, a cercar di
risolvere in melodia gustativa le rigidità tanniche della prim'ora
e le intemperanze alcoliche lasciategli in dote dal temibile millesimo.
Eh
sì, sapete quando le aspettative colte nei biccheri del vostro
apprendimento ve le ritrovate pari pari nei modi e nei gesti di chi
quei vini li crea, e nell'ambiente tutto? Ecco, da Franco Pacenti ho
avuto chiara questa sensazione, di estrema coerenza, di cerchio che
si chiude, di radicata consapevolezza che quella terra per il sangiovese
è madre, e che un'idea forte di territorio possa essere trasmessa
solo da chi si accosta ai saperi vignaioli senza infingimenti, con tutta
l'umiltà e la nudità del caso. Sì, è proprio
così, a Canalicchio il sangiovese è nudo, le persone veraci.
La campagna, nella nudità parlante di quei vini e nella veracità
delle anime, riflette orgogliosa la sua beltà. Per questo mi
appare serena anche quando piove.
Visita in azienda effettuata nel mese di giugno 2005.
Nelle foto, in stretto ordine di apparizione: Franco Pacenti; il padre
tra i filari; vista del Canalicchio con sullo sfondo Montalcino; la
nuova cantina.
5 luglio 2005