Fratelli Savigliano,
specialisti in dolcetto
di Luca Bonci
Marino
e Stefano Savigliano sono cugini cugini, figli di padri
fratelli e madri sorelle. Un segno di come il piccolo mondo di Langa
favorisse i legami al suo interno, di come in tempi non così
remoti, la vita, e quella contadina in particolare, si svolgesse in
pochi chilometri di raggio, in quella lentezza e con quella presenza
che favoriva la cura per il prodotto del proprio lavoro. Marino e Stefano
studiano chimica ed enologia, si sono mossi da casa ma ora sono di nuovo
qui, a dimostrare che anche oggi la vita contadina non si fa se non
sulla terra. Ora hanno loro le redini della Fratelli Savigliano, azienda
di dimensioni medie in quel di Diano d'Alba, patria di freschi dolcetti.
Li incontriamo nella grande casa padronale, accanto alle cantine, insieme
alle loro mogli, tutte impegnate in azienda e a una delle madri, impegnata
in cucina a preparare un pranzo che più langarolo non si può:
battuto di manzo, raviolini col plin, un fantastico capretto al forno
e, per concludere, bunet. La materia prima è tutta dell'azienda,
e non importa neppure sottolineare come materia prima e maestria culinaria
si sposino coi vini Savigliano in maniera encomiabile.
I
due cugini rappresentano la nuova generazione, quella tornata alla terra
dopo aver studiato, pronta a coniugare tecnica e una tradizione che
qui risale al 18 secolo: "abbiamo trovato dei calici che risalgono
a metà settecento con la scritta Savigliano." L'intenzione
è stata da subito quella di non rivoluzionare, bensì assecondare
e migliorare il lavoro fatto fino ad allora. Ecco così che sui
18 ettari di vigneto prevale l'uva dolcetto, poi barbera e nebbiolo
e una piccola concessione ai bianchi con chardonnay e favorita, impiantati
dai cugini al loro esordio in azienda, nel 1984.
Da
allora le vigne sono state reimpiantate coltivandole a guyot e favorendo
l'inerbimento, e in cantina si controlla la temperatura, sia per la
fermentazione che per l'esecuzione della malolattica. Un pizzico di
tecnologia quindi, ma non troppo, visto che i vini rossi fermentano
con lieviti autoctoni e non vengono chiarificati. L'utilizzo di vasi
in acciaio e cemento garantisce la freschezza del Dolcetto, mentre belle
botti grandi accolgono il nebbiolo. Certo qualche tentazione modernista,
"lo richiede il mercato," c'è, e così lo chardonanny
fermenta in legno piccolo e anche la Barbera affina nelle barrique.
C'è poi la produzione di Favorita, un vino che sta risalendo
nei favori del consumatore, ci dicono i Savigliano, specialmente all'estero.
E infine un Barolo, da una vigna che l'azienda possiede in comune di
La Morra.
Di
fianco alla sfilata di botti fa bella mostra di sé una serie
di premi, ma Marino e Stefano non sembrano farci caso più di
tanto, ormai devono essere abituati a non soffermarsi sui riconoscimenti,
pur importanti che siano, e a presentarsi con i loro vini e con la bellezza
delle loro vigne che visitiamo dopo pranzo. Marino e la giovane moglie
(roerina, dialogano in dialetto) sono appassionati di botanica e mentre
noi scattiamo qualche foto al vigneto osservano compiaciuti i frutti
di un fico, quelli di un giuggiolo, "una pianta dimenticata",
o un vicino albero di mele, dai grandi pomi che già alla vista
sembrano deliziosi. E mentre le parole inseguono il profilo delle colline
per chiamare per nome quella vigna o quell'azienda che si scorge in
lontananza, ancora una volta capiamo quanto sia facile sentirsi a casa
anche in una terra che non è la nostra. Perché questi
filari di vigne, questa sincerità di modi, quella tavola conviviale,
tutto questo è il nostro vero ambiente, che non dobbiamo perdere.
I vini
Favorita
2004. E' d'obbligo inziare da questo vino, fresco e profumato. Una
bocca semplice e vivace, di fiori bianchi e in cui non manca un tocco
minerale a renderla più complessa. Un vino che sta riscuitendo
un certo successo, come detto, ma che non è neppure così
semplice da ottenere, ci dicono i Savigliano, visto che si tende a vendemmiare
tardi la favorita e questo la espone maggiormente agli incerti metereologici.
L'annata 2004 è comunque andata più che bene, e nel bicchiere
lo si sente.
Chardonnay
Vigneto Mulinet 2004. Come detto è forse questo il vino più
tecnologico dell'azienda. La fermentazione in rovere, con continui
batonnage, arricchisce il frutto di nette sensazioni vanigliate ed esotiche.
Non c'è che dire, il vino si presenta subito piacevole, con i
suoi decisi sentori di banana, pasta di mandorle e frutta matura, quasi
ci ricorda una macedonia di fragole e limone. Chiude poi una persistente
nota di lavanda. Sensazione in parte replicata al gusto, simile aromaticamente.
Una bocca piena e vigorosa, succosa e morbida, forse fin troppo, visto
che una leggera carenza di acidità ci sembra il maggior appunto
da fare a questo vino.
Passando
ai rossi ci sarebbe da parlare dei tre cru di Dolcetto, ma preferiamo
lasciarli in fondo. Ecco quindi la Barbera d'Alba Ribota 2004,
un vino rubino vivo dai 14% alcolici e dai profumi un po' nascosti di
cipria e fiori. Sicuramente il vino che meno ci ha convinto, per la
media intensità aromatica e specialmente per una certa rigidità
e spigolosità che rendono la beva non particolarmente facile.
Ci sembra che il frutto rimanga un po' schiacciato da note minerali
e amarognole che pensiamo si possano attribuire all'affinamento in legno
non perfettamente adatto a queste uve, almeno per l'annata che abbiamo
assaggiato. Più interessanti i due vini a base nebbiolo. Il Nebbiolo
d'Alba Sori del Bonorei 2003 sfodera 14% e un classico rubino non
carico. I profumi sono di sottobosco e vinosi, ed è evidente
una nota alcolica leggermente eccessiva che rende sottospirito la sensazione
di ciliegia e nasconde le note finali di fiori di campo. All'assaggio
ci piace la progressione che da una bocca inizialmente umile porta a
un finale vigoroso ed esplosivo, anche se è la carica alcolica
che torna a farsi sentire. Chiusura nebbioleggiante, eterea, amarognola,
con tannini un po' asciutti.
Altra
classe per il Barolo 2001, grazie anche alla bella annata. Elegante,
profondo, etereo, sfodera profumi di foglie e rosa appassita di bella
intensità. Bocca precisa e piacevole, chiusa da un lungo finale
in cui si stagliano sapori di ciliegia. Ma eccoci al pezzo forte aziendale,
ai Dolcetto, anzi ai Diano d'Alba DOC come si legge in etichetta. Tre
cru per tre vini, che abbiamo trovato in perfetta armonia. Piccole differenze,
particolarità da scoprire, ma per tutti e tre una bella espressione
del vitigno, una bella freschezza aromatica, una grande piacevolezza
di beva.
Il
Diano d'Alba Sori del Sot 2004 è già un piccolo
capolavoro a partire dal colore, rubino intenso. I profumi di questo
Dolcetto sono belli e complessi, di amarene mature, balsami e minerali.
Una gran bella sensazione ci prende mentre lo odoriamo, ci attira a
se con forza, non possiamo quasi trattenerci dal berlo. E anche sorseggiandolo
il vino ci soddisfa, lo troviamo sapido, persistente, piacevole, smussato
ed infine elegante.
Il
Diano d'Alba Sori Autin Grand 2004 ha 14 gradi. Il porpora è
intenso e i profumi sono estroversi, forse i più accattivanti
dei tre. Piccoli frutti rossi maturi, taglio di carne fresca (quasi
ci ricorda il battuto di manzo), note minerali e metalliche e una impressione
generale di dolcezza che si ritrova al gusto. Vino piacevole e decisamene
beverino, alla faccia della sua alcolicità non proprio trascurabile
che forse si nota solo nel finale, dove, insieme ai tannini levigati,
tende ad attutire un po' la freschezza della beva.
Infine
il vino più corposo, il Diano d'Alba Vigneto Autin Gross 2004,
col suo rubino purpureo e la finezza nei profumi, eminentemente vinosi,
persistenti. Un vino che ancora deve esprimersi al meglio, ma che nonostante
l'alta gradazione (14,5%) fa della freschezza il pregio principale,
senza sfoggiare per il momento particolari complessità.
31
gennaio 2006
Visita effettuata ad inizio settembre 2005
Le foto: Marino e Stefano Savigliano, le botti, i vasi di acciaio,
il Sori del Sot (450 m.slm), delle belle mele, i grappoli di dolcetto
pronti da vendemmiare, il giuggiolo.